Cari Orvieto: tra cambi al Sud, incognite dal Nord e aspettative locali

Cari Orvieto: tra cambi al Sud, incognite dal Nord e aspettative locali

L’offerta della Sri Group per “Mister X”, la maxi-banca di Sapelli e il ruolo della Fondazione

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A guardare i suoi numeri non si capirebbe lo smaniare intorno alla Cassa di Risparmio di Orvieto. Una banca storica e di grande importanza per la città della Rupe ed il suo territorio, a cavallo tra l’Umbria e il Lazio, ma certamente non una pedina in grado di modificare gli attuali assetti della finanza nazionale. Che è alle prese, tra l’altro, con una profonda riorganizzazione, tra le fusioni nel mondo del credito cooperativo e la forte riduzione degli sportelli indotta dall’utilizzo sempre maggiore dell’home banking e dei servizi online. Eppure, proprio la riorganizzazione del sistema bancario nazionale, con i default, l’ondata dei commissariamenti (attraverso il quale, ad esempio, Banco Desio ha acquisito la banca Popolare di Spoleto) e le numerose concentrazioni (non ancora terminate) nel credito cooperativo rendono le banche sane, in Italia, una merce rara sul tavolo delle contrattazioni.

La mossa della Fondazione Cr Orvieto di tentare di riacquisire la “propria” Cassa dalle mani delle mani baresi a cui era passata si può spiegare, oltre che con l’orgoglio di un territorio, con la necessità di garantire un adeguato flusso finanziario all’economia locale. D’altro canto, la Popolare di Bari ad un certo punto sembrava ben contenta di disfarsi della quota di maggioranza di una banca che serviva come avamposto verso i lidi romani, salvo poi dover ripiegare in tutta fretta per far fronte ai problemi pugliesi. La domanda era: quale partner conta di avere la Fondazione, considerando che da sola non avrebbe avuto la forza, né avrebbe potuto, gestire la Cari Orvieto?

BPER e gli appetiti umbri mai sopiti

Quando dalla trattativa si è sfilata BPER, gli entusiasmo autarchici si sono un po’ raffreddati. Anche perché altri grandi gruppi nazionali (UniCredit e Gruppo Intesa hanno fatto incetta delle banche locali) su quell’area, che guarda al Lazio, sono già coperte.

Qualche imprenditore umbro, che vistasi soffiare la Bps non ha riposto nel cassetto il sogno di mettere le mani su una banca, un pensierino ce l’aveva fatto. Provando ovviamente a creare una cordata. Ma segnali incoraggianti non ce ne sono stati. Ed allora gli umbri sono rimasti alla finestra, pur con le orecchie tese verso Orvieto.

Sri Group: non siamo speculatori

Ecco però che dal Nord spunta l’offerta vincolante di acquisto di circa il 74% delle quota (per una cifra intorno ai 65 milioni di euro) avanzata dalla Sri Group. Molto dal Nord, dato che la Sri Group ha la sede principale a Londra. Una società che “offre servizi di consulenza ad investitori istituzionali, principali operatori finanziari, aziende e società di tutte le dimensioni”. Insomma, un gruppo che non fa banca, ma crea occasioni di investimento nel settore finanziario per altri soggetti.

Da qui le preoccupazioni dei sindacati di categoria. Che temono un’altra operazione come quella che BlackRock tentò su Carige. Insomma: acquistare, ridurre le spese per ottimizzare gli utili e poi vendere.

Non siamo speculatori” ha rassicurato in un’intervista al Corriere dell’Umbria Giulio Gallazzi, il 55enne uomo di affari bolognese Ceo di Sri Group (di cui è socio fondatore e principale azionista). L’uomo d’affari bolognese, membro del Consiglio di amministrazione di Mediaset e già nel Cda di Ansaldo e di Banca Carige di cui è stato anche presidente nel 2018, è conosciuto in Umbria per essere stato anche vicepresidente di TerniEnergia. Nell’intervista rilasciato a Sergio Casagrande, Gallazzi ha spiegato che l’acquisto di Cari Orvieto non è un’operazione speculativa, ma un buon investimento, in una banca dalle grandi potenzialità di crescita, ma che al momento non sembra avere le attenzioni del mercato e che quindi può essere acquistata ad un prezzo congruo. Gallazzi si dimostra anche molto attento alle esigenze della Fondazione e del territorio, dove dice di poter portare fondi dall’estero.

Gli appelli dei sindacati e la politica

I lavoratori, però, vogliono delle garanzie. E così i sindacati che rappresentano i dipendenti della CariOrvieto in una nota hanno espresso “forte preoccupazione per le ricadute che detta operazione, se portata a termine, potrebbe avere sul livello dei servizi bancari resi al territorio e sui livelli occupazionali“. Insomma, si teme che si inizi a tagliare, per poi vendere. “Forte è infatti il timore – prosegue la nota – che, dietro l’operazione vi siano disegni finanziari di corto respiro privi di concreti progetti di ristrutturazione e rilancio della Cassa a livello industriale con le conseguenze più negative per i lavoratori, per i soggetti economici locali e per la collettività tutta“.

I sindacati vogliono saperne di più, essere coinvolti e lanciano appelli alle autorità politiche, locali e nazionali, perché vigilino ed alla Fondazione perché, insieme alla Banca d’Italia, vadano ad appurare “natura e finalità” dell’operazione di acquisto da parte di Sri Group. Per questo, si chiede alle forze politiche cittadine ed alla stessa Fondazione “una presa di posizione pubblica per evitare speculazioni, sociali e finanziarie, a danno della nostra comunità“.

Certo, dal punto di vista procedurale chi compra non è tenuto a dare altre spiegazioni rispetto a quelle messe nero su bianco nell’offerta vincolante di acquisto. Ma almeno un passaggio con le segreterie nazionali di categoria i sindacati se lo aspettano. Tanto più che il segretario nazionale della Fabi, Lando Maria Sileoni, è orvietano e segue quindi con particolare interesse la vicenda.

A Orvieto, poi, c’è appena stato il ribaltone politico. Ed allora la maggioranza di centrodestra che governa la città, pur nel rispetto dei paletti che la legge mette alla politica dopo le tante nefaste ingerenze, non vorrebbe ritrovarsi con un’operazione già fatta di cui non ne sa nulla.

Ma anche la Fisac Cgil guarda da vicino all’operazione tentata da Sri Group ed esprime “perplessità in ordine alla mancanza di un chiaro piano industriale e preoccupazione rispetto alle conseguenze, rivolgendo l’esortazione alle Istituzioni locali a partire dal Comune di Orvieto affinché si adoperino per la salvaguardia della Cassa“. Alla Fisac Cgil non bastano le rassicurazioni di Gallazzi ed anzi parla di aspetti preoccupanti, “poiché il soggetto offerente non ci risulta vantare
esperienze nella gestione di banche Retail“. “Temiamo che dietro l’operazione – scrivono i bancari della Cgil – vi siano disegni finanziari di corto respiro che possano
compromettere il delicato equilibrio del territorio già provato pesantemente da anni crisi economica“.

Insomma, la trattativa non può essere fatta a luci spente, senza coinvolgere i lavoratori e il territorio.

Il cavallo di ritorno

E c’è anche chi, di fronte a nuovi scenari visti come un salto nel buio, guarda a ritorni più morbidi verso il Sud. Soprattutto alla luce della nuova banca meridionale (la maxi Popolare del Sud è stata definita) che dovrebbe sorgere, sotto la presidenza del professor Sapelli, già nel Cda della Popolare di Bari. Un progetto che ha trovato nuovo vigore con l’emendamento al decreto Crescita. Insomma, qualcuno valuta più sicuro restare al sole del Sud, ora che si sta aprendo un ombrellone più grande, piuttosto che affidarsi ai navigatori del Nord per sfidare da Orvieto il mare aperto della finanza internazionale.

Certo, se poi da bari volessero proprio non saperne più di Orvieto, sarà il mercato a dettare le condizioni. Con Bankitalia che però può avere un ruolo da arbitro, come ha spesso fatto in queste trattative. Da cui non è escluso il socio di minoranza. E allora, ad Orvieto, gli occhi sono puntati sulle prossime mosse della Fondazione.

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