Gasdotto Snam Rete Adriatica, serpente dentro al sisma | Parla il geologo Aucone

Gasdotto Snam Rete Adriatica, serpente dentro al sisma | Parla il geologo Aucone

La protesta si riorganizza | In Puglia ‘blitz’ notturno di Tap, ripresi i lavori

Si sono incontrati lo scorso 25 aprile nel centro storico de L’Aquila, per protestare e parlare di una ‘grande opera’, che attende, in base al tracciato previsto su carta, di partire, per attraversare l’Italia dalla Puglia fino all’Emilia Romagna.

Sono gli attivisti del movimento no Tap, che hanno deciso di schierarsi contro la costruzione del gasdotto transnazionale che trova il suo punto d’approdo nel sud della Puglia. Insieme a loro c’erano anche giovani di collettivi appartenenti ad altri territori della regione, da Sulmona a San Vito Chietino.


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In centro Italia, infatti, si gioca un’altra partita, molto vicina a quella pugliese, che vede le ragioni degli ambientalisti e dei movimenti locali opporsi, con elementi e storie diverse, ma con destini molto simili, al ‘lungo serpente di gas e acciaio‘. Della loro protesta ne abbiamo già parlato e abbiamo raccontato come, nelle ultime settimane, proprio da quando in Puglia la Trans Adriatic Pipeline ha iniziato i lavori di sradicamento degli alberi di ulivo per fa spazio materialmente al tracciato che verrà attraversato dal tubo proveniente dal lontano Azerbaijan, anche in Umbria, Abruzzo e Marche il Comitato No Tubo abbia deciso di sposare la protesta dei No Tap, convinto che lo Snam Rete Adriatica, che da Brindisi dovrebbe salire fino a Minerbio, sia una grande opera da non realizzare. Proprio come la Tap. Un nuovo incontro è atteso già nel mese di maggio per decidere la strategia.

Parola di geologo

Un’altra questione relativa al gasdotto Rete Adriatica della Snam è che al Brindisi-Minerbio “mancano le valutazioni sugli effetti locali sismici e lo studio dell’impatto dell’opera in una zona definita ad alto rischio sismico“. Non solo: Snam “sottovaluta il problema della fagliazione nei tratti che il Brindisi-Minerbio dovrebbe attraversare. Parola del geologo Francesco Aucone, intervenuto durante l’ultimo incontro organizzato dai No Tubo a Colfiorito. Aucone da tempo si è interessato alla vicenda, e ha deciso di analizzare gli studi effettuati per la realizzazione del gasdotto, in particolare nelle zone tra l’Abruzzo, le Marche e l’Umbria. Zone, insomma, definite ad alto rischio sismico, elemento sul quale si basa una parte delle proteste degli stessi No Tubo.


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Le caratteristiche del gasdotto  

Il Rete Adriatica dovrebbe essere tutto interrato e dovrebbe essere grande 1.20 metri di diametro per 3 metri di profondità. L’idea di interrare il gasdotto è per evitare di causare impatti paesaggistici perenni, almeno nelle zone con un vegetazione bassa. Più difficile l’intervento nelle zone boschive, dove gli alberi (come sta accadendo per gli ulivi in Puglia) devono essere sradicati e poi ripiantati, in particolare laddove ci sia un interesse storico oltre che paesaggistico. Ma accanto alle questioni ambientali, così come accanto alla valutazione della reale utilità dell’opera, per la quale non sarebbero previste ramificazioni attraverso cui fornire gas alle popolazioni locali e interessate dal passaggio del gasdotto, per i No Tubo, così come per il geologo Francesco Aucone, ci sarebbe il fatto che Snam ha “sottovalutato il rischio sismico” di aree come quelle delle regioni del centro Italia.

Tutto ruota attorno all’attività sismica, insomma. “Snam – racconta Aucone al telefono con Tuttoggi.info – nel 2004 ha effettuato degli studi di impatto ambientale, per obbligo di legge. Tra questi studi, c’è anche quello di sismicità, relativo alle zone che il gasdotto dovrebbe attraversare. Snam però non ha rispettato alcune indicazioni date dalle normative vigenti già allora, tuttora attuali o addirittura aggiornate“. Inevitabile a suo avviso dunque la necessità che gli studi vengano rifatti: perché dal 2004, anno in cui il progetto del Rete Adriatica venne messo su carta, la legislazione nazionale ed europea, così come gli obblighi di legge, sono cambiati. “Snam – continua Aucone – non ha seguito i consigli dell’Euro codice 8: le normative attuali ti dicono che devi fare degli studi per classe d’uso e in base all’importanza dell’opera. Esistono 4 classi. Un gasdotto è un’opera strategica della massima importanza, quindi di massimo livello, ossia di codice 4. Per un’opera strategica andrebbero fatti studi più specifici, mentre Snam si è avvalsa di un approccio semplificato, adatto per opere più semplici”.

Non solo: per il geologo Aucone, il tracciato di Snam “non prende in considerazione gli effetti sismici locali, sottovalutando così il problema della fagliazione. In Italia ci sono faglie attive e capaci, come quella del Monte Vettore. Nessun opera umana resiste alla sismicità: e tale ragionamento va applicato anche ad un gasdotto, con i suoi tubi che restano rigidamente incastrarti all’interno al terreno. Ecco perché è necessario uno studio ancora più approfondito per comprenderne la fattibilità e per capire se un’opera del genere può resistere davanti all’azione sismica“. Snam, aggiunge Aucone “ha sottostimato l’azione sismica nella valutazione dell’impatto dell’opera. E’ inoltre antiscientifico affermare che tali metanodotti esistono da decenni e che dunque è improbabile accada qualcosa. I terremoti sono imprevedibili e non possiamo conoscerne un’eventuale magnitudo futura. Dobbiamo invece effettuare studi più approfonditi“.  

Nel frattempo in Puglia, dove esiste l’altro pezzo di gasdotto che insieme allo Snam Rete Adriatica, dovrebbe fare dell’Italia il nuovo hub energetico dell’Europa, sono ripresi i lavori di Tap nelle campagne di Melendugno. Un ‘blitz’ notturno, come è stato definito dai media e dagli stessi manifestanti accorsi, avvenuto intorno alle 2 di notte del 27 aprile, quando Tap ha proceduto con lo sradicamento degli ulivi, per terminare i lavori intorno all’alba dello stesso giorno. A presidiare il cantiere c’erano le forze di polizia. Lo stop ai lavori ha interrotto la ‘tregua’ oggetto dell’intesa raggiunta sabato scorso in Prefettura tra il sindaco di Melendugno, Marco Potì, e il country manager dell’azienda, Michele Mario Elia, con la quale si era deciso di fermare le operazioni fino ad ottobre per lasciar trascorrere la stagione turistica con calma e senza tensioni. Ma Tap alla fine ha deciso di espiantare gli undici ulivi sui quali erano già state effettuate un mese fa le operazioni di zollatura, per poi collocarli in vaso: un’operazione necessaria entro il 30 aprile per Tap, utile a non condannare gli ulivi a morte certa. Per i manifestanti e il sindaco di Melendugno, invece, gli ulivi potevano essere curati a terra.

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