Spoleto59, al Caio Melisso Bob Wilson “suona la voce” su Lecture of Nothing di John Cage

Spoleto59, al Caio Melisso Bob Wilson “suona la voce” su Lecture of Nothing di John Cage

Ritardo nell’ingresso al Caio Melisso per un improvviso aggiustamento di scena | Spettatori divertiti e incuriositi dalla performance del regista texano

Sullo spettacolo di Bob Wilson, Lecture of Nothing, al suo debutto per Spoleto59 ieri sera, 7 luglio, al Teatro Caio Melisso, si è scritto di tutto e di più. Si trovano in rete recensioni di grandi firme del giornalismo culturale americano ed europeo, corsivi del Guardian, del Times e chissà cosa altro. Lo stesso Festival dei Due Mondi ha affidato ad Achille Bonito Oliva il compito di analizzare la piece di Wilson in rapporto al suo autore, il mai dimenticato John Cage. E Abo ci mette del suo scrivendo una “articolessa” piena di citazioni e rimandi dei rimandi che i lettori potrebbero trovare un po’, come dire, “inzeppata”.
L’opera di Wilson prese forma intorno al 2012 in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Cage (nato a Los Angeles il 5 settembre del 1912, e morto a New York il 12 agosto del 1992). Il testo Lecture of Nothing appartiene ad una raccolta più ampia di scritti del compositore-musicista, peraltro la prima, dal titolo Silence, pubblicata nel 1961.
Per un lungo periodo, sopratutto ai suoi esordi, Cage venne considerato dalla critica dell’epoca alternativamente un impostore e un genio. Era un impostore quando in televisione suonava partiture cronometrate per frullatore, pentole a pressione, vasche da bagno e innafiatoi (la celeberrima Water Walk– CLICCA QUI) ed era invece un genio quando si inoltrava nell’analisi del silenzio.
Raccontano le cronache del tempo (1952 ndr.), di un Cage in visita alla camera anecoica presso l’Università di  Harvard. L’artista ne rimase profondamente colpito per il fatto che in una stanza, in cui non avrebbe dovuto esserci nulla in termini di suoni, lui invece riusciva a sentire il frastuono del suo corpo, la circolazione del sangue e numerosi altri movimenti interni dello stesso. Ne trasse così la convinzione che il silenzio assoluto fosse solo una ipotesi non dimostrabile. Basta osservare con attenzione uno dei tanti video che raccontano della sua celebre 4,33, partitura per silenzio ed orchestra (CLICCA QUI)
Quel silenzio come struttura che ha ispirato anche la piece di Robert Wilson andata in scena a Spoleto.
Dell’artista texano sappiamo molto, in questi ultimi anni di sue presenze al Festival, e se c’era qualcuno che sperava di vederlo in scena in maniera diversa dal solito, quel qualcuno è rimasto deluso. Solita prevalenza del bianco sopratutto in volto, esagerazione del gesto scenico rallentato, dilatazione dei tempi, suoni improvvisi che tagliano il teatro in due, rumori di scena e luci elaboratissime tra spot che illuminano particolari nella ricerca del dettaglio o altre che amplificano le dimensioni rendendole irreali.
Come spiega Bonito Oliva nel programma di sala, in questa piece wilsoniana c’è una certa ricerca ispirata dall’esperienza del teatro No giapponese. La cosa si fa evidente nel rallentamento dei gesti di scena, peraltro rarefatti, ed anche nell’allestimento scenico fatto di grandi teli bianchi istoriati con il testo di Cage e scritti secondo la regola dell’alfabeto giapponese, in cartiglio , dall’alto verso il basso.
E’ piuttosto divertente l’ingresso del pubblico a teatro ( ieri sera l’apertura delle porte è stata effettuata con forte ritardo a causa, sembra, di un cambiamento scenico dell’ultimo minuto. Una tradizione scaramantica per Wilson, perfezionista assoluto ndr.). Sipario aperto, e Wilson già in scena ad osservare immobile la sistemazione degli spettatori che ovviamente confabulano molto su questo personaggio bianchissimo che li squadra implacabile, senza la minima mossa fisica.

E poi tutto ha inizio con 4 suoni monotonali in sequenza prodotti probabilmente da un distorsore elettronico. Un bel salto di qualità dal silenzio e dall’immobilità ieratica del Guru-Wilson alla scomposizione quasi maniacale di una struttura che Cage definisce ossessivamente nel testo Nothing.
Va così in scena il mondo di John Cage, la parola scritta e letta come se si trattasse di una partitura musicale e la voce di Wilson che rappresenta il suono o il canto, a piacere.
Ed è forse questa l’unica cosa che non abbiamo letto nelle recensioni di questi ultimi anni, ma che è parte dell’esperienza di Cage in Italia negli anni’70 e che la piece di Robert Wilson ci ha immediatamente riportato alla mente ieri sera al Caio Melisso.
In un documentario dal titolo Suonare la voce, di cui si trovano diverse clip su Youtube, si raccontava la fantastica esperienza di ricerca di Demetrio Stratos, leader degli Area gruppo a metà tra il progressive ed il jazz che ha segnato la storia musicale italiana degli anni’70, sulla produzione di suono attraverso la voce, e non necessariamente attraverso il canto che ha una struttura di emissione diversa.
In uno dei passaggi del documentario si può osservare  la coppia artistica, e nella vita, John Cage-Merce Cunningham (Il famoso coreografo americano presente al Festival in epoca menottiana  ndr.) raccontare con entusiasmo compiaciuto della collaborazione con Stratos. Sono quelli gli anni in cui John Cage inizia ad usare nelle sue composizioni i “Mesostici”, versi in cui una frase verticale interseca un testo orizzontale in un punto casuale. Per gli appassionati di enigmistica, l’opposto di un “Acrostico”, cioè una frase verticale che interseca solo la lettera iniziale dei versi. Questa forma compositiva era ottima per il cantare e nel campo non c’era nessuno più di Stratos che avesse sperimentato sulla voce e sul canto, o meglio sulla produzione del suono.
Una evoluzione della scrittura e compositiva che proveniva direttamente dall’esperienza di Silence e dunque di Lecture of Nothing. Vedere dunque in scena Wilson che modula la lettura ripetititva del testo in un contesto che è struttura del Nothing è stato come un lampo della memoria.

Scriveva Stratos nella copertina del suo primo disco di ricerca Metrodora, ” Le corde vocali vibrano non per l’aria sospinta dai polmoni ma per impulsi provenienti da centri celebrali (R. Husson, 1951). La teoria neurocronassica di Husson, dopo molti esperimenti, non è stata del tutto accettata dalla fisiologia moderna; in realtà tuttora non si sa esattamente da dove venga la voce… “
E Bob Wilson ieri sera, suonando la voce su testo di John Cage al Caio Melisso, ha trasmesso la stessa sensazione.

La solita Solfa- Come si poteva facilmente prevedere, irrispettosamente sopratutto per il Festival dei Due Mondi nessuna foto, nemmeno ufficiale, dello spettacolo di Wilson è presente sia nel sito web di Spoleto59 che nei programmi di sala. Quelle che i lettori possono vedere  nella piccola gallery dell’articolo sono tratte direttamente dal sito web ufficiale di Robert Wilson.

Riproduzione riservata

Stampa