L’insegnante che fece a pezzi suo padre ora aiuta gli anziani

L’insegnante che fece a pezzi suo padre ora aiuta gli anziani

Semilibertà per ottima condotta ad Antonio Leandri, detenuto al carcere di Capanne


Ha ucciso il padre con una martellata, poi ha fatto a pezzi il cadavere cospargendoli nelle campagne del perugino. A far partire l’indagine nel 2010 fu un cacciatore che, nei pressi del laghetto del Monte Tezio, ritrovò un braccio umano. Da quel macabro ritrovamento all’identificazione dell’arto, il passo fu breve visto che lo stesso Antonio Leandri aveva denunciato la scomparsa del padre, dopo averlo ucciso. Messo alle strette dagli inquirenti, l’insegnante confessò tutto e poi venne arrestato. Nel 2013 è stato condannato in via definitiva a 11 anni e quattro mesi di carcere. Alla fine dell’estate, il suo nuovo avvocato, Pierluigi Fiori, potrebbe già chiedere l’affidamento in prova e, se gli venisse concesso, potrebbe passare gli ultimi due anni di condanna – il suo fine pena è a dicembre 2020 – fuori dal carcere.

Adesso, o meglio da due mesi a questa parte, è in semilibertà: ha quindi il permesso del giudice di uscire dal carcere la mattina e farvi rientro la sera. Nelle ore passate lontano dalla cella del carcere di Capanne, Antonio Leandri lavora come operaio la mattina e aiuta i parrocchiani di Castel Del Piano e di Strozzacapponi, soprattutto gli anziani, nel pomeriggio. La decisione è stata presa dal magistrato di sorveglianza che lo ha giudicato idoneo ad una simile concessione visto il suo comportamento. Da tutti nell’ambiente carcerario viene considerato un ottimo detenuto, che non ha mai dato alcun problema di comportamento. Già per Natale, il giudice gli ha concesso un lungo permesso premio di venti giorni ed ora, dall’inizio di febbraio, passa quasi tutto il giorno fuori dal carcere.

Leandri era stato arrestato nei primi mesi del 2011 ed era rimasto dietro le sbarre fin quando, i suoi difensori di allora, Luca Gentili e Claudio Lombardi, chiesero una perizia psichiatrica perché puntavano a farlo dichiarare incapace di intendere e di volere. Ma nessun giudice l’accolse. Però in quel periodo, il gip gli concesse gli arresti domiciliari che passò prima nella comunità ‘L’Alveare’ di Torchiagina. Ma quando la condanna divenne definitiva del 2014 rinunciò a fare ricorso in cassazione e tornò in carcere.

Stampa