Non era il classico gala di balletto che ci si aspetta entrando nel Teatro Romano. Ed è stato forse proprio questo il suo punto di forza. Sons of Echo, andato in scena mercoledì 8 luglio per la seconda rappresentazione al Teatro Romano nell’ambito del Festival dei Due Mondi, ha conquistato un pubblico numerosissimo, con gli spalti gremiti anche senza il tutto esaurito, alla presenza del direttore artistico Daniele Cipriani.
Uno spettacolo che sorprende fin dai primi minuti, rompendo gli schemi e spiazzando volutamente le aspettative. Ad aprire la serata non è infatti una coreografia, ma una sorta di masterclass condotta dall’eccezionale e trascinante Tomas Karlborg. Con simpatia, ironia e una straordinaria capacità comunicativa, accompagna il pubblico dietro le quinte del lavoro del danzatore, trasformando il Teatro Romano in un’immensa sala prove. Si osservano dettagli, esercizi, preparazione, disciplina. È un momento di rara generosità artistica, in cui i ballerini si mostrano senza filtri, condividendo il processo creativo prima ancora del risultato.
Ed è proprio la vulnerabilità il cuore di Sons of Echo. Lo dichiarano gli stessi interpreti nel manifesto che accompagna il progetto: ”Come danzatori siamo vulnerabili sulla scena: fisicamente e psicologicamente nudi”. Un’affermazione che attraversa ogni quadro dello spettacolo e da cui nasce una riflessione profonda sulla mascolinità contemporanea. Sei danzatori uomini, affidati esclusivamente allo sguardo creativo di coreografe donne, danno vita a un percorso che mette in discussione stereotipi e narcisismi, proponendo invece una mascolinità fondata sull’ascolto, sull’empatia e sulla collaborazione. Il titolo richiama il mito della ninfa Eco, condannata al silenzio da Narciso: i “figli di Eco” scelgono simbolicamente di lasciarsi guidare da quella voce rimasta troppo a lungo inascoltata, rinunciando al protagonismo per riscoprire il valore dell’ascolto.
Al centro della scena brilla il talento di Daniil Simkin, autentico protagonista di questa intensa settimana spoletina. Dopo aver emozionato il pubblico nella Maratona di Danza, il fuoriclasse russo, figlio d’arte e vincitore di prestigiosi riconoscimenti internazionali, sembra aver trovato nel Teatro Romano la sua casa temporanea. La sua tecnica impeccabile non diventa mai esercizio di virtuosismo fine a se stesso, ma uno strumento espressivo al servizio di un racconto collettivo. Accanto a lui, gli altri interpreti Osiel Gouneo, Alban Lendorf, Siphesihle November, Daniel Domenech, Johnny McMillan costruiscono un linguaggio corale in cui forza e fragilità convivono con naturalezza, restituendo una danza contemporanea intensa e profondamente umana.
Le coreografie scorrono una dopo l’altra con linguaggi differenti ma unite da un’identica tensione narrativa. Non cercano l’effetto spettacolare, ma il dialogo con lo spettatore, invitandolo a interrogarsi sul significato del corpo, dell’identità e delle relazioni. È una danza che emoziona perché non teme di mostrarsi fragile.
A suggellare la serata arriva un finale capace di lasciare il segno. L’ingresso sul palco di Gregory Porter – due Grammy all’attivo – che interpreta dal vivo Real Truth, trasforma gli ultimi minuti dello spettacolo in un momento di intensa suggestione. La sua voce calda e profonda si fonde con il movimento dei danzatori in un crescendo emotivo che conquista il pubblico e chiude idealmente il percorso intrapreso.
Quando si lasciano gli antichi scaloni del Teatro Romano, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di diverso. Non semplicemente uno spettacolo di danza, ma un progetto artistico che osa interrogare il presente attraverso il linguaggio del corpo, proponendo una riflessione autentica sulla mascolinità, sulla vulnerabilità e sulla capacità di ascoltare.
Ancora una volta, la direzione artistica di Daniele Cipriani dimostra di saper guardare oltre le formule consolidate, portando a Spoleto produzioni, come questa in prima europea, che non si limitano a intrattenere, ma invitano il pubblico a pensare. E anche questa volta il bersaglio è stato centrato.