“Ti saluto, Umbria di popolo, che ho amato e servito con tutto il cuore, fino allo stremo delle forze!” Questo in sintesi il commosso saluto di mons. Riccardo Fontana all'arcidiocesi di Spoleto-Norcia, all'Umbria, a questa terra dei Santi Benedetto e Francesco che ha servito per tredici anni, quattordici Pasque. Ora è stato promosso da Papa Benedetto XVI alla grande e antica Chiesa di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, cinque volte più grande di quella spoletina, la più grande per estensione chilometrica dal Fiume Po in giù. L'intensa giornata di domenica 30 agosto, festa della dedicazione della chiesa cattedrale, è iniziata al teatro Caio Melisso, dove le autorità regionali e locali hanno salutato mons. Fontana in un consiglio comunale aperto.
L'assise è stata inaugurata dal Presidente del Consiglio Comunale, Stefano Lisci, che ha sottolineato lo stile dell'arcivescovo di stare con la gente, tra la gente. Ha anche annunciato che i capigruppo delle forze politiche che hanno rappresentanti in Consiglio hanno votato un ordine del giorno per concedere al Presule la cittadinanza onoraria di Spoleto. Il Sindaco della città, Daniele Benedetti, ha definito la presenza del Vescovo a Spoleto “rigorosa, attenta, incisiva. Ha sempre cercato di studiare e capire la nostra identità, ponendo sempre l'uomo al centro. Ci mancherà la sua carica umana. Questo non è un addio, ha detto, ma un arrivederci. Ci saranno di sicuro altre occasioni di collaborazione”. Erano presenti tutti i venticinque sindaci della diocesi, con tanto di gonfalone.
Non è voluta mancare all'appuntamento la Presidente della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti. La Governatrice ha iniziato il suo intervento dicendo: “non siamo affatto contenti che mons. Fontana se ne vada. Ci ha portato vitalità e tenacia. Quante volte, ha ricordato, mi ha incitata a difendere la nostra Umbria. Amante della schiettezza e della tenacia, è stato anche un vescovo controcorrente, coraggioso, sempre alla ricerca della collaborazione con le istituzioni”.
La Provincia di Perugia era rappresentata, invece, dall'assessore alla cultura Donatella Porzi. Terminato il momento in teatro, ha avuto inizio la solenne concelebrazione eucaristica in cattedrale. Con mons. Fontana c'era il vescovo di Porto-S. Rufina, mons. Gino Reali, e quello emerito di Gubbio, mons. Pietro Bottaccioli, che rappresentava l'episcopato umbro. Tantissimi sacerdoti, più di mille fedeli provenienti da ogni angolo della diocesi sono saliti in duomo per salutare il loro arcivescovo, per applaudirlo, per dirgli grazie, per stringergli semplicemente la mano, per commuoversi, anche, ricordando momenti vissuti. Nella sua omelia mons. Fontana ha rievocato la figura di S. Ponziano: “al seguito del Santo Cavaliere ho vissuto questo tempo come una veloce, festosa cavalcata, insieme con la mia gente, alla maniera dei Vescovi antichi. Qua lascio un pezzo d'anima, con il sapore dolce di una storia bella. La terra che dette i natali a Benedetto da Norcia e a Francesco d'Assisi, nel recupero di uno stile di vita che è la Regula Monachorum e nella ricerca della libertà interiore del Poverello e della poesia della vita, è una proposta affascinante. Questo è il patrimonio che lascio, per grazia di Dio, in mani sicure, all'Arcivescovo Renato Boccardo, al quale mi legano oltre trent'anni di stima e di amicizia, di comunanza di formazione e di servizio alla Chiesa Universale e al Papa”. Poi, l'ultimo, commosso saluto alla sua amata gente di Spoleto-Norcia: “Con ancora negli occhi le mura medievali delle nostre città, da Bevagna a Montefalco, a Norcia, da Trevi a Spoleto, alle splendide comunità accastellate della Valnerina, so che altre mura ci attendono da contemplare insieme: quelle della Città di Dio, la Santa Gerusalemme del Cielo, alla quale, centoquindicesimo successore di S. Brizio, vi do, a tutti, appuntamento”. Il vicario generale della diocesi, mons. Luigi Piccioli, a nome di tutta la Chiesa ha rivolto un indirizzo di saluto all'arcivescovo Fontana, spiegando anche il significato di due doni che sono stati consegnati al Presule: “un libro, che ripercorre i tanti passaggi nel cammino fatto insieme in questi anni, perché non se ne perda la memoria, ma soprattutto perché il già fatto e il vissuto sia di sprone per altre realizzazioni e nuovi traguardi. Una croce con i due volti, quello della sofferenza e del sacrificio, e quello del trionfo su ogni miseria e su ogni male. Abbiamo scelto la croce, afferma mons. Piccioli, perché immagine della vita donata e offerta, libera nell'amare, pronta a farsi accogliere, fino a lasciarsi succhiare per rivitalizzare i fratelli; e quindi capace sempre di fecondità in ogni stagione e in ogni luogo”.
La giornata si è conclusa in Piazza Duomo con un momento di festa organizzato dall'amministrazione comunale di Spoleto.
Solennità della Dedicazione della Chiesa Cattedrale
Omelia dell'Arcivescovo Fontana al momento di congedarsi dalla Chiesa Spoletana-Nursina +++
Spoleto, Chiesa Cattedrale, 30.8.2009
Come un giovane incantato di fronte alla prima esperienza d'amore, ho vissuto il mio servizio a questa Chiesa d'Umbria come una grazia. Nel numero quattordici l'Evangelo di Matteo fissa le tappe del popolo di Dio, in cammino incontro al Signore. Per quattordici volte ho celebrato con voi le feste maggiori di questa Chiesa. Avviando il mio ministero di Vescovo, ai primi Vespri di S. Ponziano, salii questo altare consapevole della mia inesperienza e della inadeguatezza al ruolo che mi veniva affidato. Oggi, prima di passare a una nuova storia che mi viene data da vivere, ringrazio il Signore, ma anche il popolo e il presbiterio che mi hanno forgiato Vescovo, tra il fuoco dell'entusiasmo e il martello delle prove. Al seguito del Santo Cavaliere ho vissuto questo tempo come una veloce, festosa cavalcata, insieme con la mia gente, alla maniera dei Vescovi antichi. Qua lascio un pezzo d'anima, con il sapore dolce di una storia bella. Una lunga litania scandita di melodie e di pause,come le dieci corde delle chitarre antiche e bibliche. Come insegna il Santo Padre Agostino è l'amore che fa nuovo il cantico, giacchè permette di vedere con occhi nuovi le vicende del mondo. Come gli Apostoli, di cui sono successore, inviato a un'altra Chiesa, antica e grande, vivo questo momento di episcopato itinerante, sulle orme dei Santi Padri.
1. Rivisitare con gratitudine il progetto che il Signore ci ha affidato
Questa festa della dedicazione della Cattedrale è davvero un crocevia di molte nostre esperienze. E' il giorno della Santissima Icone, l'Haghiosoritissa di Costantinopoli; in questo giorno nel 1198 Papa Innocenzo III consacrava questo tempio che ci accoglie. Ma soprattutto è per eccellenza il giorno della Chiesa diocesana, in cui ogni parte si ricolloca nell'insieme, rendendo visibile il disegno globale della nostra storia comune come tessere di un ideale mosaico, il cui “autore e perfezionatore” è il Cristo. Ringrazio Dio perché fu possibile restaurare, in questi anni del mio servizio che oggi si conclude, quell'antico disegno, arricchito di Santi e impreziosito da infinite storie di carità. Il Santo Sinodo suggellò il progetto, riaffermò la nostra identità comune di icona della Chiesa dentro la società umbra. Come il giovane Salomone nella preghiera di dedicazione del tempio di Gerusalemme, che abbiamo appena ascoltato, anche noi, con meraviglia, ringraziamo Dio che si è fatto incontrare dal suo popolo. Il luogo teologico della consacrazione non sono già le mura, ma la Santa Qaal che siamo noi, “pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”, come ci ha appena ricordato San Pietro. Il primato della nostra opera in questi quattordici anni fu appunto fare spazio allo Spirito, privilegiare su ogni altra impresa la formazione delle coscienze, ridare coraggio, “irrobustire le mani fiacche, rendere salde le ginocchia vacillanti”, sostenere con il dialogo “la canna infranta e il lucignolo fumigante perché non si spenga”. In limine templi ringrazio il Signore di avermi fatto vedere quasi in ogni parte della Diocesi rinascere la Chiesa, soprattutto tra i più giovani. Insieme con il mio presbiterio, ho visto articolarsi di ministeri questa comunità ecclesiale: potemmo finalmente avere Diaconi, Accoliti, Lettori, un gran numero di Ministri Straordinari della Comunione, ma anche catechisti istituiti, operatori della carità, animatori di pastorale giovanile, animatori della cultura e della comunicazione. La vita secondo lo Spirito si è davvero arricchita sotto i nostri occhi. L'impegno di tanti adulti, illuminati dallo Spirito, ha permesso al Signore di sostenere la nostra fatica e di guardare avanti. Come l'antico Vescovo di Tours, prima di assumere il ministero nella Chiesa aretina, cortonese e biturgense, torno a ripetere: non recuso laborem. Il dialogo con tutti, ispirato alla Parola di Dio, spinge a trovare sempre nuovi linguaggi perché la verità, che è Dio stesso, possa essere non solo compresa, ma soprattutto creduta. In questa epoca secolarizzata spesso si è perduto il fascino della novità che è il Vangelo, la notizia bella, perché non fu abbastanza sostenuta dall'amore.
2. Il rapporto della Chiesa con il territorio
Riuniti nella chiesa madre per ringraziare insieme Dio per i grandi doni che ci ha dato in queste quattordici Pasque, chiamiamo questo edificio “cattedrale”, perché esprime e riassume in sé le tre fondamentali funzioni che il Signore ci ha chiesto di esercitare: docere, sanctificare e gubernare, cioè l'annunzio della Parola che salva, la trasformazione della società, il servizio di indicare la meta a quanti cercano il regno di Dio e la sua giustizia. Gli antichi vollero questa chiesa alzata sul Colle di S. Elia, il profeta del fuoco, perché a tutti nella grande valle – nelle nostre valli – alzando gli occhi al cielo, fosse possibile misurarsi con questa funzione che ha la Chiesa nel mondo, di incarnare il Vangelo nella società, ripetendo i gesti e le parole di Gesù stesso, il Verbo che si è fatto uomo, dentro la storia, per la nostra salvezza. Non è mai lecito alla Chiesa di Cristo astrarsi dai problemi della gente: solo Ponzio Pilato se ne lavò le mani. La storia ci appartiene. Noi cristiani siamo chiamati ad edificare la città dell'uomo a immagine della città di Dio. Non abbiamo tempo per lamentarci dei mali del secolo presente; meglio mettere mano a sconfiggere, con il bene il male. Come l'autore dell'antico discorso a Diogneto, abbiamo provato a far da anima dentro questo corpo che è la società articolata di venticinque Comuni, nei quali si esprime la nostra Chiesa diocesana. L'autorevolezza, e non il potere, ci permisero tante volte di essere significativi. Il dono di Dio, il Sacramento che è la Chiesa, ci rese credibili per molti. Anche quelli che in questi anni condivisero meno i nostri ideali ci hanno aiutato a pensare, ad approfondire, a purificare il nostro impegno. Anche per loro l'Eucaristia di oggi; anche per loro la nostra preghiera. E' la logica di Zaccheo, che abbiamo appena ascoltato e che ci induce, incontrando Gesù, alla conversione del cuore, perché chiedendo perdono di quanto meno buono e meno giusto ci fosse stato nella nostra esperienza, ci impegniamo a fare quattro volte tanto per il Regno di Dio e la sua giustizia.
3. La carità della Chiesa e il progetto della società civile
Il segno della carità, che è il sigillo di Dio sulle nostre storie, ci rallegrò molte volte. Fu possibile trasfigurare le opere con la Parola di Dio, dare riscontro al Vangelo nel servizio a questo mondo umbro, che ha bisogno di ritrovare la propria identità attraverso la via dell'unità. Una sola è la persona: solo la morte divide l'anima dal corpo. Nella nostra fede, anche i morti risorgeranno: la divisione, sempre opera del maligno, è destinata ad essere vinta dall'amore, che unisce la gente come in ogni storia sponsale. Così anche nella società. L'Umbria dalle cento torri, raccontata dal Barbarossa antico, avrà un grande ruolo da svolgere nella Nazione e tra i popoli lontani se saprà riproporre tutta unita – da Castello ad Amelia – il primato dello Spirito, la presenza di Dio, anche in questo mondo provato da mille complessità. La dimensione spirituale della vita è il tesoro più prezioso della storia umbra, la ‘perla' che molti mercanti del nostro tempo vanno ancora affannosamente cercando, come gli oltre due milioni di pellegrini che ogni anno visitano la nostra Regione. La terra che dette i natali a Benedetto da Norcia e a Francesco d'Assisi, nel recupero di uno stile di vita che è la Regula Monachorum e nella ricerca della libertà interiore del Poverello e della poesia della vita, è una proposta affascinante. Questo è il patrimonio che lascio, per grazia di Dio, in mani sicure, all'Arcivescovo Renato Boccardo, al quale mi legano oltre trent'anni di stima e di amicizia, di comunanza di formazione e di servizio alla Chiesa Universale e al Papa. Questa è la preziosa esperienza che in quattordici Pasque abbiamo potuto contemplare e rassettare. Questo è l'eredità che intendiamo passare a chi viene dopo di noi, soprattutto ai più giovani, che meritano ideali forti ed esperienze gioiose di vita. Questo è il nostro principale contributo alla soluzione della questione educativa. Come alla prima omelia da questa cattedra, vi ripeto, fratelli miei amati, “Chiesa è bello”: è il mio saluto e la mia benedizione. Ho provato a farmi umbro con gli umbri, vivendo una sorta di sogno che appartiene alla mia generazione di preti figli del Vaticano II. Mi è capitato perfino di sperimentare la “perfetta letizia”, chiamato a lasciare tutto il mondo delle relazioni che mi hanno sostenuto in questi anni. Prego Dio di riuscirlo a fare in umiltà e obbedienza alla Chiesa. L'entusiasmo della grazia scoperta quotidianamente, nel girotondo dei giorni che furono il mio servizio in questa antica Arcidiocesi, è la vera ragione di questo ringraziamento. Ti saluto, Umbria di popolo, che ho amato e servito con tutto il cuore, fino allo stremo delle forze! La grande fiducia di Papa Benedetto XVI mi chiama a reggere una Chiesa grande in terra di Toscana, dove nacqui. Salendo per l'ultima volta questa cattedra, mi sovviene quello che Vasari attribuisce a Michelangelo, all'atto di lasciar Firenze e la grande cupola di S. Maria del Fiore, per passare a Roma a edificare quella di S. Pietro: “vado a far la tua sorella, di te più grande, ma non di te più bella”.
4. Un ringraziamento a Dio fortemente motivato
“Insieme” è la chiave di lettura di questa mia storia, fitta di gioie, ma anche di sofferenza. La serbo nel cuore come un'avventura cristiana, gli occhi rivolti al mio Signore, il Cosmocrator che il Solterno issò sulla facciata di questo Duomo, rammaricato solo di non essere riuscito ad assomigliare di più a Lui, l'unico, vero buon pastore.. Nella terra di S. Maria ho imparato che l'esperienza di Chiesa è libertà nello spirito. Come S. Pietro nell'immagine di frà Filippo Lippi alle mie spalle, come don Andrea Bonifazi, il Servo di Dio in questa Chiesa del Terzo Millennio, so che con la Scrittura in mano, si può esorcizzare il male e la morte. Me ne parto con un canestro di doni dello Spirito, ricolmo come una cornucopia: i venticinque presbiteri che potei ordinare, lo splendore della liturgia in questa cattedrale e nelle oltre mille chiese sparse sul territorio, le opere segno della carità, gli oratori che potemmo riattivare, la pastorale familiare, il duro lavoro nella cultura, ma soprattutto l'affetto e l'amore di questo popolo, che sarà sempre presente nella mia preghiera. Con ancora negli occhi le mura medievali delle nostre città, da Bevagna a Montefalco, a Norcia, da Trevi a Spoleto, alle splendide comunità accastellate della Valnerina, so che altre mura ci attendono da contemplare insieme: quelle della Città di Dio, la Santa Gerusalemme del Cielo, alla quale, centoquindicesimo successore di S. Brizio, vi do, a tutti, appuntamento.