"Salviamo gente e poi veniamo presi in giro: è il momento di abbandonare" - Tuttoggi

“Salviamo gente e poi veniamo presi in giro: è il momento di abbandonare”

Redazione

“Salviamo gente e poi veniamo presi in giro: è il momento di abbandonare”

La legge regionale che garantirebbe fondi per il Soccorso alpino slitta di un altro anno, Guiducci: “Sto pensando di vendere l’attrezzatura e lasciare”
Mer, 21/11/2018 - 17:15

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“Salviamo gente e poi veniamo presi in giro: è il momento di abbandonare”

Da oltre 50 anni salviamo la gente, da oltre 2 anni ci fanno promesse disattese: forse è arrivato il momento di abbandonare tutto“. E’lo sfogo di Mauro Guiducci, a nome del Soccorso alpino e speleologico Umbria. Una storia, quella del gruppo, iniziata nel 1966, quando alpinisti e speleologi umbri decisero di creare una struttura che garantisse un soccorso tecnico organizzato in montagna.

In questi anni – ricorda Guiducci – abbiamo fronteggiato ogni tipo di emergenza: dalla lunga e complicata crisi sismica del centro Italia del 2016 e 2017, all’emergenza neve e la triste sciagura occorsa all’hotel di Rigopiano, per giungere agli ultimi interventi complessi di quest’anno come, ad esempio, quello nelle Gole del Raganello in Calabria. Sono le cosiddette maxiemergenze o situazioni particolarmente difficili. Non va dimenticato però che, contemporaneamente ad esse, ogni giorno, per 365 giorni l’anno, in qualsiasi ora del giorno e della notte, senza conoscere festività, gli uomini e le donne del Soccorso alpino e speleologico Umbria (Sasu) si occupano della ‘ordinaria’ attività di soccorso“. Numeri rilevanti, solo a guardare l’anno in corso: oltre 100 missioni di soccorso negli ambienti impervi ed ostili effettuati in Umbria e fuori regione. Nel 2017, invece, l’ultimo anno del quale si ha la situazione completa, l’attività del Sasu è stata di 42.882 ore/uomo che, considerando una normale attività lavorativa di 8 ore giornaliere, danno 5360,25 giornate che, divise per 365, dimostrano un impegno quotidiano di ben 15 tecnici.

Tutte queste emergenze, grazie alla elevata preparazione dei tecnici del Sasu – prosegue Guiducci – siamo in grado di fronteggiarle egregiamente: siamo orgogliosi di esserci distinti per preparazione e professionalità, sia dentro che fuori il territorio regionale e nazionale. Il servizio che svolge il Sasu – Servizio regionale del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico – è molto specifico e svolto da soggetti preparati ad altissimo livello: oltre ad avere tecnici ed operatori professionisti della montagna, abbiamo anche medici ed infermieri che si sanno muovere in parete o in grotta autonomamente, componendo un team di specialisti, unico nel suo genere. Tra l’altro, la legge n. 74/2001 ci riconosce il ruolo esclusivo per l’espletamento del servizio di emergenza urgenza tecnico sanitario, in ambiente impervio ed ostile, rendendoci, in pratica, il braccio operativo del 118. Tutto questo noi lo facciamo da volontari, senza percepire neanche un euro di compenso, anzi, evitando molto spesso di richiedere il rimborso delle spese sostenute“.

Mancano i fondi

Ma c’è un’altra emergenza che il gruppo non è in grado di affrontare: il mancato recepimento da parte della Regione Umbria della disciplina nazionale in merito all’operato del Corpo nazionale soccorso alpino speleologico. “E questo, purtroppo – lamenta Guiducci – implica una serie di difficoltà che mettono seriamente a repentaglio l’attività e l’esistenza stessa del Soccorso alpino speleologico Umbria. Tale attività è svolta sì da volontari, ma questi hanno l’obbligo normativo (e di coscienza) di mantenere sempre aggiornate le qualifiche, di dotarsi di tecniche sempre più all’avanguardia facendo corsi specifici (speleologi, alpinisti, forristi per citarne qualcuno), di utilizzare materiali ed attrezzature che consentano di intervenire al meglio, di contare su mezzi di trasporto idonei ai territori impervi che devono sempre essere pronti e perfettamente funzionanti. Inoltre, l’attività implica che vi siano delle sedi dove ricoverare mezzi ed attrezzature, allenarsi, fare riunioni tecniche e logistiche. Senza contare che l’operato strutturato del Sasu sopra elencato, si decuplica in caso di maxiemergenze“. Tutte queste attività hanno un costo, sia in termini di tempo, che finanziari. “Per il primo costo – spiega Guiducci – quello è assunto direttamente come atto di volontà da noi tutti che facciamo il nostro per il bene comune; per il secondo tipo di costo, oltre le donazioni e quel poco che i cittadini generosamente ci riservano, non siamo in grado di provvedere autonomamente. È vero che dall’anno 2015 il Sasu ha in attivo una convenzione con la Regione Umbria che eroga 150mila euro annui, ma è evidente che per una macchina per il soccorso di così alto livello professionale e tecnico, tale importo riesce a malapena a coprire la metà delle spese che il Sasu affronta, con costi imprevisti nella gestione delle attività svolte nel periodo post terremoto impressionanti. Ribadiamo, ancora con forza – prosegue – che parliamo di costi dell’attività in sé, perché il nostro spirito volontaristico fa sì che nessuno chieda i rimborsi per ciò che implica la partecipazione alle attività emergenziali o di formazione obbligatoria: basta dare un’occhiata al bilancio del SASU per l’anno 2017, dove i rimborsi sono pari allo zero. In queste condizioni non siamo più in grado di andare avanti: da un lato, l’impossibilità di accedere ad un mutuo o altro tipo di finanziamento per poter acquistare la nostra sede regionale (attualmente sottoposta a curatela fallimentare e ad ogni asta abbiamo un nodo in gola auspicando che non vi siano acquirenti), dall’altro, la ferma decisione di non volere effettuare dei tagli, perché significherebbe tagliare le spese necessarie per la formazione, la manutenzione dei mezzi, le attrezzature, con irrimediabili conseguenze sulla qualità del nostro servizio che si tradurrebbe in costi ben più gravi, quelli delle vite umane delle persone soccorse e dei soccorritori“.

Ad oggi, quasi tutte le Regioni hanno emanato una normativa ad hoc per regolare i rapporti in via stabile con il Soccorso alpino e speleologico. Da Nord a Sud, isole comprese (da ultimo, Calabria, Friuli Venezia Giulia e Molise), le Amministrazioni possono contare sull’inquadramento e la diretta collaborazione con il Soccorso alpino e speleologico presente sul territorio. “Stupisce – afferma Guiducci – che proprio la Regione Umbria manchi all’appello, in quanto oltre il 60% del suo territorio è montano e, come noto, è una delle più ‘tristemente’ a rischio sismico, presenta territori difficili per morfologia e rischi e con connotazioni turistiche peculiari“.

Ma allo stupore consegue molta delusione, perché, nonostante le attestazioni di stima che pubblicamente l’Amministrazione regionale ha manifestato in occasione degli interventi che hanno contraddistinto il Sasu, alle promesse e rassicurazioni non è seguita alcuna legge regionale. “Dopo oltre due anni di rassicurazioni, promesse, buoni propositi, e rinvii perché ‘questo però non è il momento, abbiamo un’altra urgenza da risolvere, ma poi toccherà alla vostra legge’, anche nel fine settimana scorso ho ricevuto l’ennesima notizia di un ulteriore rinvio al nuovo anno“.
In questi momenti, nonostante i tanti attestati di stima che quotidianamente riceviamo – afferma Guiducci – sto valutando la possibilità di mettere in vendita i mezzi del Sasu e rassegnare le mie dimissioni da presidente del Soccorso alpino speleologico Umbria. Qualcuno poi dovrà farsi un esame di coscienza, così rischiamo di buttare via tutto quello che è stato costruito in oltre 50 anni di storia di soccorso in montagna, in grotta e in tutti i territori impervi dell’Umbria. Una grande disfatta per la Regione Umbria che non potrebbe più contare sulla nostra serietà e professionalità ma, soprattutto – conoclude – un enorme danno alla popolazione“.


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