Festival di Spoleto, Lucinda Childs e la straordinaria "classicità" della danza minimalista - Tuttoggi

Festival di Spoleto, Lucinda Childs e la straordinaria “classicità” della danza minimalista

Carlo Vantaggioli

Festival di Spoleto, Lucinda Childs e la straordinaria “classicità” della danza minimalista

Tante e tutte diverse le reazioni del pubblico al Romano | La ricchezza e la ragione del Due Mondi
Dom, 01/07/2018 - 10:02

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Festival di Spoleto, Lucinda Childs e la straordinaria “classicità” della danza minimalista

Inevitabilmente assistere ad uno spettacolo di Lucinda Childs è come fare un tuffo nel passato. Una affermazione come questa ha in se il germe del paradosso se è vero che la famosa coreografa viene da sempre appellata come la “sacerdotessa della Postmodern Dance” o come massima espressione vivente della danza minimalista contemporanea. Ma la pura realtà è che i lavori della Childs mescolano abilmente modernità futuribile a classicità disarmante.

Il passato a cui ci riferiamo è quello intorno agli anni ’60-’70 periodo in cui molti artisti americani hanno gettato il seme su cui, ciò che oggi definiamo contemporaneo, ha germogliato rigogliosamente.

Questa riflessione nasce automatica nel momento in cui assistiamo a Radial Courses prima coreografia in programma al Teatro Romano ieri, 30 giugno, per la prima replica dello spettacolo “Lucinda Childs: a portrait” della Lucinda Child Dance Company, piccola rassegna delle coreografie più significative della storia di questa eccezionale artista che ha rivoluzionato il mondo della danza.

Quattro ballerini percorrono incessantemente il palcoscenico del Romano in un moto circolare secondo la cadenza ritmica  “1-2-3-4” con l’unico accompagnamento sonoro dei propri passi che battono sul linoleum in una sincronia a dir poco impressionante.

Nessuna concessione a lussi nei costumi che sono solo bianchi e i pochi movimenti dei corpi sempre in marcia servono solo a ribadire che la disciplina esecutiva è la vera classicità e che di modernità in fondo, non c’è nemmeno l’ombra. Un lavoro sfiancante dal punto di vista della concentrazione dei ballerini che diventano, più o meno inconsapevolmente, strumenti musicali, mentre torna alla mente l’aneddoto che la stessa Childs ha raccontato in conferenza stampa qualche giorno fa “Una volta negli anni’60, in un mio primo lavoro molto sperimentale ,non c’era musica che accompagnasse la performance ed il pubblico dopo un primo momento pensò che ci fosse un problema tecnico. Poi ho incontrato Philippe Glass e decisi di usare la musica”. (CLICCA QUI)

Una delle prime coreografie in cui venne usata la musica di Philippe Glass fu quella inserita nel lavoro che il compositore statunitense scrisse con Robert WilsonEinstein on the beach. Ed è proprio l’associazione con Bob Wilson che ci fa ricordare uno spettacolo a Spoleto59 (passato un pò sotto silenzio) del regista texano, Lecture of Nothing  in cui alcuni dei principi della danza di Lucinda Childs trovano similitudini e richiami impressionanti ed interessanti al tempo stesso. Lo spettacolo di Wilson era nato come omaggio a John Cage nel centenario della sua nascita. E consisteva nella lettura ripetitiva di alcuni testi scanditi per frasi apparentemente slegate tra loro. Dove l’unica cosa che in realtà interessava era la produzione di suono secondo lo schema dei mesostici. Scarna drammaturgia, colore bianco imperante, gesti rallentati, insomma nessuna possibilità di distrarre l’attenzione dalla voce di Wilson.


Spoleto59, al Caio Melisso Bob Wilson “suona la voce” su Lecture of Nothing di John Cage


E così nei lavori della Childs, l’assenza di suono di accompagnamento non è altro che la messa in pratica del l’esperienza di John Cage alla ricerca del silenzio assoluto. Cage si chiuse in una Camera Anecoica pensando di certificare l’esistenza del silenzio e ne uscì invece convinto del contrario (I suoni corporali erano clamorosamente frastornanti).

Nei lavori della Childs il silenzio, o la rarefazione, il minimalismo interpretativo, i pochi movimenti di grande respiro classico, o anche il solo fatto di evitare contatti tra ballerini, che si sfiorano incessantemente ma non si toccano, più che elementi di povertà sono invece elementi di ricchezza inaspettata che obbligano lo spettatore a un lavoro profondo sulle sue convinzioni estetiche e di gusto, facendo piazza pulita di secoli di sovrascritture sceniche, per lasciare spazio al solo gesto del corpo che è la ricchezza del tutto. Non è un caso che Lucinda Childs sia stata allieva di Merce Cunningham, compagno di vita ed artistico di John Cage.

Nello spettacolo di Spoleto61 ci sono anche coreografie accompagnate dalla musica di Philippe Glass (Dance III ndr.) ed altre con musica di Henryk Gorecki, Simeon ten Holt e John Adams.

Ma chi conosce bene Glass sa che la ripetitività tonale è stata, per un lungo periodo, la cifra distintiva della sua carriera compositiva. E quindi anche nei lavori rappresentati al Romano la musica  non è stata altro che un elemento perfettamente sincronizzato della coreografia, un passo di danza senza la presenza di un ballerino.

A tratti il lavoro di questa straordinaria coreografa ha similitudini con antiche ritualità espressive orientali come quelle appartenenti al misticismo Sufi. La ripetizione modulare della stessa frase che inneggia ad Allah o il classico movimento di danza circolare incessante e in crescendo dei Dervisci Rotanti che ha per scopo l’estasi che porta all’annullamento materiale, sono due degli esempi più vicini alla prima coreografia Radial Courses eseguita al Romano.

Non sempre tutto questo genera entusiasmo nel pubblico e le reazioni sono le più disparate. Si va dalla incomprensione assoluta, allo sbadiglio per indifferenza. A qualcuno ieri è calata anche la palpebra, tanto era efficace l’annullamento materiale. Ci sono anche reazioni di stupore e in alcuni casi anche di genuino interesse. Nella prima serata del 29 giugno si sono registrati diversi mugugni di disapprovazione. Nella serata del 30, complessivamente, il pubblico ha reagito bene e gli applausi calorosi alla fine di ogni performance non sono mancati.

Peraltro alla Childs in apertura di serata è stato anche consegnato il “Premio Fabiana Filippi” alla sua prima edizione, presente il Direttore Artistico, Giorgio Ferrara e Donatella Filippi in rappresentanza dell’azienda umbra.

In ognuna delle manifestazioni del  pubblico però c’è la ragione profonda di un Festival come quello di Spoleto che continua, nonostante tutte le stupidaggini sentite nel corso degli anni, a creare motivi di riflessione.

Ma sopratutto, prosegue nella voglia di aprire gli occhi dello spettatore su mondi che non aveva avuto modo di esplorare.

Riproduzione riservata

Foto: repertorio Lucinda Childs Dance Company


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