La fuga dal Senegal fino a Foligno, Sidy racconta la sua storia di clandestino - Tuttoggi

La fuga dal Senegal fino a Foligno, Sidy racconta la sua storia di clandestino

Redazione

La fuga dal Senegal fino a Foligno, Sidy racconta la sua storia di clandestino

La presentazione dell’opera “Io immigrato clandestino” scritta dal 36enne si terrà venerdì 15 novembre, alle 17.30, nella sede dell’Arca del Mediterraneo
Mer, 13/11/2019 - 15:12

Condividi su:


La fuga dal Senegal fino a Foligno, Sidy racconta la sua storia di clandestino

Partito dal Senegal nel 2012 ha attraversato 4 Paesi africani in un viaggio lungo 4 anni, fino ad approdare in Italia, sbarcato come clandestino in Sicilia, ed infine in Umbria, a Foligno. La storia di Sidy Lo è racchiusa in un libro, che si intitola “Io immigrato clandestino” (Bertoni Editore), che sarà presentato venerdì 15 novembre, alle 17.30, nella sede dell’Arca del Mediterraneo in via San Giovanni dell’Acqua a Foligno.

L’iniziativa porta la firma della Caritas Diocesana di Foligno, delle associazioni l’Arca del Mediterraneo, FulgineaMente e Casa dei Popoli e di Bertoni Editore e prevede l’incontro tra la città e l’autore del libro.

Sidy Lo, 36enne originario del Senegal, è partito nel maggio del 2012 dal suo Paese in cerca di un futuro migliore. Un lungo viaggio, quello che ha affrontato, che lo ha visto attraversare la Mauritania, il Marocco, l’Algeria e la Libia. Un viaggio di sole quattro ore che paradossalmente però per lui è durato quattro anni. L’arrivo in Italia di Sidy, infatti, porta la data del 15 marzo 2016, con lo sbarco in Sicilia, a Messina. Poi, da lì, il viaggio fino all’Umbria ed in particolare a Foligno, accolto dall’Arca del Mediterraneo, il braccio operativo della Caritas diocesana, come richiedente asilo. Giorni, mesi e anni, quelli che hanno scandito la sua vita che Sidy ha deciso di raccogliere all’interno di un libro.

A prendere la parola nell’appuntamento di venerdì sarà lo stesso autore che dialogherà con Roberto Lazzerini, esperto di cinema e letteratura, raccontando al pubblico la propria storia, una storia fatta di sofferenza sia fisica che psicologica. Un’occasione per la città di abbattere quel muro di diffidenza che sempre più spesso viene eretto di fronte a tutti quegli uomini e quelle donne, quei ragazzi e quei bambini costretti a scappare dai loro Paesi e a cercare altrove una vita migliore, alla conquista di un futuro più roseo. L’opportunità di conoscere da vicino la sofferenza dell’altro, di chi lascia la propria casa, la propria famiglia e la propria terra per non morire. La possibilità di tendergli la mano per aiutarlo a riappropriarsi di quella dignità che la guerra gli ha tolto.


Condividi su:


Aggiungi un commento