Premessa: questa volta la faremo decisamente lunga, dunque abbiate pazienza. Ma i temi su cui esprimersi sono davvero molti e decisivi.
Chi attraversa Spoleto in questi ultimi tempi, soprattutto in centro storico, non può che essere percorso da una sensazione di precarietà cantieristica, simboleggiata da bandoni di metallo, recinzioni, teli e imponenti gru. Palazzi vetusti, case e condomini, fasciati come si fa con ferite importanti, perché guariscano al più presto. Si dirà, “ma questa è la vita, è così che va! Ci si ferisce. Ci si cura e, possibilmente, si guarisce”.
Cantiere, ergo sum!
Se anche si volesse accettare senza discutere l’assunto appena accennato, e si escludesse totalmente il ragionamento sulla “utile programmazione” di così tanti lavori in simultanea, di certo chi si deve occupare del coordinamento di questa importante trasformazione aveva a disposizione l’esempio di tanti casi similari verificatisi nel mondo dove, in particolari luoghi di pregio, la necessaria imponenza di un cantiere veniva mitigata da coperture esterne dei ponteggi e delle basi delle gru che offrivano alla vista di chi transitava immagini tranquillizzanti, colorate e che davano di sicuro un senso alla urgenza della “cura”.
Spoleto, nella sua sterminata esperienza di vita (non mi rimane altro che magnà il foco – diceva un caro amico che non c’è più), aveva già messo in pratica un simile approccio. Fu quando il celeberrimo cantiere del palazzo ex-Convitto femminile a Piazza Carducci, proprio all’ingresso del cuore di Spoleto, transitando fino a Piazza della Libertà per salire poi a P.zza del Mercato e su su, fino alla Rocca albornoziana, fu coperto da un coloratissimo telo a tema Festival dei Due Mondi. Fu una felice intuizione che fece dimenticare non solo anni di trascuratezza colpevole per quel luogo specifico, ma che dava anche agli occhi di chi transitava in quella via il senso di una “speranza” di una vocazione della città che riconosceva una sua ricchezza e la raccontava a visitatori e cittadini. Ricordiamo che l’immagine utilizzata per realizzare la maxi copertura era quella di un passo di danza in un balletto festivaliero (e successivamente anche un bel collage di immagini degli spettacoli). Niente di meglio per far respirare e capire ad un osservatore cosa è Spoleto, tra le altre cose. La vocazione, ancora una volta.
Se oggi si entra in Piazza della Libertà, tanto per dire, nella migliore delle ipotesi, il primo approccio che si ha è quello di una scena monocromatica, labirintica, slalomistica, senza orizzonti strutturali e nemmanco delle intenzioni. Un non luogo che nega secoli di prospettive e offre una identità confusa indistinta della propria missione di comunità.
Non ci cureremo ovviamente di chi ora ci rivolgerà la solita obiezione, “Non vi sta bene mai niente, Se i palazzi e i luoghi sono fatiscenti chiacchierate e se poi si riparano e si montano i cantieri non vi sta bene niente lo stesso”. La qualunque insomma. E per questo andiamo decisamente avanti nel ragionamento.
Cosa resterà di questi anni… duemila!
Dopo terremoti e Covid, ricostruire una comunità era necessario, senza contare che l’opportunità di avere fondi cospicui a disposizione era una occasione irripetibile da utilizzare cum grano salis. E i cospicui lavori sia pubblici che privati ne sono un primo evidente segnale. Se non fosse che è del tutto oscuro l’obiettivo che si vuole perseguire con questo frenetico lavorio.
Ripariamo case, palazzi pubblici e privati per cosa? Demoliamo e ricostruiamo strutture di servizio, come le scuole e sportive come il ben noto Palavecchio con quale prospettiva? Da un primo sommario esame dei progetti nemmeno si può dire che vogliamo dare un nuovo volto alla città. Per capirci non stiamo costruendo Brasilia la città di Lucio Costa e Oscar Niemeyer, che sovvertivano il punto di vista architettonico della pianificazione urbanistica di un luogo. Il massimo dell’azzardo che ci siamo permessi nel tempo è stata la visionaria Mobilità Alternativa, vero scatto di reni di una città arcaica che sottoterra offre il meglio di sé in termini di reinterpretazione del movimento di cose e persone. Ci vorrà ancora del tempo ma piano piano il senso di quest’opera sta facendo breccia.
Ma per il resto, in superficie, quale è davvero la nostra vocazione, la missione, il senso di una trasmissione del pensiero di una comunità che parla ad altre nel territorio e a chi, viandante, ci attraversa per qualsiasi sia il motivo?
Cosa resterà di questo nostro lavorio? Davvero ce lo siamo domandati?
Vade retro satan da quel famoso assunto di un ex-sindaco che proferì senza vergogna la bestialità seguente: “abbiamo i soldi e tocca spenderli”. L’ineluttabilità del denaro che produce la “roba”.
Cantieri distopici
Se c’è un cantiere che fa da modello alla situazione distopica che la città sta vivendo, questo è quello del Palavecchio di Via Martiri della Resistenza che è in via di demolizione per poi ricostruire al suo posto un complesso sportivo polivalente annesso al campo da calcio, vecchio Stadio cittadino, e su cui si è discusso in maniera inspiegabile per qualsiasi mente dotata di un quoziente intellettivo minimo, appena sufficiente. Vi evitiamo la ripetizione dei dettagli, minuziosamente spigati sul tema nell’ultimo comunicato stampa dei consiglieri di Alleanza Civica, Dottarelli e Profili, da sempre decisamente contrari all’utilizzo di una massa imponente di denaro pubblico (circa 20 milioni di euro) per un progetto la cui finalità rimane, diciamo, evidentemente sottotono (tanto per essere buoni). Ma la stessa cosa era già successa anche per altri temi sensibili come la scuola ad esempio, con la lista Spoleto 2030, affrontati con competenza e interventi in consiglio di grande efficacia da Diego Catanossi.
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Ora, poiché non abbiamo mai pensato di essere il meglio fico del bigonzo, per indole ci guardiamo sempre intorno per osservare chi fa anche meglio di noi. E la riflessione che ci viene immediata è “ma quale altra città medievale, e arroccata in salita come la nostra, ha un sito di straordinaria bellezza e respiro come quello dell’area dello stadio, con annesso palazzetto e Parco Chico Mendes attaccato?”.
Metri e metri di verde e spazi aperti che potrebbero essere gestiti in maniera chiara e netta se solo si avesse altrettanto chiara e netta la vocazione di una città ricca di tante “materie prime” ma poverissima di intelligenze, completamente inadatte alla loro amministrazione.
E così ci ritroviamo ad avere i soldi (tutti da restituire sia chiaro) e a spenderli come diceva il sindaco “satanasso” di cui sopra.
E per non farci mancare nulla aggiungiamo anche la recentissima diatriba sulla costruenda rotatoria di Via Marconi in cui spunta anche un supermercato con campi da tennis a pochi metri da un grande distributore. Anche qui ci sono i soldi che il supermercatone si accolla e dunque vanno spesi fino all’ultimo centesimo. Si tratterà di vocazione al martirio o al delirio?
Anche qui vi risparmiamo la ripetizione della infinita discussione sul tema che come sempre distrae dal tema centrale: perchè lo facciamo?
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Filosofia politica e… cervelli a coppo!
Per derimere la questione ci viene in aiuto qualche semplice nozione di comunicazione nel momento in cui anche la più logica teoria di Filosofia politica non riesce a darci una mano concreta nell’interpretazione del fenomeno tutto spoletino.
Ma a chi stanno parlando i nostri amministratori?
Parlano ai loro elettori che sono indubitabilmente (conti alla mano) una minoranza vincente, come sempre più accade in questo disgraziato Paese dotato di democrazia “strana”, in cui la vera maggioranza è quella di chi non vota? O parlano a se stessi come elite di governo, come dire “abbiamo vinto e ci spetta tutto il cucuzzaro”, e di chi non vota ce ne freghiamo? E anche fosse che in un sussulto di altruismo volessero fare gli interessi dei soli elettori votanti senza distinguere maggioranza e minoranza, a chi si stanno rivolgendo davvero? Di quale target si tratta, dove vivono, come vivono e quali sono le loro priorità, ed anche i loro obiettivi finali, la loro vocazione?
Per capirci meglio, sono interessati al fatto che Spoleto sia considerata definitivamente una città che trasmette un messaggio chiaro sulle sue ricchezze evidenti che sono cultura, storia, patrimonio sociale, di tradizione, paesaggistico e pieno zeppo di unicità (come voleva si dicesse dell’Umbria tutta il compianto Philippe Daverio)? (Recentemente avevamo affrontato la colpevole dimenticanza del secondo luogo francescano in Umbria, il sacro convento di Monteluco)
Tanti interrogativi per circoscrivere un contesto che ormai non ha più possibilità di essere riscritto, sia perchè manca il tempo necessario per farlo, sia perchè significherebbe buttare nel cestino quasi 80 anni di storia moderna di questo luogo che ha visto svilupparsi e mai fermarsi grandi momenti di creatività come il Festival dei Due Mondi, il Teatro Lirico Sperimentale, il Centro Studi sull’alto Medioevo. Ma anche tante altre iniziative e progetti che per mancanza di vocazione cittadina si sono anche fermati , mentre era chiaro il loro valore. Citiamo solo per memoria la Fondazione per la conservazione e il restauro dei Beni Librari. Chi potrebbe pensare che non sia mai stata una splendida iniziativa che in una sede evocativa come la Rocca di Albornoz (come è stato per qualche anno) ci si potesse prendere cura dello sterminato patrimonio librario e di antichi testi nazionali ed internazionali?
Evidentemente solo qualcuno che antepone la capoccia a coppo alla filosofia politica!
Un gesto nuovo
E dunque mettere in pericolo, rendere fragile, anche questo piccolo ma robusto spazio di futuro rimasto sarebbe una azione talmente sconsiderata da poter essere definita come una eutanasia senza alcuna motivazione.
Si rende sempre più necessario un gesto nuovo! E quello che scriveremo ora per i lettori abbiamo avuto cura di dirlo di persona anche ai diretti interessati (in questo caso la minoranza). Perchè non si dica che colpiamo con la penna e la faccia non ce la mettiamo.
Quando manca chiaramente un interlocutore che sappia ascoltare e che abbia anche la voglia di fare una sintesi e quando manca anche la benchè minima capacità di esprimersi con un linguaggio comprensibile (possibilmente in Italiano corrente), e quando gli interessi individuali (e a volte anche i palesi conflitti di interesse) rendono impervia qualsiasi visione di futuro in cui la comunità sociale (il contratto sociale) è una e non ci si può dividere solo tra chi vince e chi perde, quando manca tutto questo, allora è tempo di parlare una lingua diversa.
Niente più opposizione, ma solo resistenza passiva e non violenta.
In consiglio comunale, in diretta streaming, si parli direttamente a tutti coloro che sono la vera maggioranza, anche fosse rivolti direttamente alla telecamera dello streaming in un dialogo diretto con chi ascolta, con argomenti nuovi e chiari, cambiando paradigma a questa pseudo-dialettica di un consiglio comunale di eletti che non è più consiglio, ma esercizio muscolare di chi ha vinto su chi ha perso.
Chiedere e non sottoporre indiscriminatamente la propria visione delle cose anche se confortata da dati certi, anteporre la visione della comunità a quella del proprio gruppo politico. Mediare una posizione comune anche per chi potrebbe non avere tutti gli strumenti di interpretazione necessari per comprendere lo stato di fatto. Accompagnare e non guidare e basta, e condividere quanto più possibile di ciò che è la casa di tutti, questo luogo mitico che è il Comune, e non è certamente la terra di Mordor. Questo discorso vale tanto più per chi è parte gestionale di tutto quel luogo, i dipendenti a vario titolo dell’amministrazione comunale o degli enti ad essa collegata, che votano anche loro e che dovrebbero evitare di dividersi per bande e interessi. E’ tempo di fare i conti con la vera economia di questo territorio e di cui nessuno sembra voler prendere veramente atto. La maggiorparte del PIL spoletino (nel 1997 si stimava quasi l’80% da una ricerca di Confcommercio) è costituita di stipendi di enti pubblici e di servizi ad essi collegati. Non facciamo finta di non saperlo.
Sappiamo bene chi sono dunque i grandi elettori. Altro che gli industriali, i commercianti e gli artigiani!
Questo peraltro rende evidente una parte della vocazione attuale di questa città. Ci piace essere città internazionale e poi ci piace tanto anche il calduccio degli affari nostri. Il rischio di impresa lo giriamo allo stato Pantalone.
E intanto la “migliore gioventù” di questo nostro luogo d’elezione sparisce e si dissolve in spritz e sostanze chimiche. Chiedete ai vari servizi dedicati, non ultimo anche alle forze di polizia, cosa sta accadendo, mentre qualche inconsapevole amministratore a vario titolo si occupa di vespe e cimici o di lampioni senza lampadine o alberi tagliati e di chi si frega la legna, di erba da tagliare e altre cose che per la loro normalità diventano invece armi di “distrazione di massa”, per svoltare la giornata amministrativa.
Verrà un giorno in cui Pantalone finirà i fondi, questo è abbastanza evidente, ma soprattutto verrà un giorno in cui una AI (intelligenza artificiale) qualsiasi prenderà il posto di decine di uomini e donne che un tempo pensavano solo a stare al calduccio. E il bello è che non siamo certo noi i nuovi Savonarola a mandare anatemi, ma la cosa sta già accadendo sul serio in tutto il mondo e, se non la vedete, allora non resta che prendere atto che al posto della vocazione, non ci resta che l’invocazione … ma al perdono!
Un caro vecchio amico ci apostrofava sempre, quando non era d’accordo, con un sonoro “Anatrema solenne su di te”. La storpiatura di anatema era funzionale allo scopo, una sorta di condanna a tremare in eterno. Con tanti saluti al calduccio.