Spoleto

“Passate la benzina”, i piromani del Berliner Ensemble rendono complice la platea

A un certo punto, dalla platea del Teatro Caio Melisso, cominciano a passare di mano in mano, sopra le teste degli spettatori, le taniche di benzina. Le porgono verso il palco, una dopo l’altra, e ognuno collabora al trasporto senza pensarci troppo; è solo un gioco, in fondo, un piccolo favore. Ma è esattamente in quel gesto che The Arsonists del Berliner Ensemble mette a segno il suo colpo più feroce: la parabola di Max Frisch parla di un uomo che, per buona educazione e per calcolo, aiuta i propri incendiari a bruciargli la casa e la regia fa sì che a passare la benzina, letteralmente, sia il pubblico stesso. Quando ci si accorge di cosa si sta facendo, è già troppo tardi. Come per Biedermann.

La cortesia come colpa

Scritto nel 1958 e noto in Italia nell’edizione Feltrinelli come Omobono e gli incendiari, dove il cognome Biedermann, il “brav’uomo”, è usato nello spettacolo in lingua originale, il testo di Frisch è una parabola politica sulla disposizione mentale che spiana la strada alle forze distruttive. Gottlieb Biedermann, benestante produttore di tonici per capelli, apparentemente innocuo, si indigna dei piromani che infestano la città finché ne parla al bar; ma quando due di loro gli bussano davvero alla porta, li accoglie con cortesia, li ospita, cerca la loro approvazione, pur sapendo benissimo chi sono. Non è ingenuo: sa perfettamente che quelle crisi le genera l’uomo stesso. Semplicemente, preferisce non vederlo. Frisch lo chiamò un “dramma didattico senza insegnamento”, e infatti Biedermann non impara nulla: o non ne è capace, o non vuole, o finge soltanto, per distogliere l’attenzione dagli incendiari che porta dentro di sé.

Un teatrino che si smonta pezzo per pezzo

La regia della giovanissima Fritzi Wartenberg (classe 1997) traduce tutto questo in un dispositivo scenico brillante. La scena di Jessica Rockstroh è, all’inizio, una sorta di teatrino delle marionette dentro cui i personaggi si muovono come figurine: i coniugi Biedermann, chiusi nei loro ruoli borghesi da recitare anche nella vita, si mostrano appunto come teatro nel teatro. Man mano che gli incendiari prendono possesso della casa, quel teatrino perde pezzi, non tanto per rivelare la natura sincera dei personaggi, quanto per costringerli ad adeguarsi a una realtà nuova, in cui il perbenista che giudica e si autoassolve non ha più immagine dietro cui nascondersi. E quando tutto crolla, crolla per davvero: la scenografia si smonta fisicamente sul palco, con i macchinisti che entrano in azione a vista e diventano parte dello spettacolo — apparizione rara, questa, vista la consueta ritrosia degli operatori di palcoscenico, poi chiamati dagli attori a salire in scena e raccogliere insieme gli applausi.

A rendere tutto irresistibile sono le caricature dei personaggi e i colori sgargianti che sono ormai la firma riconoscibile del Berliner Ensemble: quella “esplosione grottesca in technicolor”, così come l’ha definita The Berliner, che ti fa ridere divertito lasciandoti addosso un persistente senso di inquietudine. Notevole anche il cast, distribuito a prescindere dalla corrispondenza di genere: il Gottlieb Biedermann è affidato a Kathrin Wehlisch, la domestica Anna a Maximilian Diehle, l’incendiario Eisenring a Maeve Metelka, accanto a Pauline Knof (Babette e il poliziotto) e Max Gindorff (Schmitz). Cinque interpreti per un meccanismo a orologeria.

Dentro e fuori, fino a coinvolgere la sala

Il vero motore dello spettacolo è un continuo gioco di dentro e fuori fisico e …. I due piromani non stanno mai al loro posto: girano tra palco, platea e le barcacce che diventano scena, escono fisicamente dal quadro, rientrano. Il pubblico viene chiamato in causa con alcune battute in italiano e con una spassosa simulazione di telefonata di cortesia tra Berlino e Spoleto presa da Babette (la moglie), in cui dice “Sono a Spoleto” e poi ringrazia la platea in diretta. È un teatro che rompe di continuo la propria cornice, coerente, in fondo, con un testo che parla proprio di confini che non si sanno più difendere. Novanta minuti di prosa in tedesco (con sopratitoli in italiano e inglese) volati via tra paradosso, ironia e una riflessione amara sull’umanità, sulla Menschheit che si racconta buona mentre passa la benzina agli incendiari.

Il ritorno di una vecchia conoscenza

Che a firmare tutto sia il Berliner Ensemble non è casuale, ed è un piccolo filo che lega questa edizione alla storia recente del Festival. La compagnia fondata da Brecht è “di casa” a Spoleto: ci aveva portato nel 2008 la memorabile Opera da tre soldi diretta da Robert Wilson, opera di apertira di Spoleto 59 a direzione Giorgio Ferrata e appena l’anno scorso il Woyzeck di Ersan Mondtag sotto la guida della uscente Monique Veaute. Con Frisch prosegue un vero e proprio filone e qui si chiude un cerchio. Il Lehrstück, il “dramma didattico”, è un’invenzione del Teatro Epico di Brecht: non un maestro che insegna a un pubblico passivo, ma un dispositivo in cui interpreti e spettatori analizzano criticamente le azioni sulla scena e ne traggono da soli le conclusioni. Frisch ne rovescia il senso definendo il proprio testo un Lehrstück ohne Lehre, un “dramma didattico senza insegnamento”: nessuna morale calata dall’alto, e Biedermann per primo non ne ricava niente: la lezione, semmai, tocca a chi guarda. Che a mettere in scena questo gioco con la forma brechtiana sia proprio la compagnia fondata da Brecht è più di una coincidenza. E c’è di più: la regista Wartenberg è arrivata al Berliner attraverso WORX, il programma per giovani registi, vincendo il Premio Helene Weigel — intitolato alla moglie di Brecht e cofondatrice della compagnia.

Vale la pena rimarcare, infine, la cornice: The Arsonists è andato in scena con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania. È uno dei vari patrocini di paesi stranieri che quest’anno hanno accompagnato gli spettacoli in lingua originale, disseminati lungo tutto il cartellone. Una scelta che risuona in profondità con il senso stesso del Festival dei Due Mondi: mettere culture diverse una di fronte all’altra, e lasciarle dialogare ciascuna nella propria lingua.