304 pagine. Ammonta a tanto lo studio che la Provincia di Perugia (nella persona del vicepresidente Giovagnola) aveva commissionato nel 2003-2004 ad alcuni centri di ricerca per biomonitorizzare l’area industriale di Spoleto, ovvero la frazione di Santo Chiodo. Uno studio rimasto in un cassetto fino ad oggi, quando una mano ignota ha recapitato alla nostra redazione lo studio condotto da Nicola Palmieri, Massimo Panfili e Valentina Fioretto. Difficile pensare che una copia non sia finita a tutte le istituzioni locali. Che, nella migliore delle ipotesi, lo hanno bollato come privo di scientificità. Riesplode così con forza la vicenda sull'inquinamento nell'area di Santo Chiodo dove si continuano a registrare casi di leucemie e alzhaimer. 11 casi in un lembo di terra di appena 500 metri in linea d'aria. Ma veniamo alla ricerca portata avanti dai ricercatori dell'Università di Bologna che ne avevano condotto uno simile (circa i cementifici) in quel di Gubbio.
I bioindicatori – I ricercatori si sono soffermati sullo studio di due bioindicatori: le api e i licheni. Le prime infatti, spostandosi freneticamente e accumulando nel proprio corpo i contaminanti presenti nell’ambiente, riescono a fornire indicazioni su un’area di ca. 7 chilometri quadrati. I licheni invece sono ritenuti degli straordinari bioaccumulatori. Lo studio scientifico “sperimentale” è stato così avviato per valutare l’impatto ambientale prodotto dale attività industriali più rilevanti quali il cementificio e la metallurgia. Sette le stazioni, sei delle quali dislocate intorno ai siti indagati ed una, denominata ‘testimone’ ovevro ritenuta incontaminata.
Le stazioni destinate a monitorare gli inquinanti prodotti dal cementificio sono state installate a Sant’Angelo, San Martino in Trignano e Colle Capezzano. Quelle destinate a monitorare la zona metallurgica sono state installate a Villa Marignoli, Colle Risana e San Nicolò. Le sostanze ricercate sono state, per il cementificio, i cloruri e fluoruri solubili, alluminio, arsenico, cadmio, cromo, rame, ferro, mercurio, nichel, piombo, titanio e vanadio. Per la metallurgia cloruri e fluoruri solubili, alluminio, arsenico, berillio, cadmio, cromo, rame, ferro, mercurio, nichel, piombo e zinco.
I risultati – Dicono gli studiosi che le “stazioni più esposte all’inquinamento sono quelle di S. Angelo, Colle Capezzano e San Martino dove in molti casi si sono evidenziati picchi di concentrazioni preoccupanti, come ad esempio per l’alluminio, cadmio, cromo, ferro, fluoruri solubili, mercurio, nichel, rame, titanio e vanadio”. Sono queste le tre stazioni che ‘evidenziano i maggiori problemi di salute anbientale. A Colle Risana – dicono i ricercatori – le concentrazioni medie superano il limite rosso per lo zinco, ferro, niche e alluminio, mentre a Villa Marignoli le concentrazioni medie superano il valore di riferimento rosso per nichel, ferro, cadmio e alluminio. Nella stazione testimone il limite rosso viene superato nelle conentrazioni medie dei fluoruri solubili, del mercurio e del nichel”.
Conclusioni inquietanti – “Nel complesso si evince che nell’ampia area indagata la qualità ambientale generale sia bassa e poco invidiabile. Un altro dato riguarda la concentrazione media di piombo: più elevata nella stazione di San Nicolò rispetto alle altre stazioni di monitoraggio, sia nel 003 che nel 2004”.
Gli apicoltori – nel report viene fatta anche menzione degli apicoltori che hanno dato il loro personale contributo tra cui spicca il nome dell’attuale capogruppo dei socialisti-riformisti Enzo Alleori: Bixio Filippucci, Giordano Fedeli, Domenico Carletti e Giuseppe Massari
I rimedi – I tre ricercatori propongono al termine dell'elaborato alcuni accorgimenti per migliorare la situazione ambientale di quest'area che sembra più simile, per inquinamento, ad una di quelle zone industriali del nord Italia dove è più massiccia la presenza di industrie. Scrivono: “si dovrebbe prestare maggiore attenzone alle problematice ambientali adeguando le emissioni industriali con filtri più moderni ed efficienti ed 'innalzando' le temperature dei forni durante la combustione del carbon fossile e del metano. Ma la qualità ambientali potrebbe aumentare attuando politiche di risanamento; queste aree sono molto carenti di coperture alberate e ciò amplifica l'effetto contaminazione”.
Ironia della sorte lo studio, stando ad una prima verifica, non compare nel sito della Provincia di Perugia. C'è però un comunicato dell'assessore pro tempore Giuliano Granocchia che nel maggio 2005, intervenendo sulla vicenda dell'inquinamento, di fronte ai dati presentati da Arpa e Asl, diceva “…altra finalità rimane naturalmente la lotta all’inquinamento ambientale, per salvaguardare la qualità dell’aria e la salute dei cittadini, la quale, stando ai dati presentati, pare essere completamente tutelata”. Peccato però che i dati di Asl e Arpa non sembrano affatto combaciare con quelli dello studio fatto realizzare proprio dalla Provincia.
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Aggiornato alle 16.14
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