Spoleto

Festival dei Due Mondi, il “bel tempo che fu” nel “bel mezzo of Everything” | La prima di Daniele Cipriani tra radici e radiconi

Terminata la 69esima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, come da tradizione, si impone una riflessione generale sulla “prima volta” della nuova Direzione Artistica di Daniele Cipriani. Con i primi dati riassuntivi sull’andamento del Festival delle “radici”, (35mila biglietti emessi e poco più di 1 milione di incasso al botteghino), cercheremo di capire se veramente si è verificata una inversione rispetto alle direzioni precedenti, targate Giorgio Ferrara e Monique Veaute, e se un cospicuo entusiasmo manifestato sin dalla nomina per la direzione di Cipriani, ha un fondamento oppure è stata una esagerazione avventata che ha bisogno almeno di una prima verifica aggregata sui vari fattori organizzativi per essere valutata come reale.

Per quanto ci riguarda, non possiamo far molto per controllare i nostri vizi, tra i quali c’è – ahinoi – quello di osservare. Per dirla con quell’esagerato di Filippo Tommaso Marinetti, ci piace guardare come a volte l’umanità si butta a capofitto nel “…movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno…”.

Osservando…

Si può dunque essere a riposo, o anche in quiescenza, ma l’occhio non si chiude se non nel momento fatidico dell’oltre. E se c’è un occhio che osserva, c’è anche un filamentino residuo di sinapsi percorso da una flebile vibrazione di corrente alternata. Una specie di 220 dell’intelletto che, di tutte le cose delle quali il Padreterno ci ha dotato, è proprio quella che marca la differenza con tutte le altre creazioni, alberi, sassi, animali, bestie e brutaglia assortita (l’elenco non è chiaramente esaustivo).

Detto ciò, spieghiamo che il nostro occhio, si è fermato ad osservare ancora una volta questo splendido contenitore che è il Festival dei Due Mondi di Spoleto, dove può capitare che il contenuto non sia al pari della struttura che lo ospita.

Ricordiamo spesso nelle cose che abbiamo raccontato o raccontiamo ancora, la teoria dei contenitori perfetti, per cui quando si attivano i sensi, oltre a vedere, udendo, annusando e magari leggendo qualcosa che ha suoni disturbanti od odori sgradevoli, ci allertiamo.

Insomma quella corrente a 220 volt di cui sopra, ci avvisa che qualche cosa non sta andando come dovrebbe e che il contenitore può anche corrompersi se il contenuto è guasto. Il classico esempio a cui si fa riferimento in questi casi è quello del vasetto di yogurt lasciato al sole.

Insomma, al nuovo Direttore Artistico della manifestazione menottiana, Daniele Cipriani, è bastato citare la parola “radici” per scatenare una sorta di allucinazione collettiva sulla retrodatazione istantanea della kermesse festivaliera al “bel tempo che fu”.

E pensare che noi pigri osservatori, avevamo avuto un sentore –“un’auretta assai gentile”- per dirla alla rossiniana maniera, già quando uscì per la prima volta il claim della 69 edizione, “In the bel mezzo of everything”– (detta anche Teoria del Dir Don Dan)-

La Teoria del Dir Don Dan

Incerti se fosse stata una chiosa o una anticipazione celebrativa di qualche memoria(da cui la teoria citata sopra) dedicata a Don Lurio o a Dan Peterson, Mal dei Primitives o Rocky Roberts (quello di Stasera mi butto), notissimi e stupendi cacofonatori della lingua nostrana mescolata a piene mani con l’italianese di Broccolino, avevamo però la convinzione che il programma anticipato in qualche evento di “grido” desse ampie garanzie di continuità.

Per farla breve il vasetto di yogurt era salvo in frigorifero! E meno male, visto che il programma effettivo è stato presentato nella sua interezza solo ad aprile inoltrato. Pensa tu se non rimaneva in frigorifero. Ma il ritardo eccessivo del primo anno ci può stare, anche se da un punto di vista della biglietteria il “danno” si può fare sentire.

Nonostante tutto rimaneva costante, senza radici e radiconi, il rumore di sottofondo, di tutte le peane giaculatorie di molti comprimari, proseguito incessante fino all’ultimo giorno. Temiamo a questo punto anche l’imponderabile. Per ridirla alla F.T. Marinetti “Il tempo e lo spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto…”.

Nella rarefazione di analisi critiche e ragionate, possibilmente scritte ed episodicamente pervenute, di ciò che era contenuto nel contenitore (e si badi bene senza nessun pregiudizio o preconcetto), si è andati avanti per slogan e ritualità liturgica a celebrare le “radici” ciprianiche come fossero automaticamente pseudomenottiane, solo per averle citate.

Ragionevolezza e ponderazione avrebbero dovuto consigliare invece di attendere la fine della manifestazione per tirare la linea del totale. O è la somma? “E’ la somma che fa il totale”, diceva De Curtis/Totò e noi ci atteniamo, si sa!

Numeroni come se piovesse

Una quantità di numeri “ad mentulum canis”, su sold-out nei teatri e folle oceaniche di spettatori (senza mai essere specificamente precisi in merito alle elargizione tradizionale di biglietti miracolosi che per inciso sono emessi anche questi al costo di un euro, a volte), o di popolazione festante e turismo culturale esageratamente moltiplicata come i pani e i pesci al Lago di Tiberiade (e anche qui senza dire quanto di questo popolo aumentato è figlio del Festival o di una movida di inizio luglio), hanno costantemente percorso e pervaso le cronache della 69esima edizione.

Numeri che dovevano essere una tra le prove provate che a partire da Spoleto69 tutto tornava indietro di decenni, scavalcando i cambiamenti sociali, i gusti decisamente modificati, un livello culturale e di istruzione di base completamente devastato dagli anni in cui la politica imperante del “Drago” (così la moglie, definiva il Sig. B. in procinto di divorziare) gracchiava il mantra “con la cultura non si mangia”.

Quando cambia un Direttore Artistico, come negli ultimi anni a partire dalla fine dell’era Menotti (figlio soprattutto) nel 2008, va da sé che ci sia uno stile, un modo, un carattere, una sapienza, un talento e una coscienza diversa per ogni protagonista della direzione in questione.

Ma si dovrebbe avere la buona abitudine e il garbo di non tirare per i baveri il malcapitato in improbabili paragoni.

Quando si cita Gian Carlo Menotti si dovrebbe avere la stessa cura che S’Anselmo d’Aosta ( detto anche di Canterbury), ebbe nel definire Dio: “Qualcosa di cui non si può pensare il maggiore-aliquid quo nihil maius cogitari possit”.

Daniele Cipriani, come anche Giorgio Ferrara e Monique Veaute a loro tempo, ha senza dubbio chiaro il valore della memoria del fondatore, ma dovrà gioco-forza prendere atto di vivere nel 2026 (mentre scriviamo) e dovrà sempre fare i conti con quello che il frigorifero offre.

E la vera differenza con i suoi predecessori è stata di manifestare la riconoscenza verso il fondatore dedicandogli l’opera di apertura e l’intera giornata del 7 luglio – il compleanno del Maestro – per una 24ore di musica e ricordi in tutta l’acropoli. Una cosa che Ferrara-Veaute hanno sempre considerato poco più che un obbligo morale da onorare con un intervento limitato.

Riconosciamo inoltre a Cipriani una caratteristica promettente, che fu anche quella di Giorgio Ferrara: sono entrambi uomini “di teatro”, di palcoscenico, vengono insomma dal “servizio militare di leva” e quindi se si comportano da Generali non v’è scandalo alcuno.

Ma anche lui scoprirà presto come la spoletinità batterica che lo sta incoronando Re, presto sarà pronta a gridargli in pubblico che è nudo.

Non sarà una piazza del Mercato, un corso Mazzini o una Via Saffi – e accessi limitrofi – piena di gente che fa lo struscio a modificare le cose, perché questo aumento visivo dei corpi passeggianti nell’acropoli cittadina, puzza tanto di droga sintetica, di illusione collettiva, di narrazione viziata anche ad arte da qualche falsetto falso di maldestro cantore.

Noi che alla nostra età passeggiamo con fatica, e non “possumus” dedicarci allo struscio, perchè non ci siamo mai drogati (ma mai dire mai…), abbiamo fatto più volte il giro della città-intera nel corso delle giornate festivaliere appena trascorse. Bene il risultato è sempre lo stesso, come da 69 anni a questa parte: la parte alta ingestibile (fondamentalmente nel weekend) in uno spazio fisico che riguarda nemmeno un terzo del territorio, e tutto il resto paurosamente simile al deserto di Atacama. Soprattutto la domenica, tutto o quasi chiuso e nemmeno un anima sfigata in giro con un gelato da passeggio.

In questo dunque possiamo senz’altro dire che abbiamo replicato il bel tempo che fu e che siamo senza dubbio in the bel mezzo…del nulla. Che sia stato il caldo a far migrare masse di visitatori verso l’alto per godere di un po’ di fresco e per mangiare il cono di cui sopra? E ovviamente l’ultimo weekend non fa testo nella statistica.

Passetti..in avanti. In attesa dell’indagine seria

A costo di farci mandare a quel paese – tanto lo fanno già da anni – ripetiamo che una città seria che pone addirittura il Sindaco al vertice della Fondazione Festival, motore della manifestazione, dovrebbe avere a disposizione già da decenni una indagine seria di mercato che stabilisca con numeri certi la ricaduta economica della manifestazione sul territorio, anche per capire quali settori sono beneficiati e quali esclusi, per capire la reale consistenza dei flussi e trovare per questo una sorta di redistribuzione dei vantaggi, dato che il Festival si fa grazie ai fondi pubblici per la quasi totalità del budget e molto meno -ogni anno con grande difficoltà oltretutto – per sponsor privati e risultato della biglietteria.

Se non bastasse la denuncia, leggetevi l’articolo di Tuttoggi sui recentissimi dati (preoccupanti) forniti dalla Camera di Commercio dell’Umbria (clicca qui). E sempre in attesa che i ricercatori-economisti dell’Unipg ricevano alla Fondazione Festival i dati richiesti da tre anni per concludere la loro ricerca in merito.

E’ pur vero che qualche piccolo passo in avanti è stato fatto per monitorare correttamente in futuro la situazione dei flussi in arrivo e partenza dalla città. Ricordiamo il Progetto Cities di Confcommercio (qui il progetto) E sottolineiamo la collaborazione dei commercianti spoletini che hanno addobbato le vetrine con le foto storiche della manifestazione messe a disposizione dall’Archivio Diocesano dell’Archidiocesi di Spoleto-Norcia, e grazie ad una ricerca della collega e storica Antonella Manni.

Ma per il resto non abbiamo nemmeno più voglia di stare a riscrivere ancora una volta le stesse cose che tutti gli addetti ai lavori hanno chiare da anni ma che nessuno ha proprio voglia di voler affrontare una volta per tutte. E quindi la chiudiamo qui!

Metodo, direzione…

Rimane aperta la questione del metodo e della proposta culturale ed artistica.

Sul metodo, o anche formula come dir si voglia – lo affermiamo con orgoglio malcelato – abbiamo insegnato al mondo come si fa un Festival multidisciplinare. Ci sono testimonianze infinite di artisti, persone di cultura e intellettuali che riconoscono a Spoleto questa primogenitura virtuosa, molto copiata, ma mai eguagliata. E poiché il successo del metodo è dovuto in pari misura alla qualità strutturale della città ospitante e non solo al talento artistico del Direttore, rendiamoci conto che “siamo la coppia più bella del mondo”. Tiè!

Sulla parte artistica, riconfermiamo una volta per tutte che, o si è del settore, indefessi masticatori di cose dell’arte o altrimenti davvero è improponibile discutere delle scelte, se non nei soli termini di “mi è piaciuto…non mi è piaciuto”. Più in là di così, della parte emozionale – la pancia – non si può davvero andare perché non dimentichiamoci che l’italiano medio, nel suo vizio imperituro, sarà sempre il miglior allenatore della nazionale, il miglior tennista della Davis, il miglior pilota di Formula Uno, e via elencando.

Davanti a tanta onniscenza e sapienza, giù il cappello, ma soprattutto le braghe.

Potremmo ricordarci, ed in ogni caso è tutto scritto, delle innumerevoli volte in cui lo spettatore medio non aveva nemmeno cognizione dello spettacolo che andava a vedere a teatro o in altro luogo. Un vizio detestabile che abbiamo denunciato a più riprese e che produce luoghi comuni a valanga, la prosecuzione imperterrita del “mi piace…non mi piace” che crea opinione, senza sapere nemmeno perché.

Ergo, le scelte degli spettacoli della direzione artistica sono tutte degne in origine, perché non possiamo pensare che qualcuno che ha la guida artistica di questa meravigliosa manifestazione, sia così distaccato e svogliato della kermesse da fare una semplice lista della spesa una volta l’anno. Ciò che produce in termini di scelte artistiche, per il Direttore, sarà dunque sempre il meglio possibile.

Noi vecchi lamentosi di campagna, che abbiamo avuto alla luce del sole una convivenza altalenante con le scelte di Monique Veaute, lodiamo tuttavia la coerenza artistica che la portò a scrivere nel testo introduttivo di Spoleto68 “…continuare, con disperata decisione, ad essere se stessi”. Come la città intera non può e non deve dimenticare moralmente, che è stato il compianto Giorgio Ferrara a rimettere sul binario giusto la manifestazione che era stata “picconata” a morte dall’erede di Gian Carlo Menotti. Grazie ad una lunga e proficua direzione, 13 anni in totale, Ferrara aveva consolidato lui stesso un metodo nel metodo, senza far mancare scelte artistiche di grande valore.

Ma di questo periodo abbiamo già detto e scritto abbastanza in 18 anni di costante presenza della nostra testata alla manifestazione e non è necessario ripetersi se non per chiedere pietà cristiana per chi ancora una volta ripete quell’offesa ridicola quanto insensata degli ultimi 20 anni di Festival come ridotto a “sagra di paese”. Sconfiggeremo il cancro, magari in futuro, ma sulla sciocchezza crediamo non ci sia nulla da fare. Repetita iuvant, gli spettacoli bisogna andare prima a vederli per poi esprimere un giudizio. Almeno questo. Poi si possono anche non capire, ma questa è una storia diversa. Con una precisazione però.

…e giornalisti

Se tra i cambiamenti della nuova direzione c’è anche la policy sul trattamento dei giornalisti che si occupano di Festival e al momento degli accrediti si toglie loro la possibilità di andare (a lavorare) a teatro, e si ricomincia con la manfrina del diritto di cronaca negato, per cui non sono disponibili in tempi corretti sia le foto che il materiale video, ci si dovrebbe spiegare come sia possibile seguire un Festival in maniera concreta e corretta.

Questa testata ha fatto il possibile, come sempre, ricorrendo anche all’acquisto dei biglietti ma va da sé che la formula è completamente da rivedere. E noi che seguiamo seriamente il Due Mondi sin dal 2008 sappiamo quanto siano determinanti gli uffici stampa che funzionano. E di guerre ne abbiamo già fatte abbastanza. Non abbiamo più voglia di questa pantomima.

Il prossimo anno, 2027, ricorreranno i 20 anni di nostra professione – ufficiale – nel giornalismo. Non tantissimi ma ci pregiamo di non aver mancato nemmeno un anno di questi 20, senza scrivere di Festival e la sensazione che abbiamo ancora oggi è che nulla sarebbe cambiato e tutto sarebbe scemato velocemente verso una rapida agonia, se non ci fossero stati dei Direttori artistici che, con la loro faccia, nel bene e nel male, hanno dedicato almeno 5 anni della loro vita a questa manifestazione. Nessuno di loro è Gian Carlo Menotti redivivo, ma sono tutti figli suoi in qualche modo. E a loro andrebbe almeno il rispetto che si ha per una persona di famiglia. Possibilmente senza metterli in imbarazzo con appellativi melensi.

Allo stesso modo è compito del Direttore Artistico e del suo staff, entrare in città in punta di piedi e con gentilezza e non pensare di non tenere in considerazione il suolo che calpestano, come se fosse solo un normale luogo geografico prestato e funzionale ad una intuizione meravigliosa e geniale di 69 anni fa.

Non c’è mai stato un ingresso in città che non fosse tormentato, almeno all’inizio. Prendiamo atto che con Daniele Cipriani le cose sono diverse, all’apparenza. La giaculatoria al miele è iniziata già prima della presentazione ufficiale della manifestazione.

Noi che abbiamo i baffi bianchi, perché i capelli si sono trasferiti altrove da anni, ci permettiamo di osservare che non è una buona cosa. I coltelli sono pronti, nascosti dietro al mantello di coloro che agitano vorticosamente il turibolo con l’incenso e Cipriani avrà un bel da fare anche solo a spiegare i numeri della manifestazione in corso. Ma soprattutto attenzione: lo spoil system applicato ad una squadra operativa già collaudata è operazione altamente rischiosa!

Spoleto69 al “bel tempo che fu”

Sulla qualità degli spettacoli, anche senza poterne fare una critica ordinata e ragionata per i motivi di cui sopra e limitandoci a quelli ai quali abbiamo scelto di partecipare come spettatori in forma autonoma non si può certo dire che non sia stato un Festival con interessanti novità e passi in avanti promettenti.

Cipriani che è un “esperto marpione” della danza internazionale, sa bene che l’arte tersicorea è il piatto forte per il popolo e le sue scelte in questo specifico settore sono state tutte improntate alla soddisfazione della “ggente” come nel caso della Maratona di Danza. Con qualche perla rara in mezzo, e questo conferma una sua volontà di fare per il meglio e con il gusto del “cercatore di tartufi”.

Ottima oltre ogni aspettativa la rassegna dei Concerti di Mezzogiorno che ha presentato un ventaglio di giovani leve e qualche solida conferma e che ha fatto parlare molto anche i giornaloni. Ma non dimentichiamo che la resurrezione era iniziata quasi 3 anni fa con l’interesse proficuo e competente di Marco Ferullo, consulente musicale e responsabile stampa nella direzione artistica di Monique Veaute.

UJ sovrapposta o sottoposta? Spettacoli, e giammai “una sagra”

Decisamente di interesse tutto il resto della programmazione musicale, incluse le operazioni da “avanti Pop” con Mika e Arisa. Del resto il metodo Umbria Jazz che invita al Santa Giuliana anche artisti fuori contesto (il Jazz) per ripagarsi i costi e salvare il nocciolo duro, è una di quelle esperienze consolidate su cui non si può più essere schizzinosi (facciamo anche mea culpa su questo). Soprattutto se porti gente come Zucchero, Sting, Prince, Bob Dylan, Elton John e lo stesso Mika. Etc. Etc..

E pazienza se quest’anno una settimana intera di UJ si sovrappone al Festival. Il patron Pagnotta aveva già spiegato oltretutto più di un anno fa che la cosa sarebbe accaduta a causa dei concerti di Zucchero e di Sting (più Gordon Summer – Sting che Zucchero) liberi solo in determinate date. Quanti esperti della materia organizzativa festivaliera si sarebbero sottoposti alla ghigliottina degli artisti e non avrebbero firmato solo per questioni di calendario eventi da più di 10mila spettatori come Sting e Zucchero? Vogliamo alzare le mani? Ma soprattutto è una vita che sentiamo ripetere “e…ma il pubblico del Festival non è quello di Umbria Jazz”. E allora di che si ha timore?

Sulla prosa non tutto è stato compreso fino in fondo, ma rimane intatta la regola del “ci abbiamo provato. Andrà meglio la prossima”. Abbiamo trovato esagerata l’esaltazione fatta a destra e a manca per Educazione sentimentale di Ivan Cotroneo con Beppe Fiorello. Attratti dalla bravura nello scrivere testi di Cotroneo, più che per le performance di Fiorello, siamo rimasti in una sorta di limbo, in attesa di qualche guizzo di scrittura che consentisse a Beppe Fiorello di trasfigurarsi. E invece tutto è passato senza “febbre”. Magari non abbiamo capito! Per differenza sostanziale, visto che di monologo si trattava, la resa di Kohlhaas è stata infinitamente superiore.

Ecco dunque una di quelle scelte che vale da sola una visita al Festival.

Lussuoso Le radici di mezzo mondo di Michele Santeramo con attori-attori. Citiamo Giuseppe Cederna a cui ci lega una vecchia passione per i suoi inizi cinematografici. E non dimentichiamoci il Berliner Ensemble che consideriamo una citazione alla memoria artistica di Giorgio Ferrara che li portò in prima assoluta a Spoleto già nel 2010.

Ma poi ce li ricordiamo i Sonetti di Shakespeare con Rufus Wainwright e Bob Wilson? E Gogo no Eiko, Gianni Schicchi di Woody Allen e Santo Loquasto, Tim Robbins e Botero…e Jean Paul Gaultier? (e abbiamo citato solo una inezia di quello che è accaduto)

Sagra di paese eh…che vi colpisca la peronospora almeno!

Il cambio di stile culturale si è fatto evidente nella cura della scelta dell’autore dei meravigliosi video proiettati sugli edifici storici principali di Spoleto: David Szauder. Di un fascino senza possibilità di descrizione verbale. Una attenzione quella di Szauder che sposa la filosofia della direzione artistica verso l ‘orizzonte di un “bello” che non sia etichetta o catalogo masticato del dejavù. Ma meraviglia, come per i filosofi.

Dunque Daniele Cipriani vada avanti, presenti i suoi numeri in dettaglio, non solo per i record e sia valutato per questo e non per la sciocca presunzione di qualche “entusiasta a prescindere” di volergli appiccicare il cartellino di erede Doc del M° fondatore. Non tema di scegliere secondo il suo gusto e soprattutto secondo il suo occhio osservatore delle cose d’arte e cultura. A volte i cosiddetti “errori” secondo il sentire comune, alla lunga si rivelano intuizioni portentose per i posteri.

Citiamo la fine del tabù menottiano sul jazz al Festival, non più come estrosità per tacitare qualche buontempone, ma come parte integrante del programma (direzione di Monique Veaute). O come la scelta di cambiare il sempre superclassico programma musicale del Concerto Finale con partiture osée come quelle dei musical americani degli anni ’40/’50 o con il vituperato Gershwin con solista quel tarantolato di Stefano Bollani e la direzione d’orchestra di Sir Antonio Pappano (direzione Ferrara).

La Morale…come sempre!

Ed infine, visto che ogni volta che abbiamo scritto un commento finale alla manifestazione, non ci siamo mai tirati indietro dall’esprimere una visione morale di come abbiamo osservato il Festival, vorremmo aggiungere un piccolo ragionamento che riteniamo utile per una visione complessiva sul “bel tempo che fu”.

Abbiamo l’età giusta per ricordarci dell’epoca d’oro menottiana e anche la memoria personale dell’aver avuto a che fare direttamente con Gian Carlo Menotti e il suo entourage, proprio per questioni di lavoro inerenti il Festival. Non il massimo dell’empatia – dobbiamo ammetterlo senza infingimenti – e con una ripetitiva e fastidiosa concezione proprietaria della manifestazione. Il loro distacco, tranne che per una sorta di cerchio magico locale che beneficiava delle grazie del Duca, era palpabile.

Ci ricordiamo molto bene la folla degli spoletini, negli anni ’60-’70, assiepata dietro le transenne davanti al Teatro Nuovo di Spoleto, guardati a vista dalle forze dell’ordine nella serata della Prima, per catturare un istante dell’arrivo di qualche miliardario con moglie ingioiellata e macchinona con autista. O personaggi del jet set, attori famosi e in generale il bel mondo internazionale, politici inarrivabili che come sempre accade facevano passerella perché a Spoleto non si poteva non essere presenti.

E ci ricordiamo anche gli occhi sgranati di chi guardava dietro alla transenna, forse orgogliosi perché questo accadeva nella loro città o forse perché si immedesimavano in un lusso che non avrebbero mai avuto, pensando a come sarebbe stato indossare quei panni. E questo unito allo struscio al Corso, a Piazza del Mercato o Via Saffi era l’unico modo per dire “andiamo al Festival”.

Dio ci perdoni se ora scriviamo che questa cosa ci genera un moto di vergogna, un orrore ed un errore elitario da cui fuggire, che divideva due popoli con una transenna. Da dimenticare, altro che ricordare!

Non ci ha mai abbandonato l’idea – e anche un po’ di ricerca storica – che alla base di quella scelta primigenia del ’58 ci fossero tutt’altri motivi che non solo quello per cui Spoleto era la città ideale dei 3 teatri presenti e vicina a Roma. Molto influirono i circoli delle grandi famiglie plurimiliardarie americane che sostennero a profusione l’iniziativa i primi intensi anni della kermesse. Sulle motivazioni occorrerebbe approfondire la ricerca, che sicuramente ha molto a che fare con la situazione specifica della società Americana tra anni ’50 e ’60. E poco meno basate, secondo una narrazione sentita recentemente, su una sorta di sfida tra Gian Carlo Menotti e le famiglie in questione sulla possibilità di rendere la cultura un business. Una versione aggiustata forse dal M°, per addomesticare un contesto diverso. Quasi quasi sembra di rivedere la sfida per un dollaro tra Randolph e Mortimer Duke sulla riuscita nella vita di Billy Ray Valentine in “Una poltrona per due” di John Landis.

Il bel tempo che fu insomma lo è stato perché contemporaneo a una fase culturale e artistica del paese (l’Italia) e internazionale (ovviamente l’America) molto vivace (a dirla educata), fase che chiaramente non è più replicabile. Lo abbiamo detto sopra, il frigorifero offre qualcosa di molto diverso e il Festival, che lo si voglia o no, è ormai solo un brand, nonostante l’intuizione di Menotti e Schippers resta comunque un colpo di genio, insieme alla invenzione della multidisciplinarietà. Ma, come anche Umbria Jazz insegna, le tecniche organizzative e il target è profondamente diverso e soprattutto standardizzato.

Oggi le transenne ci sono solo per le macchine mentre il popolo diviso per classi se ne frega di un riccone o un famoso che viene al Festival. Il più delle volte viene ignorato. Se non facciamo i compiti a casa per bene non sapremo mai se la folla è li per il gelato o per il festival, forse per il caldo. Certo se fai un concerto di Ultimo a Piazza Duomo rischi di dover chiudere gli accessi alla città dalla Somma e allo svincolo di Borgo Trevi.

La nostalgia del passato è una maledizione del vivere il presente, perché alla fine non sai mai se guardare avanti o voltarti indietro.

Ma Spoleto vive, il Festival vive, entrambe sanno da dove vengono e guardano avanti, assetate di futuro, “… l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno…”.

E occhio alle Sirene omeriche…oggi hanno il pelo e qualche volta gracchiano. Addio coda argentea e voce melodiosa!

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