Yoroboshi, la seconda opera del Festival di Spoleto - Tuttoggi

Yoroboshi, la seconda opera del Festival di Spoleto

Sara Cipriani

Yoroboshi, la seconda opera del Festival di Spoleto

La commovente riunione di un padre al figlio perduto | Il teatro giapponese tra le colonne del Chiostro di San Nicolò
Sab, 29/06/2019 - 13:16

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Yoroboshi, la seconda opera del Festival di Spoleto

Doppia apertura con l’opera per lo Spoleto Festival dei Due Mondi, nella sua edizione numero 62. Mentre al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti andava in scena quella lirica che da sempre taglia il nastro della kermesse, con l’addio fra la regina Proserpina e sua madre Cerere, nel più dimesso e silenzioso Chiostro di San Nicolò si assisteva a un’affascinante pièce di teatro giapponese Nō, da molti considerato assimilabile alla forma teatrale dell’opera, in una sorta di  collegamento in contrapposizione in cui il ricco benefattore Michitoshi riabbracciava il figlio perduto Shuntokumaru.

Una rappresentazione affascinante e lontana

Un viaggio fuori da Spoleto, fuori dagli schemi conosciuti e familiari, che chiede uno sforzo di comprensione e una pazienza per i tempi lenti che sono propri del lontano Oriente. Così si potrebbe riassumere l’esperienza di Yoroboshi, l’opera rappresentata ieri sera – 28 luglio – al Chiostro di San Nicolò. Non un semplice spettacolo ma un viaggio affascinante.

Lo stile è quello del Nō, una forma di rappresentazione teatrale in voga in Giappone dal XVI secolo, una rappresentazione cantata con la musica di accompagnamento eseguita solo con strumenti a fiato e percussioni. Per questo viene considerato come una sorta di opera giapponese.

La scena è semplice ed essenziale. Sul palco completamente vuoto, illuminato da due falò dentro a bracieri rialzati, si muovono gli attori, tutti uomini, che indossano invece importanti e ricchi costumi tradizionali. I personaggi sono pochi, essenziali come essenziale è tutto il contorno e chiaramente identificabili nei loro ruoli.

C’è un coro e quattro musicisti, tutti vestiti di nero. Gli strumenti usati sono quelli tradizionali: tamburi (usati nei rituali sciamanici giapponesi per indurre la trance) e un flauto (per evocare la discesa degli spiriti) producono suoni ripetitivi accompagnati da un continuo kakegoe, lo strano suono gutturale delle voci dei percussionisti. Un suono lontano dal nostro orecchio musicale, difficile da intercettare come melodia, ma che fa da cornice a tutta la rappresentazione più di qualsiasi scenografia.

Poi i tre soli personaggi di tutta la storia: Yoroboshi, lo shite ossia il primo attore che porta la maschera, Takayasu, il padre di Shuntokumaru (waki) e il servitore di Takayasu. Unici a muoversi sul palco, con il passo strisciato e il busto immobile, quasi a scivolare sulla superficie.

Lo shite recita in maschera, uno degli elementi distintivi del teatro Nō, il che ovviamente toglie ogni possibilità di esprimersi con la mimica facciale. Qui interviene la grande abilità degli attori tutti che con pochi minimi gesti e cenni riescono a raccontare la complessità delle emozioni profonde.

L’emozione di un abbraccio tra i fiori dei susini

Takayasu Michitoshi, un importante abitante di un villaggio nella prefettura di quella che oggi è Osaka, crede a una storia diffamatoria su suo figlio, Shuntoku-maru, e lo rinnega cacciandolo. Ma il padre, rammaricato del gesto, vuole pregare per la pace e il conforto di suo figlio, e durante la primavera decide di organizzare una funzione nel tempio buddhista di Shitennōji, 7 giorni di elemosina ai poveri. L’ultimo giorno della sua pratica di fare offerte, un giovane mendicante cieco chiamato Yoroboshi appare al tempio. Il mendicante è in realtà suo figlio, Shuntoku-maru.

Quando Yoroboshi si unisce alla fila di persone che ricevono offerte, i petali di prugna caduti si attaccano alle sue maniche. Vedendo che Yoroboshi apprezza il profumo dei fiori, Michitoshi afferma che anche il fiore fa parte della pratica di fare offerte. Yoroboshi è d’accordo con lui, elogia gli insegnamenti del Buddha e spiega l’origine del Tempio di Tennō-ji.

Yoroboshi si rende allora conto che Yoroboshi è suo figlio Shuntoku-maru, ma decide di aspettare fino a notte per rivelare la sua identità,

Quando la notte scende sul tempio, Michitoshi rivela a Yoroboshi (Shuntoku-maru) che è suo padre. Shuntoku-maru cerca di fuggire perché si vergogna del suo stato attuale, ma Michitoshi lo raggiunge, loabbraccia e lo riporta nel villaggio di Takayasu.

La scuola di teatro Hōshō

Il teatro giapponese è una forma d’arte molto antica. Il fa parte delle forme tradizionali, insieme al Kabuki e al Bunraku, rivolta ad un pubblico molto elevato. In generale, come nel caso di Yoroboshi rappresentato allo Spoleto Festival 62,  è caratterizzato da particolari movimenti lenti e dall’uso e dalle caratteristiche  maschere e dalla rappresentazione di una lunga preghiera prima dell’inizio dello spettacolo vero e proprio.

Sono oggi ancora attive solo 5 scuole di Nō:  la Kanze, la Hōshō, la Komparu, la Kita e la Kongo.

Kazufusa HŌSHŌ, primo attore della rappresentazione festivaliera, è il ventesimo caposcuola della scuola di attori Nō. HŌSHŌ, diretto discendente del fondatore originario. Il giovane ha inziato il suo addestramento sotto la guida del padre Fusateru e del nonno Fusao HŌSHŌ iniziando a calcare le scene all’età di 5 anni. Una carriera già lunga e costellata di riconoscimenti, molti dei quali all’estero e in Italia, per il suo impegno di rispettare la tradizione con la capacità di esportarla e condividerla al mondo.

Un’opportunità che il Festival di Spoleto ha saputo cogliere.


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