(Car.Van.)- Ogni giornalista sa che il punto nevralgico di un articolo è il cosidetto “attacco”. Iniziare male un pezzo può significare che il lettore probabilmente non sarà invogliato nemmeno a proseguire nella lettura. Ed è su questo particolare aspetto tecnico della scrittura giornalistica che Ettore Mo, inviato speciale del Corriere della Sera, ha voluto intrattenere ieri pomeriggio i giovani del corso propedeutico di giornalismo “Walter Tobagi”, in una deliziosa conferenza a metà tra l' Amarcord e l'analisi delle strategie future dell'editoria e del giornalismo. L'incontro di Palazzo Ancaiani è stato introdotto dall'Ass.re Battistina Vargiu in rappresentanza del Comune di Spoleto patrocinatore dell'evento, e organizzato dalla Società di cultura “Giovanni Polvani”.
Nel ruolo di gran cerimoniere, il giornalista de Il Messaggero, Alfonso Marchese, che in forma di intervista, ha fatto parlare Mo di molte delle sue esperienze, per lo più avventurose, ma anche di cose molto intime come il rapporto con la famiglia di un inviato speciale, fuori casa per lavoro anche per molti mesi all'anno. Ettore Mo è ormai una leggenda tra gli inviati speciali tanto da considerarsi “un privilegiato…sono l'unico che può fare i suoi reportage con un fotografo al seguito (Luigi Baldelli n.d.r.) tanto che i colleghi americani e inglesi ogni volta si stupiscono di questa cosa”. E proprio per la sua considerevole esperienza ha voluto dispensare preziosi consigli ai tanti ragazzi del corso, come quello di “attaccare” bene un pezzo o di essere presenti, se possibile, là dove il fatto accade. Un personaggio, Mo, che inizia la carriera in maniera originale, scoprendo la passione per la sua futura professione solo dopo aver tentato di fare il cantante lirico, ma sopratutto nel ricordo dell'impronta lasciata nella sua memoria dalla lettura de “I Malavoglia” di Verga. Due aspetti della formazione di Mo che fanno comprendere meglio lo spessore della scrittura dei suoi reportage dai principali teatri di guerra degli ultimi 30anni. Epica la sua frequentazione con Ahmad Shah Massoud il “Leone del Panjshir”(Afghanistan), la bestia nera dell'esercito di occupazione russa negli anni '80. Occhi sgranati e orecchie tese dei ragazzi presenti quando questo 78enne dagli occhi mobilissimi inizia la narrazione della sua permanenza in Afghanistan e di come gli toccò travestirsi da mujaheddin per transitare meglio lunghe le vie di confine con il Pakistan. O del racconto dei 3 giorni di viaggio a cavallo senza scorta e garanzie prima di incontrare per la prima volta Massoud. Ma anche di come sapeva correggere Pavarotti dopo uno spettacolo dicendogli “… su quel passaggio hai forzato troppo”, lui che di voce, per sua stessa ammissione, non ne aveva a sufficienza. Una fascinosa affabulazione che fa capire come la professione di giornalista è molto spesso una passione irrefrenabile, al di là della formazione individuale e dell'esercizio del mestiere.
Intima e molto personale la confidenza di Mo, sollecitata da Marchese, quando racconta alla platea di come si possa stare fuori casa per mesi interi a volta anche senza dar notizie per giorni e giorni, mantenendo però un nucleo familiare unito e solidale “Sono con mia moglie da sempre ed i miei figli erano orgogliosi del padre che quando tornava raccontava tante cose”. Un modo di esercitare la professione strettamente legata a editori e giornali che forse oggi non esistono più. Su questo Mo è molto deciso quando parla di futuro della professione e dell'arrivo sulla scena di internet e della stampa online ” Il futuro è quello …non se ne potrà più fare a meno. Molte più voci e informazione più completa”. E con un lampo negli occhi non si lascia sfuggire l'occasione di raccontare un gustoso aneddoto che lo vide protagonista con Indro Montanelli, al Corriere della Sera nel momento in cui fecero la loro comparsa i primi computer. Il Corriere in quegli anni adibì una stanza apposta per fare dei corsi di formazione ai giornalisti sull'uso della nuova macchina. Un sera Mo, che usciva dalla stanza dei corsi, incrociò Montanelli, che intuì subito da dove proveniva il collega, e dall'alto dei suoi 190 cm, dandogli una manata sulla spalla lo apostrofò con un definitivo ” Non mi dovevi dare questo dispiacere…”. Conosciamo tutti la famosa foto di Montanelli seduto su una pila di riviste mentre scrive un pezzo con la fedele Lettera 22 della Olivetti. Un modo anche di fa capire comunque, secondo la visione di Mo, che non esistono steccati e barriere tecnologiche, ma solo tempi che cambiano. Una cosa certamente non cambia per Ettore Mo, ed è la voglia di raccontare scrivendo “…finchè me lo lascieranno fare”.