San Costanzo, via alle celebrazioni | Giulietti “Superare le contrapposizioni”

San Costanzo, via alle celebrazioni | Giulietti “Superare le contrapposizioni”

Entrati nel vivo i festeggiamenti per il patrono San Costanzo, centinaia di persone alla Luminaria ed ai Primi Vespri


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Con la lettura dell’ordinanza istitutiva della “Luminaria” dei Priori del Comune di Perugia dell’anno 1310, alla presenza del sindaco Andrea Romizi e dei rappresentanti delle Istituzioni civili e religiose della città, e con la benedizione del fuoco davanti al Palazzo comunale da parte del vescovo ausiliare mons. Paolo Giulietti, domenica pomeriggio sono entrate nel vivo le celebrazioni in onore del Santo patrono Costanzo, vescovo e martire,  dopo il triduo di preparazione (25/27 gennaio) dedicato quest’anno al tema: “San Costanzo: radice e modello di vita per i giovani”, tenutosi nella basilica dedicata al Patrono.

In questo luogo di culto dove sono conservate le reliquie del Santo si è conclusa la processione con i lumi tenuti tra le mani da centinaia di fedeli, animata dalle rappresentanze dei Figuranti in costume medioevale delle cinque Porte dei Rioni di “Perugia 1416”  e dei cortei storici di Assisi e Città della Pieve.

La suggestiva “Luminaria” è stata organizzata dai membri della Confraternita del Sant’Anello della cattedrale di Perugia, che hanno portato in processione il Gonfalone di San Costanzo.

Nell’omonima basilica sono stati celebrati i Primi vespri solenni presieduti dal vescovo ausiliare mons. Giulietti e rinnovato il tradizionale rito dell’omaggio votivo al Santo patrono di cinque “simboli”: la corona d’alloro, da parte della polizia municipale (segno di devozione e testimonianza di dedizione al bene comune attraverso l’azione di ordine pubblico, che mira alla pace e alla concordia); il cero, da parte del sindaco (segno della disponibilità degli amministratori pubblici ad essere attenti ai bisogni dei più deboli e indifesi e a promuovere con onestà e saggezza ciò che giova al bene comune); il torcolo (dolce tipico della festa e ricordo simbolico del martirio di Costanzo), da parte degli artigiani e commercianti (segno di quanti si impegnano ogni giorno a migliorare le condizioni dei lavoratori e per tutti coloro che, con il loro lavoro, contribuiscono alla prosperità della comunità); il vinsanto, da parte di due giovani sposi, perché vivendo la fedeltà, la fecondità e l’attenzione ai piccoli e ai poveri, siano segno dell’amore infinito che lega Dio al suo popolo, e la famiglia continui a essere fondamento del vivere sociale; l’incenso, da parte del Consiglio pastorale parrocchiale (segno della forza della fede nell’annuncio del Vangelo sull’esempio del santo martire, perché conceda alla nostra Chiesa diocesana di crescere nella santità, di annunciare Cristo con coerenza, di essere fermento di speranza e di pace).

Durante l’omelia, monsignor Giulietti ha ricordato che la solennità di san Costanzo rappresenta per il capoluogo umbro il rinnovo nella fede dell’ultrasecolare legame di comunione, unità, concordia e prosperità del suo popolo e tra le sue componenti civile e religiosa. Gremita  per l’occasione la basilica di San Costanzo, con centinaia di fedeli anche all’esterno, sul sagrato, dove era stato allestito un maxischermo.

 Mons. Giulietti, che si è soffermato sul significato dei doni simbolici offerti in onore di san Costanzo, ha esordito dicendo: «Offriremo cinque doni simbolici, come ogni anno. Siamo in un periodo in cui abbiamo tanti simboli… ma i cinque simboli che offriamo sono di una natura particolare, perché esprimono due comunioni. La prima è la comunione tra tutti quelli che si vedono rappresentati in questi simboli: le autorità civili e di pubblica sicurezza, le famiglie, i commercianti, i membri della comunità cristiana. Simboli che uniscono e fanno sentire parte di una medesima realtà. Ma questi simboli esprimono un’altra comunione come suggerisce papa Francesco nell’ultimo capitolo dell’enciclica della Laudato sì, quando parla del fatto che la liturgia rende onore a Dio attraverso delle cose che appartengono alla nostra vita: il pane, il vino, l’acqua, la luce, esprimendo la convinzione che Dio abita dentro la realtà».

«Nella nostra vita, in quello che noi facciamo e viviamo non solamente siamo in comunione tra di noi – ha proseguito mons. Giulietti –, ma siamo anche in comunione con Dio. I doni simbolici che noi   davanti all’urna del martire Costanzo esprimono questo desiderio e questa convinzione della possibilità di comunione, perché rendono presenti i vincoli che stringono tra di loro coloro che appartengono a una medesima comunità condividendone il lavoro, l’impegno ma anche la sofferenza e le spine ed esprimono, ad un tempo, il vincolo che lega questa comunità con il mistero santo di Dio».

«Questi cinque simboli non sono casuali – ha sottolineato il presule –, perché sono realtà che sono accreditate verso di noi dalla storia di quanti che per questi simboli hanno speso il loro sangue. Nessuna comunità può essere unita senza condividere delle storie se non ha dei simboli che esprimono le radici più profonde e se non sente i legami che esistono tra le persone non rispondono semplicemente alla condivisione di interessi per quanto ragionevoli ed umani essi siano. Sono vincoli che nascono da una fraternità più profonda, dall’essere uniti da quell’amore di Dio che abbiamo sentito narrare da san Paolo nella lettura breve dei Vespri: “Chi potrà separarci dall’amore di Dio”, che cosa potrà allontanarci dalla salvezza che riceviamo da Lui e per questo che Gesù ci ha amati perché il Padre ha fatto di tutti un popolo solo».

«Abbiamo la certezza che queste narrazioni non sono delle favole – ha detto mons. Giulietti avviandosi alla conclusione –, ma sono delle realtà che davvero fondano la possibilità di vivere insieme, superando anche le contrapposizioni e le normali divergenze di opinioni che animano la vita sociale e politica della comunità. Lasciamoci ancora una volta raccontare da questi cinque gesti simbolici di quello che ci unisce al di là di quello che anche legittimamente ci divide. Abbiamo il dovere di trasmettere alle generazioni future questo spirito di comunione, come anche abbiamo il dovere di condividere la nostra comunità con chi arriva da altri Paesi e da altre culture che di questa comunità desidera far parte, perché sono queste le nostre radici ed è questo che abbiamo ricevuto in dono dall’amore di Dio per rimanere uniti e per camminare insieme come una vera comunità».

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