Due Mondi, storico Concerto Finale per Spoleto59 | Pappano-Bollani e il tabù infranto

Due Mondi, storico Concerto Finale per Spoleto59 | Pappano-Bollani e il tabù infranto

Serata delle prime volte | Prima volta che un direttore d’orchestra parla al pubblico e prima del jazz al Concerto Finale | Pubblico in visibilio

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Il Concerto Finale del 59° Festival dei Due Mondi di Spoleto verrà ricordato come quello delle prime volte. Una serie simbolica di accadimenti che segnano per la prima volta assoluta la storia di questa manifestazione, oltre ciò che se ne possa pensare o sia nelle intenzioni di chi fino ad ora l’ha diretta e organizzata.
Intanto la prima volta assoluta di Sir Antonio Pappano a Spoleto. Lo straordinario Direttore d’Orchestra, osannato in tutto il mondo per energia, simpatia ed empatia con il pubblico che lo ricambia con un calore al limite dei fan del rock.

Le prime volte. Ma anche la prima volta assoluta di Stefano Bollani al Festival, il pianista feticcio degli appassionati di jazz, straordinario interprete ma anche uomo di immagine e convincente divulgatore e presentatore televisivo. Per Bollani anche la prima volta con il M° Pappano. Ed ancora, la prima volta nella storia della kermesse, che un direttore d’orchestra si rivolge direttamente al pubblico del Concerto Finale spiegando cosa si suonerà di lì a poco, abbattendo in una frazione di secondo, quel muro elitario ed anche un po’ snob, che ha sempre aleggiato sopra all’appuntamento “principe” del Due Mondi. Pappano è un abituè di questo tipo di approccio con il pubblico. Ma farlo a Spoleto, per la prima volta dopo 59 anni, significava rompere un altro dei tabù di stampo menottiano. Infine, e lo diciamo accennando il sorriso di colui che un giorno potrà raccontare ai nipoti “io c’ero”, è la prima volta assoluta che in Piazza Duomo nel corso del Concerto Finale si eseguono – horribile dictu – standard della musica americana, in chiave jazzistica per piano solo (i due bis concessi da Bollani ndr.).  Questa davvero la fine del mondo! Ma andiamo per ordine.
La serata. Era iniziata con qualche ritardo per i necessari controlli ai varchi di accesso alla Piazza. Una misura ormai imprescindibile per manifestazioni con grande afflusso di partecipanti come il Concerto Finale a Spoleto. Risolta senza troppi intoppi la sistemazione del pubblico, il primo a salire sul palco, come da tradizione è stato il Direttore Artistico, Giorgio Ferrara che ha salutato le autorità presenti. A fare gli onori di casa il sindaco Cardarelli che ha accolto la presidente della Regione Catiuscia Marini, i sottosegretari al Mibacct Cesaro e agli Interni Bocci, i parlamentari Laffranco, Verini e Galgano, il prefetto di Perugia Cannizzaro, il presidente della Corte d’Appello di Perugia D’Aprile. Presenti anche i responsabili delle istituzioni e società che sostengono il festival tra cui l’avvocato Sergio Zinni (Fondazione CaRiSpo), Carla Fendi, l’avvocato Stefano Lado (Bps-Desio), Maria Flora e Zefferino Monini, solo per citarne alcuni. Importante lo schieramento di autorità militari a cominciare dal Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Tullio del Sette, il Presidente del Centro Alti Studi della Difesa, Massimiliano Del Casale e il Comandante Interregionale di carabinieri, Vincenzo Giuliani. Giunta al completo e molti consiglieri comunali a cominciare dal presidente Giampiero Panfili. Sul palco invece Ferrara ha voluto porgere il consueto omaggio alle donne che in qualche modo lo hanno coinvolto nella vita sentimentale ed umana. La moglie Adriana Asti, l’attrice Franca Valeri a cui il pubblico ha tributato un caloroso applauso ed infine Carla Fendi, che con la sua Fondazione ormai è colonna insostituibile del Festival. Il Direttore non rinuncia con un certo orgoglio a ribadire che le presenze di questa 59^ edizione hanno battuto tutti i record. “Non credevo fosse possibile ma con lo spettacolo di questa sera abbiamo superato le 80mila”, gongola Ferrara in completo di lino bianco. Per gli amanti dell’esoterismo, sono anche riapparsi i simbolici mocassini rossi.

Il programma della serata prevedeva, di Arnold Schönberg –Pelleas und Melisande , di Franz LehárGold und Silber Waltz ed infine di George GershwinRhapsody in Blue. Un programma intelligente, ma sopratutto coerente anche sotto il profilo storico e musicale. Schönberg, inventore della musica dodecafonica e Gershwin, hanno avuto rapporti musicali frequenti e tra i due c’è stata anche una lunga frequentazione personale nel momento in cui Schönberg si recò in America negli anni ’30. Il viennese Arnold Schönberg  scrisse in giovane età il Pelleas und Melisande e per farlo fu incoraggiato da “un certo” Richard Strauss. Da qui al passo successivo del programma, ovvero la proposta del Gold un Silber Waltz di Franz Lehàr, il re dell’operetta, la distanza è breve. Come recita il programma di sala della serata, “uno scorcio di storia della musica che attraversa la prima parte del XX secolo ma anche sulla musica in sé, senza barriere e senza etichette, senza stili o programmi, che tuttavia fa incontrare musicisti tanto diversi solo sulla base della sua intrinseca qualità”.

E poiché prevenire è meglio che curare, ad uso dei queruli turiferari dell’ortodossia del tempo che fu, ricordiamo che nel 1981 il Festival si concesse il lusso di aprire la sua XXIV^ edizione con Die Lustige Witwe-La vedova allegra di Franz Lehàr, con la regia di un giovanissimo e scatenato Alfredo Arias. Così, tanto per dire.

“Caro pubblico  buonasera”. Quando sul palco sale Sir Antonio Pappano, per dare avvio al concerto, nel momento esatto in cui gli viene offerto un microfono, il pubblico ammutolisce. In verità nei giorni precedenti l’appuntamento si era parlato dell’eventualità che il direttore d’orchestra potesse accennare qualche parola di saluto. Ma mai nessuno si sarebbe aspettato quello che poi è accaduto. In effetti Pappano esordisce con un saluto, “Caro pubblico buonasera”, dando un po’ l’idea di voler imitare la moda lanciata al suo esordio da Papa Francesco. Ma quello che seguirà è un Pappano, in grande confidenza con il pubblico di Piazza Duomo, che racconta con il suo italiano fortemente venato di accento inglese, la struttura del Pelleas und Melisande aiutandosi con i gesti e canticchiando i cambi di partitura in relazione all’apparire dei personaggi nella storia. In platea non vola una mosca. L’unica cosa che vola sono le rondini, al solito molto divertite, e la tensione del pubblico che non si immagina come andrà a finire. Pappano si trova talmente a suo agio che si prende tutto il tempo che gli pare per l’introduzione, pause alla Celentano incluse, mentre tra una parte di pubblico qualcuno per l’imbarazzo vorrebbe solo infilarsi due crostini in bocca e ingollare un flute di qualsiasi cosa purché ghiacciato.

Pappano dirige. Non è la prima volta che si parla della passione con la quale Pappano dirige. Una sua caratteristica è anche quella di farlo senza bacchetta. Lo stesso direttore ha spiegato che dovette interrompere l’uso dello strumento per una fastidiosa epicondilite al braccio destro che lo convinse a rinunciarvi. Da allora sono famosi i movimenti delle braccia di Sir Antonio, ampi, forti al limite della scazzottata aerea. Epiche le sudate che lo stesso si trova a dover sopportare poiché l’uso delle braccia per la direzione impone anche una maggiore partecipazione del corpo. Alla cerimonia di consegna del Premio della Fondazione Carla Fendi, Pappano era stato chiaro, “la passione non è come un ragù che copre tutto, ma una forza specifica che indirizzi su un lavoro particolare, non si deve confondere con la passionalità”. E la direzione del Pelleas und Melisande è stata travolgente, sentita, convincente. I movimenti del poema sinfonico sono tutti un continuo cambiamento di stati d’animo, una complessità che non toglie nulla però ad una musicalità evidente. A tratti, echi di Wagner, lugubrità subito riscattate da liricità. E poi ancora dissonanze, adagi romantici e drammaticità, il tutto con una orchestra potente e senza limiti come quella dell’Accademia di Santa Cecilia di cui Pappano è direttore dal 2005. Gioia assoluta con l’esecuzione di Gold und Silber Waltz di Franz Lehàr, che arriva subito dopo Schoenberg e appare al pubblico come un tonico rinfrescante dopo 12 ore di sole. Le teste ondeggiano e se non ci fosse il paludato riserbo del concertone, qualcuno ballerebbe anche passi di waltz senza difficoltà. Archi armoniosi ed evocativi, crescendi e pianissimi che compensano ogni asperità della vita. Non a caso il valzer venne commissionato dalla Principessa Pauline Von Metternich per il Ballo di gala del 27 gennaio 1902, che avrebbe avuto luogo nel Sophiensäle di Vienna.

Gershwin-Pappano-Bollani e il tabù infranto. Il pubblico del Festival aveva già vinto la sua ritrosia per un certo tipo di musica, non convenzionale, suonata al Concerto Finale e fu proprio con Gershwin a Spoleto52. Ci siamo nel tempo dimenticati le stupidaggini sentite in piazza in quell’occasione e a ben vedere la scelta di quell’anno fu premonitrice degli sviluppi che hanno poi portato alla indimenticabile e storica serata di ieri in chiusura di Spoleto59. Per Pappano dirigere Rhapsody in Blue è ormai come bere un toccasana. Non era mai accaduto che lo facesse con Stefano Bollani nella parte solista al piano (Bollani aveva suonato Gershwin in precedenza con Riccardo Chailly ndr.). Ma la confidenza di Sir Antonio e dell’Orchestra di Santa Cecilia con Bollani e la composizione di Gershwin è assoluta. Un connubio che a molti deve essere sembrato come il diavolo e l’acqua santa. Eppure la massima libertà interpretativa che il famoso direttore d’orchestra ha lasciato al più celebrato dei jazzisti italiani in circolazione, ha prodotto il miracolo. Chi conosce Bollani sa bene che il Barbone di Siviglia (anche titolo di un vecchio suo brano ndr.) non suonerà mai stando fermo sullo sgabello del pianoforte e che è troppo istrionico per lasciare senza tocco-bollani anche un classico come Rhapsody in Blue. E così anche ieri sera non c’è stato verso di farlo rimanere stretto dentro alla sua partitura. Così fa un jazzista, interpreta se suona la musica di altri, senza perdere di vista la natura e la storia del brano ed il rispetto per il suo autore. Ma se si deve mettere una coloritura in più, non è certo Stefano Bollani a tirarsi indietro.

In una Piazza oggettivamente difficile come quella di Spoleto, mentre a Perugia in contemporanea per Umbria Jazz 16 andava in scena invece il concerto di Mika (jazz o botteghino felice?), lo straordinario Stefano Bollani si è fatto applaudire per ben più di 10 minuti con 3 chiamate sul palco e due bis concessi al piano-solo con brani di Gershwin assolutamente in chiave di interpretazione jazzistica come la intima e splendida Someone to Watch Over Me. Suonata da un Bollani gigione, come solo lui sa fare, con le rondini a fare il coro e l’imbrunire sceso sul duomo illuminato, è stata per il pubblico festivaliero come la folgorazione sulla via Damasco. E non c’era verso di far smettere gli applausi, tanto che l’Orchestra di Santa Cecilia che aveva assistito al trionfo in ordinato silenzio al suo posto, ad un certo punto si è alzata per uscire. Solo in quel momento tutti hanno realizzato che il concerto era davvero finito. E non è che in Piazza Duomo ieri sera ci fosse il pubblico da “nu jeans e na maglietta” che magari trova empatico quel pianista tarantolato con i jeans, la camicia strampalata fuori dai calzoni, il barbone ispido, la crocchia sui capelli raccolti e tanto per finire, un bel paio di scarpe bicolori di quelle che si affittano nei bowling. La grande lezione, come sempre, è che solo la musica conta. E da ieri sera tutto è cambiato, ed è il pubblico ad averlo deciso. Accade a Menotti a suo tempo ed è accaduto oggi anche a Ferrara. Oltre la loro intenzione.

 Arrivederci al 30 giugno 2017, “chi vivrà vedrà” (Giorgio Ferrara dixit).

Riproduzione riservata

foto: ML Antonelli/AGF, Cristiano Minichiello/AGF, tuttoggi.info (Carlo Vantaggioli)

(Aggiornato alle h 17,50)

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