Chianelli, dati che danno speranza: i tumori nei bambini fanno meno paura | I dati

Chianelli, dati che danno speranza: i tumori nei bambini fanno meno paura | I dati

Redazione

Chianelli, dati che danno speranza: i tumori nei bambini fanno meno paura | I dati

Mer, 22/06/2022 - 17:45

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Il punto sulle tecniche di cura nel convegno organizzato dal Comitato per la Vita, il reparto di Oncoematologia infantile e l'equipe multidisciplinare

I tumori pediatrici fanno meno paura. Le strategie, i moderni protocolli, i farmaci di ultima generazione, ma anche l’esperienza oggi permettono ai medici di aggredire leucemie, linfomi e tumori pediatrici e spesso sconfiggerli. Tanto che in molte patologie oncologiche le guarigioni sfiorano il 90 per cento dei casi.

E’ un messaggio di speranza, supportato dai risultati illustrati dal dottor Maurizio Caniglia, direttore delle Struttura complessa di Oncoematologia pediatrica dell’ospedale di Perugia, quello che arriva dal convegno organizzato dal Comitato per la Vita “Daniele Chianelli” in occasione della Giornata nazionale contro leucemie, linfomi, mielomi.

I tumori infantili

I tumori infantili – ha spiegato Caniglia – sono patologie rare, che colpiscono un bambino ogni 600, con un’incidenza di 15 casi su 100mila bambini. Ogni anno in Italia 1.400 nuovi casi nella fascia di età tra zero e 15 anni e 900 tra i 15 e i 19 anni. È la leucemia la più frequente, ma sono tantissime le tipologie di tumore pediatrico che ogni anno il Reparto del dottor Caniglia affronta come quelle che colpiscono il Sistema nervoso centrale, i linfomi, i neuroblastomi o i sarcomi dei tessuti molli.

Oncoematologia pediatrica

Un’attività, quella del reparto di Oncoematologia pediatrica che cresce sempre più: 244 i ricoverati nel 2021 e 126 nei primi mesi del 2022. Mentre l’attività dell’ambulatorio è stata di 3.682 accessi nel 2020 e 5.366 nel 2021. Sono invece 118 i trapianti di midollo osseo effettuati dal 2007 ad oggi.

L’equipe multidisciplinare sostenuta dal Comitato Chianelli

Il convegno è stata anche un’occasione per illustrare le attività dell’equipe multidisciplinare, un gruppo di professionisti, sostenuti dal Comitato per la vita “Daniele Chianelli”: psicologhe, assistente sociale, musicoterapeuti, arteterapeute, ma anche arti marziali, clown, volontari, educatori, estetiste oncologiche che insieme a figure istituzionali come medici, infermieri, operatori socio-sanitari, fisioterapisti, scuola in ospedale e servizio religioso, garantiscono ai pazienti un percorso di assistenza a 360 gradi in grado di supportare non solo il bambino come individuo ma anche la sua intera famiglia con centinaia di interventi mirati e una presenta quotidiana, sia nei reparti che al Residence “Daniele Chianelli”.

Attraverso una serie mirata di interventi ed attività è possibile accogliere il bambino e la sua famiglia in uno spazio pensato su misura con tutte le attenzioni necessarie alle fragilissime condizioni del paziente; seguire il nucleo familiare nei vari iter burocratici grazie all’ausilio del servizio sociale; sostenere per tutto il periodo post-ospedaliero, e non solo, il paziente e la sua famiglia rispetto l’aspetto psicologico ricreando inoltre con molteplici attività il clima sereno che un bambino dovrebbe vivere nella sua normalità. Una squadra numerosa che mette al centro dell’attenzione i pazienti, bambini, adolescenti e adulti, con le loro famiglie, per superare insieme, e nel migliore dei modi, la difficile fase della malattia.

Alla conferenza hanno partecipato l’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto, il direttore generale dell’Azienda ospedaliera Giuseppe De Filippis, il prefetto di Perugia Armando Gradone e il vicesindaco di Perugia, Gianluca Tuteri. Tutti hanno voluto sottolineare il valore di umanità e vicinanza verso i pazienti sia degli operatori dell’associazione che del personale sanitario.

Bei ricordi, oltre le ferite della malattia

La giornata si è conclusa con cinque commoventi testimonianze di mamme di bambini guariti e di ragazzi che hanno superato il difficile percorso di malattia. “Essere qui – hanno detto – è come tornare in una seconda casa. La vicinanza e l’affetto di operatori e personale sanitari ha permesso a tutti noi di vivere il lungo percorso di cura in modo più sereno. Oggi rimangono tanti ricordi belli, non soltanto le ferite della malattia”.

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