In Umbria, così come nel resto del Paese, parlare di migrazioni significa parlare di una realtà globale eppure vicinissima, che impatta sulle grandi città e sulle comunità più piccole, che chiama in causa demografia, economia, diritti e ci interroga come Paese e come individui.
Quanto stereotipi e paure alimentano il nostro modo di pensare e di agire? Quanto siamo disposti a riconoscere le zone d’ombra in cui continuano a prosperare sfruttamento, lavoro nero, caporalato e precarietà?
La nostra regione vive da anni un progressivo calo delle nascite che si accompagna al graduale invecchiamento della popolazione, compresa quella in età lavorativa. In questo quadro, i movimenti migratori rappresentano un elemento essenziale della vitalità sociale e produttiva del nostro territorio.
È necessario quindi riportare il dibattito alla realtà che incontriamo ogni giorno, che è davanti ai nostri occhi e nei luoghi di lavoro. Il caporalato non nasce dall’immigrazione. Nasce dallo sfruttamento. Nasce dove mancano controlli, dove gli appalti e i subappalti frammentano le responsabilità, dove il lavoro povero diventa normalità, dove la condizione di bisogno viene trasformata in ricatto.
Nei cantieri, nelle campagne, nella logistica, nelle fabbriche e nei servizi incontriamo lavoratrici e lavoratori migranti che spesso dipendono dal datore di lavoro non solo per il salario, ma anche per il permesso di soggiorno, per l’alloggio, per il trasporto, perfino per la conoscenza dei propri diritti. È in questo limbo che prosperano lavoro nero, sottoinquadramento, ore non pagate, finti contratti e condizioni di sicurezza insufficienti.
In Umbria la popolazione straniera è più giovane di quella italiana e prevalentemente femminile. Gli stranieri occupati sono circa 44mila, rappresentando l’11,8% del totale, e sono impegnati prevalentemente nel settore dei servizi alla persona, nell’industria, con una quota rilevante nelle costruzioni, e in agricoltura.
Pensare che la questione possa essere affrontata solo attraverso la regolazione degli ingressi, i decreti flussi o formule come il cosiddetto “salario giusto” significa non averne compreso la portata. Da tempo la Cgil chiede una legge sul salario minimo, ma sappiamo bene che nessuna misura salariale potrà essere efficace se non si rafforzano la contrattazione collettiva, i controlli, la legalità negli appalti e la possibilità concreta per ogni lavoratore di far valere i propri diritti senza paura.
La vera domanda è cosa accade dopo l’ingresso nel nostro Paese. Perché continuiamo a trovare lavoratori pagati meno di quanto previsto dai contratti nazionali? Perché continuiamo a registrare morti sul lavoro che colpiscono in misura crescente lavoratori stranieri? Perché esistono ancora filiere nelle quali le responsabilità si disperdono fino a diventare invisibili?
Dietro molte situazioni di sfruttamento c’è una catena criminale ampia e pervasiva. Migranti che arrivano nel nostro Paese dopo aver contratto debiti per partire e lavorano per ripagare quel debito, cercando, se possibile, di mandare qualcosa alle proprie famiglie. Una catena dello sfruttamento che genera profitto dalla vulnerabilità, che non riguarda solo il Mezzogiorno e non riguarda solo i cantieri privati, ma anche le grandi opere pubbliche, nell’indifferenza dei committenti anche di fronte al rispetto dei protocolli di legalità.
In questo contesto, le politiche europee e nazionali che puntano tutto su trattenimenti, rimpatri, esternalizzazione delle frontiere e compressione del diritto d’asilo confermano la diffusione di un modello repressivo che è del tutto contrario ai valori nei quali e per i quali l’Europa è nata.
L’irregolarità non si origina spontaneamente, ma è il risultato di una volontà politica. Le persone in movimento non possono essere considerate una minaccia, né possiamo accettare che nel dibattito pubblico trovino spazio parole come “remigrazione”. Occorre costruire una risposta collettiva alle derive razziste e autoritarie e difendere il diritto a migrare e il diritto a restare.
Questo il messaggio che è partito da Pozzallo durante Forum sindacale dell’Euromediterraneo “Costruzioni Migranti – Uniti sotto lo stesso casco” che si è svolto il 12 e 13 giugno scorso. Una scelta non casuale. Pozzallo è frontiera del Mediterraneo e luogo simbolico da cui guardare al lavoro, all’accoglienza, ai diritti.
Ad oggi, nel settore delle costruzioni, il contributo dei nuovi cittadini supera il 40% della manodopera complessiva. Mentre arriviamo al 20% se pensiamo a tutti i settori produttivi del Paese. In Umbria, nel settore delle costruzioni il peso della manodopera straniera è del 50% .
Nei cantieri, come nelle fabbriche, i lavoratori sono abituati a lavorare insieme, a condividere fatica, competenze, responsabilità e lì non c’è spazio per il razzismo o la xenofobia, lì la realtà già smentisce ogni possibile narrazione strumentale.
Da sindacalista vedo ogni giorno uomini e donne che lavorano duramente, pagano le tasse, contribuiscono alla crescita delle nostre comunità e chiedono semplicemente di essere trattati come qualsiasi altro lavoratore. La lotta al caporalato non si vince considerando i migranti un problema da gestire, ma riconoscendoli come lavoratori e cittadini titolari degli stessi diritti di tutti gli altri.
La sfida che siamo chiamati a raccogliere riguarda il modello di società che vogliamo costruire, una società che indebolisce sé stessa innalzando muri o una capace di interrogarsi, superare i propri limiti e rendersi davvero plurale e democratica?
Elisabetta Masciarri
Segretaria generale Fillea Cgil Umbria