UN'UMBRIA RIPOPOLATA, IL RITORNO AL VILLAGGIO E LA VALNERINA SCRIGNO DEL KNOW HOW - Tuttoggi.info

UN'UMBRIA RIPOPOLATA, IL RITORNO AL VILLAGGIO E LA VALNERINA SCRIGNO DEL KNOW HOW

Redazione

UN'UMBRIA RIPOPOLATA, IL RITORNO AL VILLAGGIO E LA VALNERINA SCRIGNO DEL KNOW HOW

Dom, 24/08/2008 - 12:07

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di mons. Riccardo Fontana, arcivescovo di Spoleto – Norcia

Fino a tarda sera nelle piazze, ma anche nelle chiese, la costellazione dei nostri paesi tra Norcia, Cascia fino a Vallo e a Scheggino, e nella mia Cortigno, è piena di gente variopinta per età e provenienza. Sono i figli degli anziani che tutto l'anno abitano la nostra montagna. Sono anche gli amici degli amici che vengono in quest'Umbria incantata, quasi a cercare un tesoro. Sempre più grande è il numero di persone giunte da lontano. L'inconfondibile accento dei francofoni, la poca dimestichezza con la nostra lingua di chi è sceso dalla Germania si fonde col guazzabuglio di provenienze diverse. Sono tantissimi i bambini, ma non mancano neppure i giovani.

Non è più il mito di ritorno al villaggio di qualche decennio fa, e neppure, forse, l'attrattiva di misurarsi con le generazioni dei nonni. Le tradizioni religiose vengono rispolverate. Dove si trova un prete che dica la messa, anche nei giorni feriali, accorre tutto il popolo. Qualcuno, sì, vive di nostalgie e cerca paesaggi religiosi dell'infanzia perduta; qualche altro riscopre una dimensione del sacro cristiano, generalmente poco visitata nei mesi del lavoro. Fin qui niente di particolarmente originale. Se fosse solo il ritorno dei “romani” sarebbe una storia che si ripete almeno da una quarantina di anni. Con l'attenzione doverosa nel pastore, ho l'impressione che stia sopravvenendo un fattore di novità che credo utile comunicare, per avviare una riflessione comune. La Valnerina, ma anche l'Umbria intera, con le sue leggende e con i suoi capolavori d'arte, con il paesaggio tutto sommato preservato dalle devastazioni, con una bellezza oggettiva e caratterizzante, pare che stia diventando lo scrigno del know how, dove un sempre maggior numero di persone ama venire alla ricerca del senso delle cose e, forse, della vita.

Se questa ipotesi, che mi convince molto, ha semi di verità, credo si debba cominciare a porci dei quesiti profondi. La terra dei Santi Benedetto e Francesco, ma anche di quel fascinoso girotondo di Sante e di Santi invocati nelle nostre valli, avrebbe la responsabilità che nell'antica Roma fu delle vestali, custodi del fuoco.

Si ha l'impressione di vivere in una società contrastata, capace di rottamare tutto in tempi velocissimi, persino i miti del benessere e della ricchezza accessibile, propagandati dalla politica. Le leggende metropolitane che pretendono di sostituire alla famiglia un qualunque genere di convivenza e la tanto ostentata sicurezza, che non si fonda sulla persona, ma sul concetto di difesa dagli altri, finiscono in una sorta di risacca inevitabile. Parrebbe che anche l'Italia di oggi, non meno di altre Nazioni dell'Occidente, sia particolarmente capace di trasformare quasi tutto in quel “lavarone” della mia infanzia sulle rive del mare della Versilia. Erano e sono pallette addensate dal moto delle onde, in cui si condensa ogni materiale fibroso finito in mare. Pur in sé pulitissime e asettiche, perché purgate nel sale marino, non servono ad altro che a sporcare la battigia e a costringere l'uomo al lavoro superfluo. L'Umbria dei nostri tempi no: forse davvero è alternativa a questo senso di prostrazione dilagato. La generazione che avanza, quasi indistintamente dotata di straordinarie capacità informatiche, non si pone come meta d'interesse il conoscere – come dalla filosofia greca al mito crociano dei nostri formatori – ma lo scoprire per farsi consapevoli in un sistema globale. Non interessa tanto, sapere quanto comunicare. Il mito cibernetico di una tecnologia interattiva sta avanzando, capace di ignorare ogni frontiera. Di fronte alla reazione allarmata di molti, credo che tocchi alla Chiesa ricordare, a chi vuole, che i fondamentali dell'uomo sono ancora intatti e accessibili: l'amore, il gusto del bello, la qualità di una storia umana, le ragioni del vivere. L'Umbria dei nostri recessi montani è per molti il luogo del silenzio e della pace. Forse è anche la miniera dove scovare i tesori del recupero di una identità di cui si ha bisogno; di una verità senza la quale manca il senso delle cose. L'umiltà è capace di far calare dai nostri volti la maschera arrogante dei giorni vissuti di corsa, in città sempre meno vivibili. In una civiltà resa globale dai media non si può fare a meno della poesia, dell'armonia alta dell'animo e delle ragioni della fede, perché soltanto attraverso queste categorie la corsa della nostra generazione torna ad avere quel sapore umano, che dà senso al tempo e prospettiva alla vita.

Quando ero giovane, inviato in Indonesia, mi stupiva che in quella Nazione, sinonimo di patria fosse arcipelago, quasi a dire che l'identità umana non si perde, misurandosi anche con una grande diversità, qual è la storia di un popolo. Ognuno è se stesso, anche se le persone non sono mai un'isola.

La personalità si valorizza nella consapevolezza che, solo andando in alto, si riesce a vedere lontano. Mi tornano alla memoria i suoni del ramayana antico e il mito di garuda dalla ampie ali, su cui il giovane in cerca della sua amata riesce a ritrovarla, solo accettando l'ospitalità dell'aquila che lo trascina nelle altezze, che sono i valori sublimi di fronte ai quali nessun giovane è indifferente.

Queste settimane di relativo silenzio, dove persino il mito olimpico risulta stemperato con la distanza, è il tempo di ritrovare il know how per vivere, e le ragioni della fede, che ci fanno riaffrontare, con speranza, il calendario.

(tratto da Il Giornale dell'Umbria – edizione del 24.08.08)


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