Perugia, sull'autorizzazione ristorante di crudité la giunta si spacca - Tuttoggi

Perugia, sull’autorizzazione ristorante di crudité la giunta si spacca

Cristiana Mapelli

Perugia, sull’autorizzazione ristorante di crudité la giunta si spacca

Sulla possibilità di deroga in giunta le visioni non sono allineate | L'atto del 2012 pensato per arginare il fenomeno dei bar "shortini 1 euro"
Mar, 23/05/2017 - 13:16

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Perugia, sull’autorizzazione ristorante di crudité la giunta si spacca

Una delibera datata 2012 pensata per cercare di arginare il fenomeno dei piccoli bar “vendi shortini ad 1 euro” e che ora mette in difficoltà l’apertura di un progetto ben più ambizioso. L’inghippo burocratico che ha ritardato l’inaugurazione di un punto ristoro in piazza della Repubblica dedicato al crudité di pesce e carne nasce da un’autorizzazione negata per la somministrazione di alcolici per locali con dimensioni inferiori a 50 mq. Impossibile, quindi, accompagnare ad una tartare chianina un bicchieri di vino.

La delibera

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Sulla possibilità di deroga alla delibera, come per altro consentito, in giunta a Romizi le visioni non sarebbero allineate. Da una parte gli amministratori cittadini che credono nel progetto dei due giovani imprenditori basato su prodotti ad alta qualità e che ha ottenuto il sostegno economico del Fondo europeo degli investimento della Ue nell’ambito del programma Horizon 2020 (che premia le imprese che investono in ricerca, sviluppo e innovazione). Dall’altra coloro che non vedono di buon occhio la possibilità di deroga alla delibera anti somministrazione degli alcolici in piccoli locali, convinti che creerebbe un precedente, forse così importante da rompere alcuni equilibri.

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L’Acropoli del 2012

Ma riavvolgiamo il nastro e torniamo nel 2012 quando la giunta Boccali il 28 maggio firmò la delibera che stabiliva, tra le altre cose, il divieto di somministrazione di alcolici nei locali inferiori a 50 mq. Un atto pensato per cercare di arginare il fenomeno del proliferare piccoli bar che vendono shortini ad un euro e fast food etnici in un centro storico in cui si susseguivano gravi episodi di ordine pubblico e che hanno avuto risalto sulle cronache locali. Nell’atto si fa riferimento a quelle guerriglie urbane nell’Acropoli che alimentarono quel senso di insicurezza dei cittadini diventato poi, nei mesi a seguire, il leit motiv di una città in preda al disagio. Ed è proprio su tali criticità che la giunta Boccali ha ritenuto di intervenire “mediante il presente atto di programmazione, nelle ipotesi di apertura di nuovi esercizi; trasferimento di sede di esercizi esistenti nell’ambito o verso il centro storico, modifica della superficie di somministrazione di esercizi esistenti”.

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Possibilità di deroga

Ma la soluzione all’inghippo burocratico sembra essere proprio a portata di mano. Tale superficie minima potrà essere derogata su richiesta, con deliberazione della Giunta Comunale, per esercizi la cui attività sia di particolare interesse e rilevanza per la promozione dello sviluppo turistico ed economico della città. Ed è proprio su questo che si giocherà la partita: dimostrare che nei 35 mq in piazza della Repubblica si fa cultura della gastronomia e che la nuova attività commerciale porterà alla città un valore aggiunto. Un’operazione  facile? Tutt’altro.

Un precedente importante

Ma una soluzione va trovata e a distanza di cinque anni, forse, bisognerebbe dimostrare un po’ di elasticità. Come? Permettere a questi due giovani imprenditori di argomentare, se ci sono, riguardo a tutte le caratteristiche richieste dall’atto per chiedere una deroga. La giunta Romizi si trova quindi davanti ad una presa di posizione importante: impugnare la delibera comunale consentendo una deroga e riconoscendo alla start up particolare interesse e rilevanza per la promozione e sviluppo turistico ed economico della città (come specificato nell’atto) oppure negare l’autorizzazione alla somministrazione di alcolici? Sulla questione indiscrezioni conformerebbero una spaccatura in giunta e nei corridoi di Palazzo c’e già chi parla della possibilità di appellarsi ad un “dovere politico discrezionale” sulla presa di posizione in tali contesti.

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