Festival Spoleto, le buone intenzioni di "Sans Tambour" e i muri che crollano sulla nuova forma di Opera - Tuttoggi

Festival Spoleto, le buone intenzioni di “Sans Tambour” e i muri che crollano sulla nuova forma di Opera

Carlo Vantaggioli

Festival Spoleto, le buone intenzioni di “Sans Tambour” e i muri che crollano sulla nuova forma di Opera

Dom, 03/07/2022 - 09:29

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Con Sans Tambour di Samuel Achache si chiude l'esperimento del Teatro Musicale a Spoleto65 dopo Demi Véronique e Le Crocodile Trompeur

Con la messa in scena di Sans Tambour di Samuel Achache a San Simone, vista ieri 2 luglio, si chiude il trittico della ditta Jean Candel -Samuel Achache, definito “Teatro Musicale” ed in programma al Festival dei Due Mondi di Spoleto per la 65 edizione.

Una offerta ricca di un genere (musica, teatro, canto) che la Direttrice Artistica del Festival, Monique Veaute, aveva definito “una nuova forma di Opera”, forse nel tentativo di compensare la dolorosa mancanza (si spera sempre temporanea) dell’Opera autentica, quella regina.

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Di fatto la consistenza del teatro musicale visto a Spoleto è fatta di un frullato di guitteria circense, trovate sceniche, brani di celebri autori musicali ( nel caso specifico Purcell, Mahler, e in Sans Tambour, Schumann) ed anche temi conduttori ripetitivi. Uno di questi, impossibile da non notare, è la maceria e la risulta di natura edile, parafrasi di quella umana.

Non c’è piece spoletina del duo francese in cui non ci sia stato almeno un briciolo di muro scrostato, o preso letteralmente a martellate. L’apoteosi del crollo di natura multipla e complessa si compie in Sans Tambour, dove già nei primi 10 minuti di spettacolo si distruggono almeno un paio di fondelli di una cucina casalinga e un muro perimetrale.

Recita il programma di sala: “Sans tambour è soprattutto la ricostruzione di uno spazio mentale, di uno spazio della memoria attraverso la musica e la recitazione e i Lieder di Schumann, nella loro frammentarietà poetica di “Kreis”, più che un filo da seguire offrono, sia agli artisti in scena sia al pubblico in sala, una materia spirituale con cui cominciare una paziente opera di trasformazione di quello che era e che non potrà essere mai più.”

Raccontata così può sembrare che la cosa non sia piaciuta o non produca effetti, cosa invece assolutamente contraria perchè ogni distruzione altrui, soprattutto se improvvisa, genera un moto di ilarità nel pubblico che avrà tempo nei giorni successivi allo spettacolo per domandarsi a cosa diavolo servisse buttare giù pareti urlando. Del resto cos’è che rende comica una scena come quella di una caduta per le scale o di un vaso che precipita sulla testa di un malcapitato? Si dice sia il cinismo insito in ognuno di noi che rileva la disgrazia altrui e che fa dunque ridere, in un moto liberatorio, come se si fosse superstiti. Ipotesi di lavoro suggestive che a San Simone aiutano a reggere i lunghissimi 105 minuti di rappresentazione con sottotitoli.

In un frullato complesso come questo, a tratti però, si perde di vista il tema principale della messa in scena e i troppi interventi oltre l’intenzione drammaturgica (citiamo solo il crollo di un pianoforte che cade su uno dei protagonisti e lo inghiotte al suo interno), diventano una distrazione di massa che obbliga lo spettatore a ridurre la sua attenzione proprio al fatto comico (accade per un vaso, figurarsi per un pianoforte). Così come il ripetuto tentativo di accendere una fiamma sul palmo di una mano di Lionel Dray, risolto facendosi prestare l’accendino da Monique Veaute in persona seduta in prima fila, concentra l’attenzione sulla riuscita della scenetta piuttosto che sul contesto generale della piece. Del resto Dray non è nuovo ad avventure da fuochista spericolato: lo ricordiamo mentre minziona a lingua di fuoco sulle macerie (aritanga… direbbe Nino Manfredi) della casa in Demi Véronique di Jean Candel.

E pensare che in Sans Tambour l’intervento di un magnifico e bravissimo Ensemble musicale che suona i Lieder di Schumann è condizione necessaria e sufficiente per sopravvivere alle macerie di polistirolo, così come lo è la bella voce della soprano Agathe Peyrat e l’ottima prova di Anne Lise Heimburger, cantante attrice che mostra una sua tendenza ad uscire da una coralità “frullata”.

Ovviamente chi volesse leggere le belle parole e la spiegazione del perchè tutto questo può sempre mettere mano al programma di sala, anche questo multiplo alla 3×2, della coppia di autori e registi francesi. Si troveranno spiegazioni pensose e di una certa complessità intellettuale. Un qualcosa che fa ricordare la sofferenza esistenziale di certi temi d’oltralpe, quelli dei baveri alzati dei cappotti e la sigaretta pendula al lato della bocca.

Non intendiamo sovrapporci alle spiegazioni degli esperti. Come cronisti di campagna ci limitiamo al visibile e alla percezione che ne abbiamo secondo la nostra esperienza agreste, rilevando in tutti e tre i lavori visti, una certa discordanza tra le intenzioni e la messa in scena. Una operazione che annega la parte musicale e lascia intatta solo la risalita dei superstiti a respirar boccate d’aria salvifiche alla fine della storia.

Che razza di forma d’Opera nuova potrà mai essere questa? Solo una divinità sumera può saperlo…

Applausi del pubblico di San Simone presente in buon numero nonostante la canicola pomeridiana.

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