Festival, Mieli e l'arte dell’oblio, per potenti e non - Tuttoggi

Festival, Mieli e l’arte dell’oblio, per potenti e non

Carlo Ceraso

Festival, Mieli e l’arte dell’oblio, per potenti e non

Elogio dell’oblio, lo spettacolo che fa riflettere. “Bush e Obama seppero elogiare l’amnesia americana per un bene superiore”
domenica, 07/07/2019 - 17:18

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Festival, Mieli e l’arte dell’oblio, per potenti e non

Paolo Mieli “paralizza” il Festival dei Due Mondi e lo conduce in una profonda riflessione, quasi fosse  una seduta psicoanalitica, sui pregi dell’oblio, sul saper dimenticare per raggiungere un bene superiore. Spoleto diventa così una sorta di “Festival di tutti i Mondi”, una piazza da cui cercare di ripartire tutti. E se non bastano scienza, fede, letteratura, filosofia e persino giurisprudenza, spazi comunque tutti sapientemente toccati dal celebre giornalista e scrittore, ecco che è dalla storia che l’uomo può imparare. Una lectio magistralis – voluta solo per il pubblico del Festival, nella sola e gratuita data di venerdì 6 luglio ,- utile non solo per i potenti di ogni stagione (ne avrebbero bisogno davvero), ma anche per l’uomo comune che può (meglio, dovrebbe) sforzarsi di ricercare l’oblio, di dimenticare i torti subiti. Dimenticare, che non vuol dire cancellare. Perché un conto è riporre in modo razionale in un cassetto, un conto è gettare nel dimenticatoio.

Mieli, dal palchetto allestito sul prato del Chiostro di San Nicolò, affronta così uno dei temi più delicati e dibattuti della storia dell’umanità, ripercorrendo quasi tremila anni di storia. Una riflessione che gli appassionati dei suoi libri hanno avuto modo di affrontare leggendo il suo ultimo “Lampi di storia” per i tipi di Rizzoli (2018), ma che già emergeva chiara ne “I conti della storia (2014, Rizzoli).

Si parte con l’Odissea che, ai più resta impressa nella memoria, con il ritorno di Ulisse che si ricongiunge a Penelope all’insegna del “vissero felici e contenti”. Errore della memoria, dell’insegnante di turno, della fiction o dei fumetti che sia, il Poema in realtà si conclude con Zeus che, di fronte a Ulisse che insieme a Laerte e Telemaco vuole ancora una volta incrociare le armi con i Proci, scaglia un fulmine tra le gambe di Atena così da fermare definitivamente l’azione di Ulisse.

Ed è utile ripercorrerlo perché la memoria, la mente, spesso tende a distorcere gli avvenimenti. Mieli affronta anche questo aspetto citando per tutti l’omicidio di Marta Russo (rimasto un mistero nonostante la condanna ad appena 5 anni di carcere – sigh –  per i 2 responsabili, processo che registrò anche la testimonianza di una donna che, dopo aver più volte dichiarato di non aver visto i colpevoli, cambiò improvvisamente e convintamente dichiarazione) o i tanti, troppi italiani che subito dopo la II Guerra mondiale rivendicavano di essere stati antifascisti o di aver aiutato gli ebrei: “secondo il censimento erano poco più di 40mila” commenta dal palco Mieli “ma solo a sentire quanti mi hanno confidato il loro agire, gli ebrei in Italia dovevano essere almeno 30 milioni”.

Un momento dello spettacolo di Paolo Mieli

Che la mente sia materiale facile da manovrare è risaputo; Mieli accenna così allo scandalo attuale di Reggio Emilia dove i bambini, secondo l’accusa, sono stati portati a dire e credere cose in realtà mai vissute. Si potrebbe citare Orwell che in “1984” affronta lo stesso concetto per fini di governo: escludendo il passato scomodo si cambiano le sorti del presente e le persone sono portate a ricordare ciò che viene loro inculcato. Tonando allo spettacolo, Mieli ripercorre una serie di episodi dove il patto dell’oblio ha chiuso altrettante tragiche pagine della storia: Trasibulo nel 403 a.C. vietò di “rivangare il passato, anteponendo alle rivalse private la salvezza della città”, e ancora l’Editto di Nantes (1598), la Pace di Westfalia (1648), la Pace siglata dopo la II Guerra Mondiale.

La Commissione proposta da Mandela per la conciliazione, l’amnistia voluta da Togliatti e De Gasperi per pacificare l’Italia. La necessità di dimenticare è ben rappresentata anche nei più importanti testi di sempre: del Lete, il fiume dell’oblio, parla in senso positivo Platone nella Repubblica, Virgilio nell’Eneide, Dante nel Purgatorio (insieme all’Eunoè, il fiume con cui ricordare le cose buone del passato) e ancora Goethe nel Faust, Baudelaire nelle sue poesie. Di oblio parla Platone, ma anche il suo discepolo Plotino.

Al contrario, chi non si dedica all’esercizio di archiviare il passato e guardare al futuro è condannato al dramma perenne: come in Palestina, in Irlanda del Nord dove viene ricordata la vittoria di Guglielmo d’Orange contro i cattolici di Giacomo II (1690), nel devastato Kosovo diviso intorno alla battaglia della Piana dei Merli (1389). O il conflitto che dura da un millennio e mezzo, e che alimenta il terrorismo, tra sunniti e sciiti la cui origine ricade sostanzialmente nelle due diverse visioni di accedere al potere, ovvero tra coloro che volevano che il successore fosse eletto tra i primi seguaci di Maometto e chi proponeva che il prescelto doveva essere un membro della famiglia del Profeta.

Una ricetta valida per ogni situazione non c’è, sostiene Mieli, ma guardando alla storia si possono cogliere alcuni importanti esempi. “La forza degli Stati Uniti sta anche nella capacità di archiviare e procedere verso il futuro”. E cita l’esempio di due recenti Presidenti americani come George W. Bush e Barack Obama, il primo capace di affermare, a proposito della Guerra del Vietnam, che “una grande nazione non può permettersi memorie che fomentino discordia”; il secondo che elogiò l’“amnesia americana” in contrapposizione alla “memoria lunga” di civiltà dove vecchie questioni provocano ancora drammi.

Per oblio” conclude Mieli “non intendo la sciatta dimenticanza che mette torto e ragione sullo stesso piano, ma a far in modo di non riproporre quel torto e ragione del passato nelle contese del presente. Per raggiungere l’obiettivo è necessario consegnare agli storici la storia, a chi è interessato esclusivamente ad analizzare le dinamiche e a scrivere nuove pagine”.

Coerente con quanto aveva scritto ne “I conti della storia”: “L’interpretazione della storia non è mai statica. Rivedere, per gli storici, è un obbligo. L’ultima parola non esiste”.

“È un esercizio complicato, non è facile saper rispettare il passato in tutta la sua complessità ma è un esercizio che possiamo fare tutti, ogni giorno. Anche nella vita privata non possiamo riproporci  tutti i giorni le stesse questioni; per capire il passato dobbiamo avere la capacità di saperlo mettere alle nostre spalle”.

Un invito, insieme allo spettacolo-riflessione, che il pubblico saluta con un lungo applauso per quello che è diventato il beniamino del Festival che, con i suoi “Dialoghi” targati Hdrà – che il Festival, in modo poco convincente, ha ‘tagliato’ da quest’anno costringendone il riposizionamento a Napoli – riusciva a portare a Spoleto i nomi più importanti del jet set e della politica nazionale, più di tutta la stessa kermesse. Una “ferita” troppo fresca, tanto per rimanere in tema, per poter essere ancora dimenticata.

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