Umbria Jazz, Christone K. Ingram "spazzola" la platea dell'Arena | Entusiasmo per Jamie Cullum - Tuttoggi

Umbria Jazz, Christone K. Ingram “spazzola” la platea dell’Arena | Entusiasmo per Jamie Cullum

Carlo Vantaggioli

Umbria Jazz, Christone K. Ingram “spazzola” la platea dell’Arena | Entusiasmo per Jamie Cullum

Mar, 12/07/2022 - 11:23

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All'Arena Santa Giuliana due protagonisti giovanissimi della scena musicale internazionale. Pagnotta a cena con Monique Veaute

Ci perdonerà Jamie Cullum se nel raccontare la serata di ieri, 11 luglio, all’Arena Santa Giuliana per Umbria Jazz22 non inizieremo proprio da lui che ha aperto il concertone tradizionale del main Stage.

Noi che notoriamente siamo giornalisti di campagna, abbiamo un debole (incondizionato), se non proprio una affinità materiale e dimensionale, con quel cristone di Christone Kingfish Ingram, un gigantesco chitarrista, ragazzone di 23 anni (classe ’99) from Clarksdale, Missisipi, luogo ameno della profonda America del sud-est, proprio al confine con l’Alabama.

Due posticini che con i signori di colore hanno avuto qualcosa da dire per diversi anni. Tanto che ancora oggi, se sei nero e di quelle parti, o esci fuori in maniera esplosiva dai ghetti o altrimenti rischi ancora di perderti in una giungla di preconcetti e, diciamo, di indifferenza razziale (forse anche peggio della segregazione).

Christone ha debuttato appena nel 2019, sul limitare dei disastri pandemici, e nonostante questo è esploso letteralmente in ogni luogo o situazione in cui avesse modo di suonare.

Vederlo dal vivo su un palco è un privilegio, oltre che una esperienza unica. E non perchè si comporti da smaliziato musicista circense, con trucchi e giravolte come spesso abbiamo visto fare ad altri musicisti americani che amano stupire con gli effetti speciali.

Ci ricordiamo a UJ11 di Trombone Shorty al secolo Troy Andrews classe ’86. Una sorta di folletto indiavolato polistrumentista, che durante la sua esibizione tenne una nota alla tromba per oltre 3 forse 4 minuti con un uso mostruoso di tecnica di inspirazione e del diaframma che lo faceva sembrare indemoniato, e lo lasciò semisvenuto, steso lungo sul palco.

Christone non ci prova nemmeno a inventarsi furberie del genere, tanto è concreto e mostruosamente perfetto nella tecnica esecutiva. L’unica eccentricità che si concede è scendere dal palco e mettersi a suonare in mezzo ad una metà del pubblico indiavolato presente e che i ragazzi del Service hanno avuto un bel da fare a trattenere dalla voglia di toccare Christone, uso Madonna Pellegrina.

Tuttavia la domanda più frequente su questo aspetto è , “come può eseguire una qualità di suono così netta con due mani che sembrano badili e con le dita che sono appena appena ingombranti??”.

A vederlo dal vivo si ha sempre l’impressione che gli possa sfuggire una strimpellata di striscio, ma la verità è che mai suono fu più eloquente di quello di Mr. Kingfish Ingram.

Christone suona per l’Arena buona parte del suo repertorio, e ci mette del suo nell’esecuzione, insieme alla band composta da personaggi che sarebbero anche loro tutti da raccontare, come il batterista Chris Black o il bassista più impenetrabile ed enigmatico del mondo, Paul Rogers. Uno che ha la stessa espressione facciale dall’inizio alla fine del concerto e che se lo dovessi incontrare di notte, qualche domanda te la fai.

Il primo disco di Christone Ingram, inciso a Memphis e intitolato semplicemente “Kingfish”, si è guadagnato una nomination ai Grammy nella categoria Best Traditional Blues Album” e ha debuttato al primo posto nella classifica di Billboard. Particolare non irrilevante: l’album è stato pubblicato dalla Alligator Records, storica etichetta di Chicago per i cui solchi (e poi bit) è passata la migliore black music degli ultimi decenni. Ed il presidente della Alligator dice che Kingfish è a young, visionary blues giant.

La Alligator Records ha intanto pubblicato il secondo disco, registrato a Nashville e intitolato “662”, che è poi il prefisso telefonico dell’area in cui Ingram è nato. Il disco, vincitore nel 2022 del Grammy come “Best Contemporary Blues Album”, è in qualche modo più personale del precedente e parla, nelle tredici canzoni, più intimamente del suo autore. “662 dice Kingfishè una riflessione sulla mia crescita come musicista, songwriter, bandleader, e anche come giovane uomo”.

Il blues di Kingfish ha profonde radici nella musica del Delta del Mississippi ma è proteso in avanti, sostenuto da una maestria di guitar player che rimanda ai grandi del passato. Lo stesso Christone dice di avere un piede nella storia, cioè il blues più classico della tradizione americana, ma di volersi muovere in avanti. Cresciuto con il gospel, Kingfish è poi approdato alla “musica del diavolo” suonando prima la batteria, poi il basso, infine la chitarra di cui è diventato un virtuoso. Il tutto (festival, televisione, club importanti, collaborazioni con Keb Mo, Buddy Guy, Eric Gales) in pochissimi anni. Ma questo, lo sappiamo bene, è solo l’inizio.

L’atteso Jamie Cullum

La serata all’Arena era stata aperta però da Jamie Cullum, molto atteso anche lui dalla platea del Santa Giuliana. Con milioni di dischi venduti all’attivo, una nomination ai Grammy (miglior album di jazz vocale) e una al Golden Globe (la canzone di “Gran Torino”, il film di Clint Eastwood), più numerosi altri premi e nomination, Jamie Cullum è oggi una star la cui popolarità trasversale va oltre i generi codificati.

Cullum fu definito, per il tumultuoso successo planetario di “Twentysomething”, il suo terzo album, l’artista jazz britannico capace della più veloce vendita discografica della storia. Era solo l’inizio.

Con il tempo l’etichetta di jazzman è diventata sempre più stretta per Cullum, che partendo dal jazz (“Pointless Nostalgic” e “Twentysomething” sono stati i dischi che lo hanno imposto all’attenzione del grande pubblico) e grazie a un talento molto eclettico ha ampliato i suoi orizzonti musicali spaziando tra soul, hip hop, rock e pop.

Jamie Cullum canta, suona pianoforte, chitarra, batteria e scrive canzoni in cui riesce a mescolare le molteplici influenze che hanno segnato la sua formazione di ragazzo dell’Essex innamorato di ogni buona musica. In quel periodo il giovane Jamie ha suonato di tutto in differenti band ed in tutte le situazioni che gli capitavano, dai club ai matrimoni.

Con i primi soldi guadagnati si pagò gli studi al college e si autoprodusse un disco in sole cinquecento copie, che oggi si vende a caro prezzo alle aste. Cominciò così, da una già consolidata reputazione di eccellente jazz piano player e vocalista, una grande carriera che lo ha portato ad esibirsi nei principali festival di tutto il mondo, sia jazz che rock, e perfino a diventare una star della radio.

La sua presenza scenica è straordinaria, come ieri sera ha potuto vede il pubblico di Perugia, ed i suoi show ci mostrano un performer che proprio dal vivo dà il meglio di sé. Jamie Cullum nonostante il successo è ancora proiettato verso il futuro e dice che è come songwriter che ha le sue highest aspirations now. L’ultima uscita discografica è stata un album di canzoni natalizie, “The Pianoman At Christmas”.

Carlo Pagnotta a cena con Monique Veaute

Prosegue intanto il rapporto di collaborazione ed anche di amicizia tra Direttori artistici, di Carlo Pagnotta e Monique Veaute, che ha appena chiuso la 65^ edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Ieri sera, a sorpresa, la Veaute (accompagnata dal fido Marco Ferullo) è stata ospite nel ristorante del Back Stage di Santa Giuliana dell’effervescente 89enne Patron Pagnotta, con sciarpa gialla delle grande occasioni. Dopo un giro nel regno del Jazz i due , insieme ad altri ospiti, si sono seduti per una cena al ristorante.

Ignota ovviamente la materia della conversazione a tavola, ma Tuttoggi.info ha potuto comunque immortalare alcuni momenti dell’incontro, forse dedicato anche ai progetti futuri per il Festival di Spoleto, dopo i due successi targati UJ nella 65^ edizione: Angelique Kidjo e Dianne Reeves.

E’ nostra opinione che Carlo Pagnotta, smaliziato marpione del mondo dello spettacolo dal vivo, abbia un feeling particolare con Piazza Duomo, palcoscenico con caratteristiche sceniche, acustiche e di capienza introvabile in nessun altro posto del mondo. Patron Pagnotta che viaggia sempre intorno a 2000 /3000 spettatori di base nei suoi spettacoli al Santa Giuliana, crediamo abbia l’acquolina in bocca per avere a disposizione stabilmente un simile contesto, con palco e amplificazione e organizzazione già sistemata per una sorta di anteprima di UJ a Spoleto.

Del resto UJ iniziò la sua storia nel 1973 a Villalago, Piediluco (Terni) e non a Perugia. Non c’è niente di male, ed anzi sarebbe opportuno, che le esperienze virtuose umbre si capitalizzino nelle città umbre. Magari scambiandosi anche i favori però!

Ma soprattutto scampando il rischio di finire da altre parti tipo Roma. In Europa ovviamente!

Ma sul tema Umbria Caput Mundi, Pagnotta “Sir Charles” è sicuramente più realista del Re…e della Regina.

Foto: Tuttoggi.info (Leopoldo Vantaggioli)

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