San Valentino, Terni celebra il santo patrono degli innamorati - Tuttoggi

San Valentino, Terni celebra il santo patrono degli innamorati

Luca Biribanti

San Valentino, Terni celebra il santo patrono degli innamorati

Solenne cerimonia nella basilica della città / Monsignor Vecchi celebra omelia
Sab, 14/02/2015 - 12:58

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Questa mattina la città di Terni ha celebrato il suo santo patrono, San Valentino, con la solenne cerimonia religiosa officiata da Monsignor Ernesto Vecchi, già vescovo di Terni ed ex amministratore apostolico della diocesi, e da Monsignor Giuseppe Piemontese.
Il vescovo della diocesi di Terni-Narni-Amelia, Giuseppe Piemontese ha rivolto il suo pensiero alla città, invitando i fedeli e non a tornare alle origini dei valori valentiniani: “San Valentino è il santo che ha plasmato questa chiesa e questa città che affida proprio a lui la speranza di tutti noi. Ci aiuti a superare questo momento di difficoltà e di crisi e ci porti serenità, pace e benessere materiale e spirituale. Voglio rivolgere un pensiero a tutta l’umanità; che lo spirito di San Valentino possa trasformare l’odio che c’è nel mondo in amore e donare spiritualità a tutto il mondo”.

La governatrice dell’Umbria, Catiuscia Marini, ha salutato la città di Terni con un pensiero rivolto alla vertenza Ast, ma con l’auspicio che che quest’anno possa essere di rilancio per la nazione e per Terni: “La festa di San Valentino deve essere un orgoglio per Terni di essere custode di questo importante figura religiosa. Che sia un anno di ripartenza dopo aver affrontato un periodo molto complesso che ha visto Terni lottare in difesa del suo polo siderurgico. Ci incoraggiano alcuni indicatori che dopo anni registrano un segno positivo e il nostro impegno è quello di creare nuovi posti di lavoro per sostenere la scommessa di chi fa impresa e in questo Terni deve essere fino in fondo una città protagonista. Da San Valentino cogliamo un segno di fiducia e di speranza”.

Monsignor Ernesto Vecchi ha celebrato la sua terza omelia di San Valentino. L’ex vescovo, emozionato, ha spiegato di tornare con grande gioia in città perché ha amato i ternani e la pasta di cui sono fatti: “San Valentino ha lasciato il segno in questa terra e noi dobbiamo riscoprirne il segreto. Il segreto è l’amore vero, cioè quello di sacrificare la propria vita per le persone amate e anche per i nemici. Celebrare San Valentino vuol dire celebrare la speranza e il nostro futuro”.

Durante l’omelia Monsignor Vecchi ha ringraziato il vescovo Giuseppe Piemontese per avergli concesso la possibilità di celebrare la liturgia in onore del santo: “Sono grato al Signore per avermi concesso, ancora una volta, la grazia di partecipare alle celebrazioni in onore di San Valentino. Sono tre anni consecutivi, che mi è offerta l’opportunità di riflettere sulla figura emblematica di questo Santo Martire e di pregare sulle sue reliquie. Ringrazio il vescovo, S.E. Mons. Giuseppe Piemontese, per avermi invitato a presiedere questa concelebrazione, che, nel Sacramento dell’Eucaristia, ci dona la possibilità di attingere alla sorgente primaria della comunione ecclesiale e della buona convivenza civile. In tale contesto, saluto e abbraccio i Sacerdoti, che porto nel cuore e che raccomando ogni giorno al Signore, perché renda fecondo il loro ministero.

Sono riconoscente a tutte le Autorità, che con la loro presenza avvalorano lo spessore civico del Santo Patrono, referente indispensabile per ravvivare l’identità di una città. In tale prospettiva, la Festa patronale rinnova il patto di cittadinanza tra le istituzioni e il tessuto sociale, a servizio del bene comune. L’analisi storica e antropologica della nostra identità culturale ci dice che i Santi Patroni intersecano i bisogni più veri e profondi dei singoli e della collettività: entrano, di fatto, nella trama della storia locale, dove religiosità e senso di appartenenza civica si compenetrano, fino a cogliere nel Santo Patrono l’emblema che più incarna le attese profonde del sentire popolare. A suggello di questa persuasione, Terni, un anno fa, ha lodevolmente eretto un monumento statuario a San Valentino, nel cuore del tessuto urbano.

Ogni anno, la festa liturgica del Patrono offre l’opportunità di mettere a fuoco la vera identità di questo Santo Pastore. Dalla Passio Sancti Valentini (V secolo), che gli studiosi più accreditati ritengono degna di fede (Cf. M. Schoepflin e L. Seren, San Valentino, Ed. OCD, Roma 2000, p. 41), sappiamo che San Valentino fu Vescovo di Terni e delle comunità cristiane della Valle del Nera nel III secolo. Il suo lungo episcopato fu contrassegnato da una vita santa, da un ardente zelo pastorale e da tanti miracoli. Durante la persecuzione dell’Imperatore Aureliano, mentre annunciava il Vangelo dell’Amore, in odio alla fede, fu decapitato sulla via Flaminia, il 14 febbraio 273. Le sue reliquie sono custodite e venerate sotto l’altare di questo Santuario. A Lui possono essere applicate alla lettera le parole del Vangelo di Giovanni: «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre e do la mia vita per le pecore» (Cf. Gv 10, 11-16).

La vera devozione a San Valentino, dunque, vede in Lui anzitutto l’icona sacramentale di Cristo Capo, Pastore e Sposo, modello di ogni martirio, il campione del dono di sé, il testimone dell’amore verso Dio e il prossimo, vissuto nella concretezza dei rapporti umani, tra i quali occupa un posto preminente il rapporto affettivo tra l’uomo e la donna. Pertanto, il pluriforme e planetario movimento devozionale valentianiano, pur con tutte le sue ambiguità, complicità e fraintendimenti, non è nato dal nulla; così le tante leggende che coinvolgono il Santo Vescovo come protettore dei fidanzati, pur non potendo sempre esibire la certificazione storica, hanno però un comune fondamento teologico: l’annuncio valentiniano dell’amore sponsale di Cristo e della Chiesa, inscritto nell’evento dell’Incarnazione del Figlio di Dio (Cf. Card. G. Biffi, Liber Pastoralis Bononiensis, n. 11, p. 253).

Infatti, l’Incarnazione – che stabilisce il principio divino-umano come struttura originaria dell’avvenimento cristiano – è la premessa, il fondamento e l’iniziale realizzazione dell’evento ecclesiale, che è anch’esso un mistero sponsale, il mistero di Cristo che ama la Chiesa, e ha dato se stesso per lei, come scrive San Paolo, il quale mette questo mistero a fondamento del rapporto tra marito e moglie. «Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» (Cf. Ef 5, 25-32). In tale prospettiva, si coglie il senso profondo di ciò che dice il Vangelo di Matteo: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio» (Mt 22, 1). A questa festa siamo tutti invitati fin dalla nostra chiamata all’esistenza.

Pertanto, la distinzione tra l’uomo e la donna, non è un optional, ma una «vocazione» a entrare in complementarietà nel gioco ineffabile della vita come Dio l’ha pensata, cioè «a sua immagine e somiglianza» (Cf. Gen 1, 27): l’uomo e la donna, nel loro «essere-uomo» ed «essere-donna», riflettono la sapienza e la bontà del Creatore (Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 369). Ma oggi, come ai tempi del profeta Geremia e di San Paolo – che abbiamo ascoltato nella prima e seconda lettura – c’è chi rema contro. In occidente, la macchina del consenso mediatico e culturale funziona a pieno regime, e porta gradualmente l’uomo e la donna a perdere la coscienza della verità originaria, inscritta nella loro mascolinità e femminilità. Avanza così un deserto, dove tutto è uguale e indifferente; dove le sorgenti della vita si estinguono (Cf. Card. C. Caffarra, Omelia per San Valentino, 14 febbraio 2014).

Romano Guardini – un grande filosofo e teologo cattolico italo-tedesco, molto amato da Papa Francesco e dal Papa Emerito Benedetto – a metà del secolo scorso, aveva suonato il campanello d’allarme. Il progredire della scienza e della tecnica aveva generato un comprensibile ottimismo, avvertito come «disincanto» del mondo. In realtà, il novecento ha segnato uno dei periodi più bui della storia, con due guerre mondiali, milioni di vittime e forte regresso della civiltà europea. Oggi, a metà del secondo decennio del XXI secolo, si rischia una nuova miopia antropologica: il pensiero unico dominante – egoisticamente attratto da una libertà senza verità – non si accorge delle conseguenze nefaste prodotte, a danno dell’umanità e della stessa democrazia, da una «cultura» che – anziché promuoverla e custodirla – distrugge «madre natura». Una cultura che vuole costruirsi eliminando Dio, non può riuscire, per il semplice fatto che Dio esiste (Cf. R. Guardini, La fine dell’epoca moderna, Brescia 1960, pp. 63 e 87).

Ora, non si tratta di mortificare lo sviluppo delle potenzialità umane, ma di dare loro un’«anima», una «forma», che le renda capaci di crescere nell’alveo dell’etica della responsabilità (Cf. R. Guardini, Lettere dal Lago di Como, Brescia 1959, p. 94). Occorre, dunque, un’autocritica dell’età moderna, per riscoprire le nostre radici e recuperare quella verità che ci fa liberi e capaci di viverla nell’amore (Cf.Spe salvi, n. 22).

San Valentino può e vuole aiutarci, come ha sempre fatto nei secoli, plasmando in questa terra “gente di pasta buona”. Ma tutti dobbiamo riascoltare il suo insegnamento e imitare il suo esempio, camminando senza indugi lungo i sentieri della fede, della speranza e della carità”.

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