“Gianni”: una voce che continua a parlare. A Spoleto lo spettacolo nato da una storia vera - Tuttoggi.info

“Gianni”: una voce che continua a parlare. A Spoleto lo spettacolo nato da una storia vera

Sara Cipriani

“Gianni”: una voce che continua a parlare. A Spoleto lo spettacolo nato da una storia vera

Mar, 07/04/2026 - 21:14

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Intervista a Caroline Baglioni e Michelangelo Bellani: dal podcast al teatro, il racconto di una voce che attraversa chi la incontra.

Ci sono storie che ti entrano dentro, che ti spettinano, che ti fanno fare i conti con te stesso. Storie che non si chiudono, restano sospese attraversano il tempo e la fisicità, cambiano forma ma mantengono un messaggio potente. “Gianni” è una di queste storie.

Il progetto, nato dall’incontro tra Caroline Baglioni, attrice, autrice e performer, e Michelangelo Bellani, regista e autore, si muove tra teatro e podcast, partendo da un materiale originale di una vita vissuta, quella di Gianni, che ha lasciato in eredità tre audiocassette registrate nell’ultimo periodo della sua vita.

Da quelle cassette è nato uno spettacolo che da oltre dieci anni attraversa i teatri italiani, affiancato da un podcast (produzione Baby Hurricane) vincitore tra gli altri il premio Italian Podcast Awards 2025 come Miglior Podcast Indie, per narrazione e scrittura.

Un lavoro che ha ottenuto importanti riconoscimenti nazionali e internazionali e che sabato 11 aprile alle ore 21, lo spettacolo arriva a Spoleto, al Teatro Caio Melisso, come appuntamento conclusivo del ciclo di incontri “Dall’empatia all’inclusione. Per una cartografia dell’umano”, ideati e coordinati da Francesca Brencio direttore di PhenoLab – laboratorio in salute mentale, un ente di formazione post-universitaria e ricerca, riconosciuto come partner educativo dal S. Catherine College della University of Oxford – in collaborazione con le associazioni locali SocialSport Spoleto e il Sorriso di Teo, il cui ricavato, non poteva essere diversamente, sarà devoluto in beneficenza.
Biglietti disponibili su: ticketitalia.com

Ma entriamo nel vivo di questa storia grazie all’intervista realizzata da TuttOggi.info ai due autori.

Chi era Gianni (e chi è oggi)

La domanda successiva va dritta al punto: chi era Gianni? E, inevitabilmente, chi è diventato oggi.

Per Caroline Baglioni la risposta nasce da un ricordo intimo e infantile, segnato da una presenza forte e difficile da decifrare. «Gianni era mio zio. L’ho conosciuto da bambina, forse troppo piccola. Lui era un gigante, quasi due metri, arrivato a vivere a casa nostra dopo aver perso la sua famiglia. Ricordo l’impatto con questa presenza così diversa. Avevo paura».

Poi, anni dopo la sua scomparsa, il ritrovamento delle cassette registrate negli anni ’80 le cambia completamente prospettiva: «Ascoltandole ho conosciuto davvero Gianni. Quell’uomo che ricordavo come spaventoso è diventato una parte di me».

Uno sguardo che si amplia nel racconto del regista Michelangelo Bellani, che Gianni non lo ha mai incontrato in vita, ma ne ha riconosciuto immediatamente la voce: «Ascoltandolo ho avuto la sensazione di conoscerlo da sempre. Parlava non solo di sé, ma di tutti noi. Di quelle cose che fanno parte dell’umanità ma che non sappiamo dire».

Oggi, al di là della dimensione biografica, Gianni diventa qualcosa che attraversa chi lo incontra: «È una presenza familiare. Qualcuno che cammina accanto».

Le scelte del regista

Portare in scena una storia così reale impone una responsabilità precisa: non tradire.

Per Michelangelo Bellani il punto di partenza è stato proprio questo. Le cassette di Gianni non erano solo un materiale narrativo, ma un documento intimo, stratificato, attraversato da una voce che portava dentro di sé un tempo, un contesto e una visione del mondo.

«Non volevamo violare quella memoria», spiega. «Quelle registrazioni erano qualcosa di estremamente prezioso, non solo sul piano personale, ma anche storico: dentro c’erano gli anni ’80, la televisione, i vinili, il modo in cui una persona si confrontava con la società».

Da qui una scelta netta: evitare qualsiasi forma di imitazione o ricostruzione. Nessuna “interpretazione realistica”, nessun tentativo di restituire Gianni in modo mimetico. Caroline Baglioni, infatti, non interpreta Gianni nel senso tradizionale. Non lo copia, non lo rappresenta. Lo attraversa.

«Eravamo lontani dalla macchietta», continua Bellani. «All’inizio non è stato semplice, perché significava anche assumersi un’eredità non solo emotiva, ma quasi fisica. Ma durante le prove è successo qualcosa».

Quel “qualcosa” segna il passaggio decisivo: lo spettacolo smette di essere un’operazione artistica costruita e diventa un luogo di relazione. «A un certo punto è diventato altro da noi. Sempre più lo spettacolo di Gianni. Come se tra lui e Caroline si fosse creato un legame reale».

Quando la storia non è più tua

Il passaggio più delicato arriva quando una storia esce dal perimetro personale e diventa condivisa. Non è un gesto immediato, né indolore.

Caroline Baglioni lo racconta come un processo lungo, fatto di resistenza e di avvicinamenti progressivi. All’inizio, quelle cassette erano quasi inaccessibili: «Non riuscivo neanche ad ascoltarle fino in fondo. Mi sembrava di avere tra le mani qualcosa che non fosse mio».

Non solo per il contenuto, ma per quello che rappresentavano: una voce intima, carica di sofferenza, legata a una perdita forse mai davvero elaborata. Poi, nel tempo, cambia qualcosa. L’ascolto diventa più continuo, meno intermittente. Subentra la curiosità, poi il riconoscimento. E da lì, la possibilità di trasformare quel materiale in racconto.

Il teatro, in questo senso, resta ancora un luogo protetto. «Sul palco c’è un filtro», spiega Baglioni. «Ci sono io, che in qualche modo faccio da scudo».

È con il podcast che avviene il vero salto. «Lì è stato scioccante. Dopo poche ore dalla pubblicazione arrivavano messaggi, mail, persone che ascoltavano quella voce».

È in quel momento che si rompe definitivamente il confine tra privato e pubblico. «Improvvisamente non ho più avuto il dominio di quel materiale». Non è solo una perdita di controllo, ma una trasformazione radicale: quella voce, nata in uno spazio intimo e personale, diventa accessibile ovunque, senza filtri, senza mediazioni.

E insieme allo smarrimento, arriva anche la risposta. Le persone si riconoscono, si espongono, raccontano le proprie storie. L’intimità genera altra intimità. «Forse era il destino di Gianni», suggerisce Baglioni. «Quello di non avere più confini».

Il messaggio (e quello che torna)

Quando una storia si apre davvero, succede qualcosa che non si può controllare. E spesso non è prevedibile. Nel caso di Gianni, la restituzione del pubblico è stata netta, quasi immediata. Non tanto in termini di giudizio, quanto di riconoscimento.

«Non abbiamo ricevuto critiche», racconta Caroline Baglioni. «Anzi, le persone hanno risposto con un rispetto enorme». Messaggi, racconti personali, storie intime che si confrontano con quella di Gianni. Un movimento spontaneo, in cui chi ascolta smette di essere spettatore e prende parola.

«La frase che abbiamo sentito più spesso è stata: “Gianni sono io”».

Il regista individua in questa dinamica qualcosa che era già contenuto nelle parole stesse di Gianni. «A un certo punto Gianni dice: “Ho lavorato con persone vive, morte e che verranno”». Una frase che oggi assume un peso diverso. Non più solo una riflessione personale, ma una dichiarazione che attraversa il tempo. «Come se sapesse che la sua voce sarebbe andata oltre».

Una sceneggiatura per il cinema

Dopo oltre dieci anni, Gianni non si ferma. Anzi, continua a trasformarsi. Il progetto, nato da un materiale intimo e personale, si muove ormai su più livelli. Caroline Baglioni racconta un nuovo sviluppo, ancora in fase di costruzione: «Stiamo lavorando a una sceneggiatura per il cinema. Sarà un’altra forma, un altro linguaggio».

Un passaggio che non riguarda solo il mezzo, ma il modo stesso di raccontare.

E accanto a questa evoluzione, il messaggio resta costante. «Ogni volta che pensiamo di aver chiuso qualcosa, succede altro» dice Caroline. Michelangelo Bellani lo sintetizza con una frase che sposta il punto di vista: «È una storia che non dipende più da noi».Non più solo un progetto artistico, quindi, ma qualcosa che ha acquisito una propria autonomia. «Ha una vita propria».

La fragilità come forza

Se un messaggio esiste in Gianni, per Caroline Baglioni sta nella possibilità di avvicinarsi a ciò che normalmente si evita: «Gianni è un potente comunicatore. Ti permette di entrare, in modo dolce, dentro temi difficili, dentro zone che spesso non vogliamo vedere».

Michelangelo Bellani spinge ancora più in là questa lettura, portandola su un piano collettivo: «Ci insegna l’eleganza e la forza della fragilità. E soprattutto la possibilità di condividerla, invece di affrontarla da soli».

È qui che il progetto smette di essere solo racconto e diventa esperienza.
Un passaggio che trova la sua dimensione più completa nel teatro, dove quella voce prende corpo e si trasforma in relazione diretta con il pubblico.

A Spoleto: un appuntamento da non perdere

L’occasione è il suo passaggio sul palco del Teatro Caio Melisso a Spoleto, arriva a Spoleto Sabato 11 aprile alle ore 21:00, come appuntamento conclusivo del ciclo di incontri “Dall’empatia all’inclusione. Per una cartografia dell’umano”, ideati e coordinati dalla Prof.ssa Francesca Brencio – Teaching Fellow in Mental Health presso la University of Birmingham e direttore PhenoLab), in collaborazione con le associazioni SocialSport Spoleto e il Sorriso di Teo.

🎟️ Biglietti disponibili su: ticketitalia.com

Il ricavato della serata sarà devoluto in beneficenza.

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