“VOGLIONO DA ME, LA VITTIMA 5 MILIONI DI RISARCIMENTO”. PARLA KLAUDIO L’UNICO SUPERSTITE DELLA TRAGEDIA ALLA UMBRIA OLII - Tuttoggi.info

“VOGLIONO DA ME, LA VITTIMA 5 MILIONI DI RISARCIMENTO”. PARLA KLAUDIO L’UNICO SUPERSTITE DELLA TRAGEDIA ALLA UMBRIA OLII

Redazione

“VOGLIONO DA ME, LA VITTIMA 5 MILIONI DI RISARCIMENTO”. PARLA KLAUDIO L’UNICO SUPERSTITE DELLA TRAGEDIA ALLA UMBRIA OLII

Dom, 21/09/2008 - 23:51

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di Massimo Solani (*)

La vita ricomincia ma gli incubi restano. Specie per chi ha visto quattro colleghi saltare in aria sopra ad un silos sparato nel cielo e poi ricadere a terra come stracci fra le fiamme. «È tutto davanti ai miei occhi, ancora oggi. Quella scena ce l’ho stampata intesta enonseneandràmai. La notte provo a dormire e rivedo tutto. La mia vita è cambiata quel giorno, niente sarà più come prima». Klaudio Demiri oggi ha 26 anni e quel 25 novembre di due anni fa vide la morte portarsi via gli amici con cui ogni giorno condivideva pane e lavoro. Da quell’inferno di fuoco uscì con le sue gambe, gli occhi sbarrati e la testa piena di rumore. I soccorritori lo trovarono quasi intrance, incapace di allontanarsi dal piazzale della Umbria Olii dove erano rimasti i cadaveri dei colleghi. «Stavo manovrando la gru a terra – racconta oggi – Poi l’esplosione, il fuoco, i corpi che volavano via… un inferno. Ero illeso, ma non riuscivo a muovermi. Ero sotto choc, è stato il momento peggiore della mia vita». Immagini che Klaudio ha rivisto tante volte come in un film. «Ho tutto stampato intesta – spiega in un italiano perfetto appena cantato sui saliscendi del dialetto umbro – anche i dettagli. Mi ricordo la mattina alle 7 quando siamo partiti insieme per Spoleto, fino alla sera quando mi hanno messo a letto. Una giornata di lavoro come tante, come quelle che l’avevano precedute. Lavoravamo nello stabilimento della Umbria Olii da unasettimana, fino a quelmaledetto sabato».In Italia, a Narni, Klaudio c’era arrivato nel giugno del 1999 da Durazzo, in Albania, raggiungendo suo padre attraverso un ricongiungimento familiare. «Conoscevo poche parole in italiano e non trovavo lavoro, poi nel 2000 ho incontrato Maurizio Manilie lamia vita è cambiata».Maurizio, il titolare della ditta che stava eseguendo i lavori per la costruzione di una passerella in cima ai grandi silos della Umbria Olii. «Eraundatore di lavoro, era un padre e un amico come amici erano Tullio, Giuseppe e Wladimir -dice Klaudio pesando una parola alla volta, quasi commosso – Tutto quello che sono oggi lodevo a Maurizio. Senza di lui non so che cosa avrei fatto. Anche il lavoro che faccio oggi èmerito suo: dopo l’incidente sono entrato a lavorare in una azienda chimica a Terni, ma avevo conosciuto queste persone attraverso Maurizio. Con lui venivamo a fare manutenzione in questo impianto». Quelli dopo l’incidente furono giorni terribili per lui, che si nascose alla stampa e decise di non parlare mai con i cronisti a caccia di istantanee dall’orrore. Settimane di paure e di ansie. Di veglie notturne e di lacrime amare di rabbia e sconforto. «Per quasi un anno uno psicologo di Terni miha seguito, ma un giorno ho smesso di andare – racconta -. Adesso sto ricominciando con unaltro medico, lavoriamo ma è dura». Con i famigliari degli operai morti Klaudio è ancora in contatto. «Ci vediamo ancora – ci dice -mi fa sempremolto piacere anche se a volte mi sento a disagio. Mi chiedo perché io sono qui oggi mentre gli altri sono morti sopra a quel silos. Mi tormento, mi dico che forse sarebbe stato meglio se fossi morto anch’io, magari al posto di uno di loro. Loro avevano figli che ora devono crescere senza un padre, e mogli che dovrannoallevarli da sole. Per meè dura, ma è niente in confronto a quello che hanno passato e stanno passando loro». Un dolore che ha preso il sapore della beffa quando i rappresentanti legali della Umbria Olii hanno presentato una richiesta di risarcimento danniai familiari delle vittime e all’unico sopravvissuto di quella tragedia. «Non ho paura, anche perché spero che venga fatta giustizia – risponde Klaudio – Quello che mi spaventa è se in qualche modo dovesse essere riconosciuta una colpa all’azienda Manili:la vedova di Maurizio ha un ragazzo di sedici anni da crescere, cosa ne sarebbe di lei?». Lo dice e da qualche parte nelle sue parole un grumo di rabbia fatica a nascondersi. «Sì, c’è rabbia, ma al tempo stesso mi sembra tutto così assurdo che spesso mi ripeto che è inutile preoccuparsi – cerca di spiegare -. Quello che mi domando è come si possa chiedere una montagna di soldi di danni a famiglie chehanno perso un padre, un marito o un fratello. Lo trovo assurdo e irrispettoso». A loro, ma anche a lui. «A me hanno presentato una richiesta di oltre cinque milioni di euro.Mi verrebbe da ridere se non fosse una cosa così seria: sono un operaio, io non l’homai nemmeno sognata una cifra del genere. Scherzando col mio avvocato – prova a sorridere – gli ho detto che non mi basterebbero tre vite permetterla assieme, figuriamoci una soltanto. Lui mi ha risposto che per sicurezza forse è meglio se inizio a metterli da parte».

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«Disastro colposo» per l’appaltatore ma da mesi il processo è fermo

Quattro morti, una ricusazione e 35 milioni di euro di danni chiesti ai parenti delle vittime. Ci sono tante storie dietro al dramma dellaUmbria Olii dove il 25 novembre del 2006 quattro operai persero la vita in una catastrofica esplosione che squarciò gli stabilimenti di un oleificio di Campello sul Clitunno, in provincia di Perugia. Storie che a quasi due anni di distanza hanno sporcato i lutti con un retrogusto cattivo che sa di drammatica farsa. Acida come l’olio giovane, maleodorante come l’aria che ancora oggi circonda la carcassadel silos che esplose in un rogo che divorò le vite, e i corpi, di Tullio Mocchini, Giuseppe Coletti, Wladimir Toder e Maurizio Manili. Titolare quest’ultimo della ditta che stava costruendo alcune passerelle in cima ai grandi serbatoi di acciaio. Ventidue mesi dopo, però, su quella tragedia sembra calato il silenzio, e la speranza dei familiari delle vittime di conoscere la verità su quanto accaduto quel sabatomattina ha inciampato sulle carte bollate della difesa di Giorgio Del Papa, amministratore delegato della Umbria Olii. Pesantissime le accuse: disastro colposo con l’aggravante «della colpa con previsione dell’evento», violazione delle norme di sicurezza (fra cui l’omissione dolosa dei mezzi di prevenzione) e omicidio colposo plurimo. Perché, per la procura di Spoleto che indaga sulla strage,Del Papa sapeva benissimo che nei silos dove stavano lavorando Manili e i suoi dipendenti c’era esano, un gas esplosivo pericolosissimo, ma non avrebbe fatto nulla per evitare il formarsi delle condizioni che hanno causato la tragedia. Il processo, però, ormai è impantanato: nel luglio scorso Del Papa ha ricusato il gup nel corso dell’udienza preliminare facendo così saltare le udienze in attesa di una pronuncia della Cassazione. Una scelta difensiva che ha seguito la decisione di citare in giudizio le famiglie degli operai morti e Klaudio Demiri, unico sopravvissuto, per 35 milioni di euro di danni contestando alla ditta Manili l’uso, di una saldatrice. Perché secondo l’avvocato Giuseppe La Spina, che difende l’ad della Umbria Olii, la causa dell’esplosione «ad altro non può essere ascritta se non, da un lato, al fatto che l’impresa appaltatrice e i suoi dipendenti non hanno rispettato le modalità esecutive preventivamente concordate» e «dall’altro, al fatto che nonostante cho ciò non fosse stato concordato, per risparmiare tempo ed entità di lavoro, hanno fatto ricorso alla saldatrice». Accusa che si fonda su una controperizia della difesa secondo cui «forse la fretta forse la stanchezza di fine settimana, era infatti sabato, hanno fatto commettere questa ulteriore imprudenza». Del resto, secondo la controperizia, Manili e gli operai dovevano ben conoscere il pericolo visto che «la cartellonistica su tutti i serbatoi e all’ingresso dello stabilimento “Vietato fumare” e “Vietato usare fiammelibere” avverte della presenza di materiali infiammabili e/o deflagranti». Secondo il perito della difesa, che gli operai lavorasserosenza troppa attenzione alla sicurezza lo dimostrano anchele immagini della ideosorveglianza visto che «i dipendenti della Manili impianti hanno lavorato sul cielo dei serbatoi senza casco, cintura e/o imbracatura». Se non si sa ancora quando il processo a carico di Giorgio Del Papa potrà ripartire, è fissato il giorno in cui per i parenti di Tullio, Giuseppe, Wladimir e Maurizio si aprirà il processo civile per il risarcimento: il 20 gennaio 2009. «L’esito della partita – ha scritto la Umbria Olii in un comunicato – sarà la sopravvivenza o meno dell’attività». Perché, dice l’azienda, all’amministratore si vuol addossare il ruolo di «capro espiatorio di un problema complesso, quello del lavoro in Italia e della sua sicurezza, problemachenonsi risolve,comedimostrano i continui incidenti mortali che si susseguono come in un bollettino di guerra, con una condanna esemplare, preventiva e mediatica». ma.so.

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Due anni senza giustizia per i nostri morti

Sono Lorena Coletti, mio fratello è una vittima del rogo dell' oleificio Umbria Olii di Campello sul Clitunno. A giugno 2008 abbiamo avuto una richiesta di risarcimento danni di ben 35 milioni di euro da parte del titolare della Umbria Olii Giorgio Del Papa. Poi il 3 luglio, 8 giorni prima dell’udienza, che avrebbe deciso se assolverlo o rinviarlo a giudizio, abbiamo avuto la ricusazione del Gup. Siamo a metà settembre, e ancora non si sa quando e dove si farà la prossima udienza. Il 19 di luglio abbiamo organizzato una fiaccolata per non dimenticare i nostri cari morti a Campello. Ho letto una lettera, che chiedeva a tutta l’Italia di non abbandonarci, e invece siamo caduti di nuovo nel silenzio. Chiedo: a che gioco stiamo giocando? A chi è figlio e chi è figliastro? Non capisco perchè il 26 settembre c’è la terza udienza, in nove mesi, per il processo per la strage alla Thyssenkrupp di Torino, mentre dalla strage alla Umbria Olii è passato un anno e dieci mesi, ma ancora non si sa niente. Non vorrei, ma sono sfiduciata, credo che a vincere sono sempre quelli che hanno i soldi. Sì, è vero che gli operai morti alla Thyssenkrupp sono sette e quelli morti alla Umbria Olii sono quattro, ma alla fine sempre sangue è stato versato. Sangue di padri di famiglia, di mariti che si sono alzati la mattina per guadagnare il «pane quotidiano». Non credo che sia reato dire che vogliamo chiarezza e giustizia, e chi ha colpa deve pagare come si merita. Sono passati due anni e non sappiamo niente: quando dobbiamo ancora aspettare? Non vorrei che finisse come il processo per la morte del marito di Franca Mulas, che a gennaio 2009 va in prescrizione. Chiedo ancora una volta verità e giustizia: mio fratello non avrebbe dovuto morire. Ieri è stato il suo compleanno, oggi il mio. Scrivo questa lettera, perchè penso che è il miglior regalo che posso fare a mio fratello, che non c’è più e che avrebbe voluto essere fra di noi. Lorena Coletti

(*) L'Unita – 21 settembre 2008


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