LA SPOLETINA PIERLUIGIA CIUCARILLI VINCE IL "PREMIO INTERNAZIONALE S. RITA 2010" - Tuttoggi.info

LA SPOLETINA PIERLUIGIA CIUCARILLI VINCE IL “PREMIO INTERNAZIONALE S. RITA 2010”

Redazione

LA SPOLETINA PIERLUIGIA CIUCARILLI VINCE IL “PREMIO INTERNAZIONALE S. RITA 2010”

Mar, 18/05/2010 - 15:10

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Mercoledì 19 maggio alle ore 21 nella basilica di S. Rita a Cascia, alla presenza dell'Arcivescovo di Spoleto-Norcia, mons. Renato Boccardo, ci sarà la conferenza stampa di presentazione del “Premio Internazionale S. Rita 2010”. Condurrà la serata Massimo Giletti. Quest'anno il premio – che verrà poi consegnato da mons. Boccardo venerdì 21 maggio alle 18 durante la celebrazione del transito della Santa – è andato alla “Cooperativa Sociale S. Rita” di Milano, alla signora Anna Oliviero di Genova e alla Signora Pierluigia Ciucarilli di Spoleto. Sabato 22 maggio, memoria liturgica di S. Rita, alle ore 11 solenne pontificale sul sagrato della basilica presieduto dall'Arcivescovo Renato Boccardo, benedizione delle rose e supplica alla Santa. Pierluigia Ciucarilli, 55 anni, spoletina, infermiera capo sala presso l'Hospice di Spoleto, volontaria dell'associazione malati oncologici Aglaia. Fin da piccola aveva ben chiaro che avrebbe fatto l'infermiera e non il medico. La morte della madre a causa di un tumore nel 1980 ha segnato la sua vita. Nel 1986 insieme a due medici, ad una suora e ad una volontaria ha iniziato l'avventura in Umbria delle cure palliative, delle quali viene considerata la “mamma”. «Quando mi hanno comunicato che avrei ricevuto il premio S. Rita – dice commossa – il mio pensiero è andato a Giuseppina, una signora di Cascia, una delle prime pazienti dell'Hospice, una donna che ha sofferto molto, in silenzio. Prima di morire mi ha regalato un piccolo quadro di S. Rita che aveva sul comodino. Ora è sulla mia scrivania, quasi a vigilare e proteggere il mio servizio». Pierluigia, sposata e mamma di due figlie, è infermiera professionale di mattina, volontaria altrettanto professionale di pomeriggio e di notte. «È la notte – dice – che le persone hanno maggior paura della malattia, della morte». Dal 1987 entra nelle case dei malati di cancro in punta di piedi, portando sì la sua professionalità, ma soprattutto l'amore. Riceve anche le confidenze dei familiari dei pazienti. Si considera una persona che ha fatto una precisa scelta di vita: servire i malati di tumore e i loro congiunti. La frase di Madre Teresa “l'importante è essere lì e non fare” è il suo motto. Membro del Comitato di Bioetica dell'Università di Perugia e docente presso lo stesso ateneo, Pierluigia è apprezzata per la sua umiltà che non preclude la scientificità. Ai “suoi” studenti non propone trattati o tomi, ma cerca di testimoniare ciò che lei vive, racconta quello che si fa quando si è a contatto con la sofferenza. Con quella sofferenza che il più delle volte non ti lascia fino alla morte. Ogni anno tiene corsi di formazione per medici e infermieri in Umbria e nelle regioni del Centro Italia. «Per stare con i malati di cancro – afferma – ci vuole grande motivazione e una spiccata capacità relazionale. Non servono tante parole. Il più delle volte si comunica con lo sguardo, col tocco, cambiando, lavando e accarezzando il paziente». Per lei il lavoro è come una missione. Non si limita ad organizzare i turni all'Hospice e nelle assistenze domiciliari. Tempo fa, ad esempio, era ricoverato un ragazzo cinese di 32 anni che non parlava italiano. Pierluigia si è messa alla ricerca dei cinesi che vivono a Spoleto e degli studenti cittadini che studiano lingue orientali per permettere a quella persona di poter comunicare negli ultimi giorni della sua vita. Inoltre, insieme ai sacerdoti che si alternano all'Hospice, in semplicità, umiltà e silenzio, cerca anche di proporre a chi vive gli ultimi momenti dell'esistenza terrena la bellezza dell'incontro col Signore e la logica cristiana della speranza. Le motivazioni per cui riceve il premio internazionale S. Rita sono: la sua professionalità, la capacità di coinvolgere gli altri, la tenerezza e la fermezza, la logica dell'accoglienza nell'Hospice, la sua fede silenziosa. “Cooperativa Sociale Santa Rita”. Nel 1989 un gruppo di giovani famiglie della parrocchia di S. Rita a Milano, desiderose di condividere gioie e preoccupazioni e di veder crescere i propri figli in amicizia, diede vita ad una bella iniziativa. S. Rita fornì un'opportunità improvvisa e inaspettata. Nella vicina parrocchia dello stesso Decanato, dove erano stati accolti alcuni ragazzi e ragazze con handicap psico-fisici, erano sorti problemi economici e di spazio. Il Parroco di S. Rita si rese disponibile ad accogliere il gruppo in un locale situato sotto la chiesa. Nel marzo del 1992 venne fondata la “Cooperativa Sociale Santa Rita”. Il gruppo si affidò alla Provvidenza per intercessione di Santa Rita che mai, come in quel momento, fu invocata come Santa degli impossibili. Ella sostenne e guidò il gruppo senza mai abbandonarlo, tanto che la Cooperativa andò consolidandosi nel corso degli anni fino ad accogliere a tutt'oggi un gruppo di ben 32 fra ragazzi e ragazze, dai 18 anni in su, in prevalenza affetti dalla sindrome di Down. Attualmente sono presenti in Cooperativa, oltre ai 32 ragazzi, una responsabile coadiuvata da 4 educatori, da alcuni specialisti e da un gruppo di circa 30 volontari. Presidente della Cooperativa è, come da consuetudine, un Padre Agostiniano della comunità di Milano (il Parroco). Anna Olivieri nasce l'11 dicembre 1947 in un piccolo paese del Friuli. Successivamente i genitori si trasferiscono a Genova, dove Anna vive tutt'ora. Per lei la famiglia è stata sempre un grosso punto di riferimento. A 29 anni la colpisce una grave perdita, quella del papà; in questa occasione scopre il significato del dolore, quello lacerante che penetra fino alle profondità del cuore. Il matrimonio era nei suoi progetti, ma non sempre i sogni si realizzano. Lavorava nell'azienda Ansaldo che, negli anni '80, ha avuto una grande crisi. Inizia per lei il periodo dei grandi interrogativi. Il significato del credere in Dio e il senso della vita sono domande che diventano ogni giorno più pressanti. La partecipazione alla Santa Messa non le bastava più. Ma dove cercare le risposte? Una sua amica l'ha ascoltata con la sensibilità di non proporle soluzioni miracolose. Da quel momento è iniziato per Anna il cammino verso la conoscenza di Dio, un Dio che non era giudice, ma che l'amava per quello che era. Inizia così il suo volontariato presso le carceri genovesi, affiancata da altri volontari che l'hanno aiutata a superare le difficoltà. Nel 2003 ha aperto un laboratorio di lavanderia per impegnare le ragazze detenute. Dalla sua esperienza di vita Anna ha capito come sia importante non abbattersi nei momenti di difficoltà per fare in modo che da anello debole della società sia possibile diventare punto di risorsa.


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