I GIARDINI DI MIRO’ INCANTANO L’URBAN DI PERUGIA. INTERVISTA AL BANDLEADER CORRADO NUCCINI (Foto e Video TO®) - Tuttoggi.info

I GIARDINI DI MIRO’ INCANTANO L’URBAN DI PERUGIA. INTERVISTA AL BANDLEADER CORRADO NUCCINI (Foto e Video TO®)

Redazione

I GIARDINI DI MIRO’ INCANTANO L’URBAN DI PERUGIA. INTERVISTA AL BANDLEADER CORRADO NUCCINI (Foto e Video TO®)

Mar, 17/11/2009 - 16:00

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di Valerio Lanieri

Quando il gruppo Julian Mente aprono il concerto dei Giardini di Mirò, proponendo un rock aggressivo e romantico, l’Urban è completamente pieno. ‘Bianco Sangue’ è il loro cavallo di battaglia, una cavalcata di apertura che ricorda il rock dei Kyuss e la struttura progressiva dei Tool. Diego Fratini avvolge con un cantato in italiano ed una voce che è in grado di modulare a proprio piacimento, alternando momenti di aggressività ad altri di quiete lirica. Stessa capacità di modulare la voce per gli altri membri, Michelangelo Capodimonti (chitarra), Emanuele Benvenuti (batteria) e Alessio Aristei (basso). Il pubblico è trascinato nella turbolenta scoperta del loro album, Rumore, che si conclude con ‘Immobile’. Il palco viene sgombrato per far posto a loro, ai Giardini di Mirò, la band che da vent’anni è pioniera del rock d’avanguardia. Si comincia con Il Fuoco, esperimento nato in collaborazione con il Museo del Cinema di Torino con l’obiettivo di musicare pellicole italiane del passato per dare loro nuova visibilità. La musica sembra quasi fondersi con la pellicola di Giovanni Pastrone. I Giardini di Mirò ripropongono brani del loro passato come Cold Perfection, Petit Treason, Trompso is Ok e The Swimming Season. Sembra quasi di assistere a più concerti diversi, in pratica alla carriera musicale della band. Il crescendo conclusivo che segue A New Start è come un’onda d’urto lasciata in attesa per tutto il concerto, una diga che esplode e sommerge il pubblico con un suono tribale, concitato, scavalcando le sonorità ‘pacifiche’ interpretate fino a quel punto: una potenza sapientemente nascosta tra gli arpeggi dei brani precedenti. Al termine del concerto c’è spazio per una intervista al leader del gruppo Corrado Nuccini.

Corrado, puoi ricostruire, la carriera musicale della band. “Il gruppo nasce a metà degli anni '90, io sono l'unico membro che è rimasto della formazione originale. Abbiamo attraversato una lunga attività live e siamo arrivati al quarto album, uscito nel Settembre del 2009. Geograficamente ci troviamo in zona Emiliana, ad eccezione del batterista, che è di Padova”.

Mi ha colpito la vostra idea di musicare l'omonima pellicola di Giovanni Pastrone, uno dei primi registi italiani. Da dove è nata? “Il museo del cinema di Torino ci ha contattato un anno fa per realizzare una serie di sonorizzazioni a cui hanno già partecipato gruppi italiani come i Marlene Kuntz e i Massimo Volume, prossimamente il museo collaborerà anche con gruppi stranieri. L'idea di partenza era riuscire a collegare due realtà che difficilmente, senza il patrocinio di un'istituzione, sarebbero potuti entrare in contatto, cinema muto e realtà musicale indipendente italiana. L'obiettivo era far riscoprire e valorizzare pellicole del passato che sarebbero state apprezzate solo da cinefili.

Il vostro nuovo sound è particolare, vuoi dirci qualcosa della strumentazione utilizzata per Il Fuoco? “È stata usata una line up diversa, ovvero stessi musicisti ma cambiando il proprio approccio allo strumento. Francesco Jukka ha utilizzato strumenti particolari come piatti suonati con l'archetto dal violino, per richiamare effetti stile gotico horror delle prime sperimentazioni cinematografiche, poi abbiamo usato un bidone dell'Ikea girato e microforato con un microfono a contatto. Aggiungendo il riverbero in uscita dà questo particolarissimo effetto. Abbiamo cercato di trovare un approccio diverso al nostro modo di scrivere, questo riassetto ha dato buoni risultati, ci sono più silenzi, più dialogo tra pieni e vuoti. Il risultato musicale è stato sopra alle nostre aspettative”.

Di recente siete passati dalla Homesleep alla Unhip, un'etichetta bolognese. “Abbiamo sempre avuto un rapporto molto diretto con le etichette che ci hanno prodotto. Conoscevamo Giovanni della Unhip prima che mettesse su l'etichetta, è stato naturale perché ci siamo sentiti di condividere anche le idee contrattuali alla base, resta un'ottima etichetta indipendente, con un taglio centrato sull'internazionale che va oltre l'autoreferenzialità italiana. Siamo perfettamente accasati, ci troviamo bene, anche se le aspettative rispetto al mercato discografico sono diminuite…le etichette hanno un ruolo marginale rispetto alla riuscita di un gruppo. Comunque, checché se ne dica, i dischi restano e hanno una loro importanza e, mp3 a parte, è giusto che ci sia un mercato di musica “fisica”.

Ti sei già occupato di sonorizzazioni cinematografiche, come per “Il Sangue”. “'Il Sangue' è stata distribuita a livello nazionale, regia di Libero de Rienzo. E' stata un'esperienza fatta con tutti i Giardini, ha messo in luce la nostra estrema disponibilità a lavorare con il mondo delle immagini. Il problema è che ci sono grandi difficoltà soprattutto di dialogo con il mondo del cinema italiano, che fa riferimento a Roma. Ci sono anche registi come Sorrentino, che nei suoi film utilizza musica alternativa indipendente. Questo è un ottimo risultato. Il sonoro dà un contributo fondamentale al film, gli rende freschezza, modernità, dà ritmo a tante cose che comunque non possono uscire dalla pellicola. Spero ci possa essere più dialogo in futuro fra chi fa musica e chi fa cinema, attualmente non c'è molto contatto, ora i rapporti sono, se non segreti, legati a relazioni uno ad uno, non ci sono intermediari fra registi ed autori musicali. Queste figure mancano e devono intervenire per suggerire le giuste musiche, altrimenti si rischia, come quando abbiamo partecipato al film “Prendi e Portami Via” di Zangardi, di avere colonne sonore con pezzi dai Giardini di Mirò ai Sigur Ros a Lucio Dalla. Queste sono anche scelte artistiche, però mancava la volontà di fare una scelta musicale concreta.

A sentire il tuo album solista Matters of Love and Death (2006), c'è da rimaner spiazzati perchè è fondamentalmente hip hop. Quali gruppi ti hanno ispirato per questa pubblicazione? “Guarda, a dire la verità quel disco lì è nato da una collaborazione con una serie di MC, io di base ho scritto le musiche. Volevo creare una base sovrapponibile alle loro linee di voce rimanendo all'interno dei pezzi musicali, non vedo molta differenza tra ciò che faccio con i Giardini di Mirò e quest'album. L'hip hop è un linguaggio musicale scarno, in questo caso si è cercato di costruire una struttura più complessa, in cui la voce diventava parte del prodotto, non l'elemento dominante. Probabilmente avrà un seguito, ho già pronto del materiale da pubblicare ma credo che a breve ci sarà una nuova pubblicazione in questo senso. L'idea è sempre quella di non fare cose scontate, come con i Giardini di Mirò. Siamo passati dallo strumentale alla voce, poi abbiamo cominciato a cantare noi una volta perso il cantante, poi abbiamo realizzato Il Fuoco, partendo da una sonorizzazione di un film muto…crediamo che ogni disco sia a se stante, nessuno è stato mercificato, ed è per questo che ogni disco è un po' spiazzante.

Da pioniere della musica alternativa, come vedi il panorama di musica rock in Italia? “È una domanda difficile, dal di dentro si rischia di avere una visione deformata. È un ambiente che nel bene o nel male conosci completamente, a livello personale e musicale. Per quanto mi riguarda, vedo con estremo interesse idee cantautorali come “Luci della Centrale Elettric””. Per quanto credo che i futuri dischi esprimeranno il suo meglio, già il primo lavoro lascia ben sperare per i successivi. Sono un fan da sempre dei Massimo Volume, mi piacciono molto gli Altro, un gruppo di Alessandro Barronciani, che non ha il riconoscimento che meriterebbe”.

Cosa pensi invece dell'ultimo album del Teatro degli Orrori? “Per usare un'espressione inglese, non sono “my cup of tea”. Sono molto aggressivi per i miei gusti, Di sicuro credo che Tullio e Pierpaolo siano un ottimo tandem per scrivere musica di livello, i testi sono sopra molti gruppi, hanno un live dirompente, sono un gruppo da seguire. Se fossi un loro produttore li spingerei verso una produzione meno dura, darei più spazio alle melodie, alle testualità. Forse li rovinerei in questa maniera…però, per esempio, nel primo pezzo del disco vedo molto questa dimensione, penso che Pierpaolo abbia le physìche du ròle per interpretare in versione rock la funzione del chanzonier misto a Tom Waits, misto menestrello giullare, capace di parlare a tutti con una forza assolutamente unica”.

Secondo qualcuno il nome della band proviene dal luogo dove uno dei membri è stato concepito. E' così? “La questione è che le domande delle prime interviste erano “da dove venite”, “che genere di musica fate”, “come mai vi chiamate così”. Eravamo poco contenti di rispondere a queste domande più anagrafiche che di approfondimento, così abbiamo inserito una serie di aneddoti inventati per falsificare le origini del nostro nome. Ora ce ne sono di cotte e di crude, ma sono quasi tutti falsi. È stato detto che è un nome ricorrente nei film di Michelangelo Antonioni perché gli portava bene, abbiamo detto che è un racconto di Calvino…questa a cui fai riferimento tu non è reale”.

E allora qual'è la vera origine del vostro nome. “Questo non te la posso dire!”.

Vuoi salutare i tuoi fans: “Spero che tutti possano seguirci dal vivo perché è uno dei momenti in cui sia per chi suona sia, si spera, per chi ascolta, si raggiunge un'intimità che non è altrimenti possibile attraverso dischi, nterviste e articoli. È un momento di condivisione importante, spero si possa essere in tanti”.


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