Omicidio Polizzi, requisitoria pm "Menenti voleva due cadaveri" - Tuttoggi

Omicidio Polizzi, requisitoria pm “Menenti voleva due cadaveri”

Sara Minciaroni

Omicidio Polizzi, requisitoria pm “Menenti voleva due cadaveri”

Tutte le intercettazioni, Menenti: "Io non mi sono pentito di un cazzo. Io se me ce ritrovo lo faccio un'altra volta"
Lun, 30/03/2015 - 13:24

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“Io non mi sono pentito di un cazzo. Io se me ce ritrovo lo faccio un’altra volta”. Menenti è in carcere. Microfoni lo intercettano ma lui non lo sa e questa frase rimane impressa nel nastro che oggi è tra le prove che lo inchiodano nel processo per la morte di Alessandro Polizzi. Il pm Antonella Duchini nella parte finale della sua requisitoria odierna durata sei ore (la completerà il 2 Aprile), cita questa e una lunga carrellata di frasi “rubate” in carcere dagli inquirenti. In queste conversazioni e in altre emerge secondo il pm “indubbiamente” che “l’intento di Riccardo Menenti non era certamente quello di andare a chiarirsi ma un intento omicidiario”.

Le intercettazioni. Il 9 marzo in carcere con Valerio in cella dice ad un altro detenuto Riccardo Menenti dice: “Ci sono andato io, è la realtà. Io sfido chiunque a mettersi al mio posto, vedere il figlio agonizzante che sembra morto”. Nella stessa conversazione dice al detenuto “Io ho fatto quello che ho fatto. Non è il fatto della soddisfazione è che a un certo punto vai fuori di testa te vogliono ammazza il figlio”. Il 10 maggio “Qui tutti quanti se son messi nei panni nostri e tutti quanti avrebbero fatto esattamente la stessa cosa, vedi che ti ammazza il figlio e purtroppo se cdi con le persone sbagliate”. I Menenti qua invertono i ruoli – spiega la Duchini – sono loro che sono capitati con anime nere. “ce l’abbiamo messa tutta per cerca’ de’…e va bhè ormai quello che è stato è stato”. 11 maggio, padre e figlio giustificano le loro condotte sempre al plurale “l’alternativa quale cazzo era? Che aspettavamo che te davano un colpo in testa e che eri orto? Questa era l’alternativa?”. “C’è una parola Ricca’ sopravvivenza” dice Valerio al padre confortandone la condotta. Il 30 aprile Riccardo “Si si Vale’ sul serio, io tanto quello che dovevo fa grazie a Dio l’ho fatto” e il pm sottolinea: “Punto a si tratta di una bestemmia, perché grazie a Dio non si fanno gli omicidi e, punto b, è una chiara confessione dell’evento omicidiario. E Valerio non si sconvolge per niente dimostra la sua adesione, la sua connivenza con il padre”,incalza Duchini, ma di nuovo torna alle parole di Valerio, “Purtroppo noi siamo incappati nel male, nell’anima nera Julia che ci ha trascinati qua”.Il 20 maggio Riccardo “alla fine è una storia semplice perchè questi un altro po’ ammazzavano il mi figlio e io so entrato e ho fatto quello che ho fatto. Punto. Non è che ce vole tanto”. Il primo maggio ancora Riccardo al figlio “Quello la prossima volta te faceva morì. Toccava vende tutto e andassene. Noi purtroppo abbiamo sbagliato”. 11 maggio – paragone con il duplice omicidio di Cenerente: “Quelli stavano a casa loro e l’hanno ammazzati, non avevano fatto niente de male. A noi ce so venuti a rompe i coglioni a casa”. 18 maggio: Riccardo: “Io non mi sono pentito di un cazzo. Io se me ce ritrovo lo faccio n’altra volta”.

“Non è vero che Riccardo Menenti ha pensato di andare a casa di Julia per chiarire”, spiega il pm. Il 22 dicembre ammette che si era introdotto nell’appartamento perché “poiché nessuno faceva niente ho deciso di farmi giustizia da solo”, ma questa non è giustizia questa è vendetta, è un chiaro intento omicidiario dice il pm. “Ho detto una cosa non vera” ammette alla corte rispetto all’aver precedentemente dichiarato di aver dormito a Todi con la moglie e spiega anche di aver chiesto alla moglie e al figlio di mentire su questo fatto, “per costituirsi un alibi” sentenzia il pm. Quando glielo chiede Tiziana e Valerio non gli fanno domande, non gli chiedono perché dovrebbero mentire, eppure lo fanno come risulta dalle loro dichiarazioni. Secondo l’accusa questo fatto dimostra non solo la “propensione dell’intera famiglia Menenti alla menzogna”, ma anche che “Valerio conosceva precedentemente le condotte delittuose poste in essere dal padre”.

Arma del delitto. Il pm Duchini si serve di una pistola giocattolo per dimostrare le ipotesi accusatorie e smontare la versione della difesa. La impugna e mostra le torsioni del polso innaturali con le quali dovrebbe essere stata mossa l’arma se questa fosse stata impugnata da Alessandro. “Lo sparatore ha cercato di esplodere un secondo colpo per questo è impossibile che la impugnasse Alessandro. A meno che – spiega il pm – non si voglia sostenere che Polizzi si è sparato e poi ha cercato di esplodere un secondo colpo ma la pistola si è inceppata”. “Quell’inceppamento è avvenuto quando Menenti ha tentato di esplodere il secondo colpo e dimostra come l’intento omicidiario fosse rivolto anche vero Julia Tosti”. La Beretta modello 34 di colore nero viene trovata per terra sotto il mobiletto del telefono. Emergerà già dai primi accertamenti che la pistola dopo aver sparato il primo colpo si era inceppata. “Questa pistola è una pistola datata, non registrata che non può essere ricondotta quindi ad alcuno – spiega il pm – ma è esattamente corrispondente con le descrizioni che più volte e a più testimoni Valerio ha fatto di una pistola che sarebbe appartenuta al nonno. Un pistola precedente la seconda guerra mondiale che quindi non è registrata. Se l’arma non si fosse inceppata avremmo trovato due cadaveri sul letto, non avremmo trovato il sangue di Menenti e non avremmo trovato l’arma del delitto”.

Il Pm Smonta tesi medico legale della difesa. “Quelle ferite alla testa sono state inferte in limite mortis ecco perchè non hanno sanguinato”, spiega il pm, e vengono mostrate le fotografie del corpo di Alessandro sulla scena del delitto “come vedete non vi è gocciolamento alcuno”, il sangue viene mostrato come fuoriuscito solo dai fori delle ascelle, dove il proiettile è entrato e uscito. “Tutto quel sangue sulla scena del crimine non può venire, come dice la difesa dal cuoio capelluto”. Ma c’è un ultimo dettaglio rilevantissimo che il pm sottopone alla corte ed è la fotografia delle ferite al vertice del capo e della calotta cranica, ferite esangui che non hanno evidentemente gocciolato come invece ha sostenuto il dottor Arcudi della difesa. E poi dice “nella ricostruzione del perito della difesa, prima c’è la colluttazione con tutte le ferite alla testa di Polizzi, poi viene esploso il colpo e nel corso della colluttazione in cui gli viene riempita la testa di mazzate c’è una ragazzina di 19 anni che girella nella stanza e sventola il braccio destro in attesa di essere colpita esattamente su quel punto, ma non scherziamo, qui è morto un ragazzo e una ragazzetta di 19 anni è rimasta ferita anche lei”.

Prossima udienza giovedì 2 aprile e poi si marcia spediti, esclusisi imprevisti, verso una sentenza che potrebbe arrivare già il 20 aprile. 

La mattina:

Valerio chiede: “Non si apriva?”, il padre Riccardo risponde: “Ci aveva tutto chiuso, tutto!”. E’ il 4 maggio del 2013 quando questa conversazione viene registrata tra i due imputati per l’omicidio di Alessandro Polizzi mentre parlano nella stessa cella del carcere di Capanne. Non sanno evidentemente di essere sotto intercettazione ambientale e almeno secondo l’accusa mossa dal pubblico ministero Antonella Duchini queste parole sono la dimostrazione di un assassinio premeditato, elaborato da una complicità tra il figlio, che ha fornito le chiavi della casa di via Ricci, e il padre che materialmente è andato a compiere “la spedizione punitiva” per quel giovane che per tre volte lo aveva picchiato.

La serratura. “La porta di via Ricci indubbiamente venne aperta con violenza – spiega il pm – Ma solo la piccola anta sulla sinistra risulta forzata, mentre la serratura è rimasta integra, così come le aste di sicurezza della serratura stessa. La serratura è assolutamente funzionante quando arriva la scientifica e allora questo si aggiunge a quanto riferito da Julia Tosti in aula, e cioè che quella sera aveva chiuso le mandate”. Quindi necessariamente spiega l’accusa, “la porta deve essere stata aperta con le chiavi”. E va oltre il pm in questa prima giornata dedicata alla requisitoria dell’accusa nell’aula affreschi del tribunale di Perugia, “nemmeno si può sostenere l’ipotesi che se la chiave era inserita dall’interno una esternamente non poteva essere inserita, perché un accertamento smentisce questa tesi”. La porta di via Ricci si apre anche con la chiave inserita dall’interno.

La scena del delitto. Le tracce secondo l’accusa testimoniano che in camera si è svolta una parte della colluttazione. Che i ragazzi, entrambi, sono stati colpiti almeno in parte in camera. La scena primaria del crimine è il letto. “Vi chiedo uno sforzo di attenzione – spiega il pm – guardate quel piumino rosa perfettamente pulito che non ha nessuna macchia di sangue. Serve per capire che Julia stava dormendo nell’unico materasso presente abbracciata e vicina ad Alessandro Polizzi. Il copriletto a terra a testimoniare che i ragazzi quando sono stati attinti erano sul letto. Il bossolo della pistola sta sotto la finestra a circa 25 cm dal termosifone, in camera da letto. I consulenti ci hanno detto che la Beretta 34 espelle il bossolo a ore 12 davanti a se. In base a questo il colpo è stato esploso esattamente davanti al letto. Il cadavere di Alessandro era accasciato a terra con numerose ferite sul cuoio capelluto (15) e con una ferita da arma da fuoco con foro d’entrata sotto l’ascella destra e foro d’uscita sotto quella sinistra. Presenta una gocciolatura primaria in senso verticale fuoriuscita quando Alessandro era in piedi per questo impossibile è che il colpo sia stato esploso alla fine della colluttazione quando Polizzi era già a terra”. Qualsiasi altra ricostruzione non può essere accettata, secondo la procura, perchè “non dimentichiamo che quello stesso sparo ha poi colpito il braccio destro di Julia Tosti”. Come a dire che questa ricostruzione è l’unica compatibile con la traiettoria che ha seguito il proiettile sparato non a bruciapelo e lievemente dall’alto verso il basso. Quindi in questo quadro, da un Riccardo Menenti in piedi, sull’uscio della camera che entra e immediatamente spara da circa mezzo metro.

La requisitoria procede poi e ripercorre le tracce genetiche e le segue, fino al casale di Todi, dove gli inquirenti trovano sopra il camino una bottiglietta di acqua ossigenata sporca del sangue di Alessandro, “solo Menenti può aver portato il sangue di Alessandro fino a li”, secondo l’accusa quella boccetta, trovata peraltro vicino alla scatola del sottocasco (che Menenti avrebbe usato per coprirsi il volto), è servita al presunto killer per disinfettare la ferita alla fronte, la stessa repertata e messa agli atti e che l’imputato ha dichiarato di essersi procurato tra ulivi del giardino e che invece sarebbe il frutto della colluttazione con Alessandro, che gli avrebbe afferrato il braccio destro armato provocando un movimento dell’arma tale che il cane della pistola avrebbe colpito la fronte di chi la impugnava. Le tracce di sangue in questa ricostruzione descriverebbero secondo il pm la stessa scena raccontata da Julia, unica testimone oculare e superstite del delitto, ovvero: I due ragazzi abbracciati che dormono vicini in un materasso singolo e nel cuore della notte sentono un colpo alla porta. Alessandro fa per tirarsi su e in quel momento una figura scura affacciata alla porta della camera spara un colpo e lo ferisce all’ascella, lo stesso proiettile trapassa il ragazzo e attinge anche Julia. Ma il “guerriero” si alza dal letto, afferra il braccio armato del suo aggressore la scena si sposta sul corridoio, Alessandro ferito viene colpito quindici volte alla testa con un’arma contundente che il killer aveva portato con se e infierisce su di lui anche quando il ragazzo era ormai sfinito e privo di vita. Poi si scaglia su Julia e la colpisce. Ma il palazzo ormai è stato svegliato dalle grida e dai rumori, al killer non resta che fuggire. Abbandonando sul posto l’arma del delitto e una serie di tracce che secondo l’accusa lo inchiodano.

L’udienza viene sospesa, si riprende nel pomeriggio.

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