Poco lavoro, in 8 anni l'Umbria ha perso oltre 48mila giovani

Poco lavoro, in 8 anni l’Umbria ha perso oltre 48mila giovani

Redazione

Poco lavoro, in 8 anni l’Umbria ha perso oltre 48mila giovani

Mar, 13/04/2021 - 12:49

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Poco lavoro, in 8 anni l’Umbria ha perso oltre 48mila giovani

L'analisi dell'AUR mostra come la popolazione della regione si stia sempre più invecchiando | Sparito l'equivalente degli abitanti di Todi e Orvieto

Negli ultimi 8 anni (dal 2012 al 2020), in Umbria (tab. 2) si sono persi circa 9 mila giovani under 14. Un valore simile a tutti gli abitanti di un comune come Deruta. E’ questo uno dei dati più allarmanti che emergono dall’indagine condotta da Aur (Agenzia Umbria Ricerche).

Nella fascia 15-24 il dato è alquanto stabile, in quanto la diminuzione è solo di 2.216 persone. Nelle fasce 25-34 e 35-44 ci sono, rispettivamente, 15.483 e 22.243 giovani in meno, che è come se fossero scomparsi grosso modo due comuni delle dimensioni rispettivamente di Todi e Orvieto.

Nella sostanza l’Umbria dal 2012 al 2020 ha perso 48.610 giovani.

Quelli che restano sono sempre più snobbati dal mondo del lavoro. Con una situazione che sta peggiorando. Nella fascia di età tra 15 e 24 anni nel 2008 la percentuale di umbri occupati era del 33%, vicina a quella delle aree del nord Italia. Oggi è scesa al 18%, poco meno della media italiana.

Ed anche tra la fascia di età 25-34 il divario con il nord Italia si è incrementato, pur restando l’Umbria al di sopra della media nazionale: nel 2008 il tasso di occupazione era sopra l’80%, oggi è al 65%.

L’analisi AUR

“È chiaro – spiega Giuseppe Coco (AUR) rispetto alla dinamica nazionale e regionale – che qualcosa non sta andando per il verso giusto. Le imprese a quanto pare non scommettono più di tanto sugli under 35. E tra le motivazioni di questo non scommettere, sembra esserci il fatto che non pochi dei nostri giovani non sarebbero formati opportunamente per le nuove sfide lavorative del terzo millennio. Sullo sfondo c’è l’annosa questione di raccordare il mondo della formazione con quello dei fabbisogni della produzione. Bene, ma adesso sembra che le cose stiano per cambiare. Siamo nell’epoca del Recovery Fund dove ormai tutto sembra realizzabile. Certo, a patto che il Recovery Fund diventi l’occasione per mettere in moto quel processo di modernizzazione del Paese che tarda a venire ormai da parecchio. Ciò nella consapevolezza che il Recovery può rappresentare sia il bene che il male. Il bene se attiva dinamiche di crescita. Il male se genera principalmente ulteriore debito pubblico”.

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