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L'analisi del voto espressa dal professor Roberto Segatori su La Gazzetta di Foligno: “un Paese da ricucire”

Redazione

L'analisi del voto espressa dal professor Roberto Segatori su La Gazzetta di Foligno: “un Paese da ricucire”

Ven, 01/03/2013 - 14:52

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di Roberto Segatori

Il paese s’è rotto. Il paese è da ricucire. Sta in queste due frasi, che si rispecchiano l’una nell’altra, il senso delle elezioni del 24 e 25 febbraio. Il paese s’è rotto in un duplice senso. In primo luogo, mi si scusi la volgarità, la rottura consiste nell’arrabbiatura diffusa, radicale, ben espressa dai 7-8 milioni di voti dati al movimento di Grillo e da larga parte dei 12 milioni e mezzo di non votanti. Come dire: 20 milioni di italiani che non si sono ritrovati nel minuetto messo in campo da troppi anni dai partiti tradizionali. Ma l’Italia s’è rotta anche perché ora si ritrova frantumata, spaccata in mille pezzi, come ben mostra l’immagine dell’ingovernabilità del Senato. Due fratture vanno evidenziate sopra le altre, prima di accennare ad un minimo discorso di ricucitura. La prima frattura è tra gli elettori e la classe politica. Sono ormai molti anni, almeno dieci, che s’è aperto un solco sempre più ampio tra i cittadini e i partiti. La rappresentanza istituzionale è entrata in crisi perché non ha saputo, nell’ordine, riformare lo Stato (ad esempio, riducendo drasticamente il numero dei parlamentari e trasformando il Senato), cambiare l’attuale legge elettorale, che impedisce la possibilità di scelta degli elettori, ridefinire il ruolo degli enti intermedi, come le Province e le Regioni, abbattere i costi della politica, scandalosamente espressi dai cosiddetti rimborsi elettorali alle liste. A questa sordità si sono poi aggiunte le manovre dell’algido governo Monti, fatte di tasse e di tagli, ma di nessun sostegno concreto alla ripresa economica. Conseguenze? La gente s’è arrabbiata e incattivita. Nelle urne ha detto il suo basta, il suo no alle solite vecchie facce. Ha votato per un movimento di gente inesperta, portatrice di poche parole d’ordine, ma non compromessa con chi ha governato il paese finora. Ha vinto Grillo e hanno perso tutti gli altri. Bersani ha ottenuto la vittoria di Pirro, mancando in partenza nell’opera di rinnovare il partito come aveva proposto Renzi e lasciando sul terreno un 4% di voti in meno rispetto alle elezioni del 2008. Peggio ha fatto Berlusconi, che gioisce come se avesse vinto. Ha recuperato sui sondaggi sfavorevoli dell’ultimo anno, ma rispetto al 2008 ha perso l’11% dei voti alla Camera e il 16% al Senato. Ha ottenuto un 9% Monti, il minimo sindacale, ma ha lasciato a casa Fini. Appiedato è rimasto anche, con pochi rimpianti, Antonio Di Pietro. La seconda frattura s’è consumata tra la gente: un terzo a destra, un terzo a sinistra, un terzo con Grillo. A destra s’è ritrovato il popolo delle partite Iva, fatto di piccoli imprenditori, commercianti e professionisti, che s’è sentito fiscalmente spremuto in un momento di bassi ricavi: la giusta ma imperfetta mannaia degli studi di settore, un’imposta assurda come l’Irap, le accise sulla benzina, ecc. A sinistra si è schierato in prevalenza il mondo del lavoro dipendente, degli impiegati pubblici, di molti pensionati. Peraltro blanditi dalla mossa spregiudicata di Berlusconi di promettere la restituzione dell’Imu. Con Grillo si sono ritrovati tutti gli altri: persone stufe dei professionisti politici della sinistra e dei conflitti di interesse di Berlusconi, giovani in cerca di lavoro e con voglia di cambiare, disoccupati cui pesa moltissimo la percezione dello scarto tra la propria situazione drammatica e le sinecure dei parassiti della finanza e della stessa politica. Così le elezioni, più che rappresentare la soluzione al problema della governabilità del paese, hanno registrato il bisogno di sfogarsi della gente, finendo col proporre un’Italia in frantumi e, quel che è peggio, con frantumi reciprocamente contrapposti. Per ricucire il paese, che è il compito che compete alle persone di buona volontà, occorre in primo luogo riflettere su questa seconda frattura e provare a vedere come sia possibile sanarla. Forse ci può aiutare un ragionamento dal basso, che muove cioè dai fatti reali. A pensarci bene, gli interessi di un lavoratore autonomo non sono affatto slegati da quelli di un lavoratore dipendente. Un commerciante vende se ci sono clienti che hanno redditi sotto forma di stipendi e salari. Se soffrono questi ultimi, sta male anche lui. La stessa cosa vale per i numeri allarmanti degli inoccupati e dei disoccupati. Se non si mette mano alla squilibratissima distribuzione della ricchezza, per cui il 10% degli italiani detiene il 50% delle risorse, e se non si ridistribuiscono risorse e lavoro per tutti, l’Italia sarà destinata all’aumento delle forme di disagio fino alla prevedibile esplosione di conflitti sociali. Eppure la cosa più semplice da capire è una sola: ci si salva insieme o si affoga insieme. Nel breve a questi problemi è chiamato a dare una risposta il nuovo parlamento. Qualsiasi soluzione nasca – la grande coalizione tra Bersani e Berlusconi, o il tuffo nel nuovo con un’intesa tra Bersani e Grillo – c’è da sperare che la politica abbia capito la lezione di dover rigenerare se stessa finché è in tempo.

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