Tra file di pellegrini, vetri antiproiettile e dirette televisive, il poverello di Assisi torna al centro dell'attenzione: rischio di spettacolo o bisogno collettivo di senso?
C’è qualcosa che disturba nel fenomeno di un’ostensione. Una sorta di voyeurismo celato da venerazione che nel caso particolare del Poverello di Assisi arriva dritto, come un pugno nello stomaco. Quasi mezzo milione di persone in fila davanti a delle ossa. Una teca antiproiettile. Un flusso regolato, sorvegliato, fotografato. San Francesco, il poverello come un vip da proteggere e da mostrare. Non è una provocazione. È un fatto.
Francesco era alto un metro e cinquantotto. Piccolo di statura, malato negli ultimi anni, consumato più dalle scelte di stare proprio in mezzo ai malati che dal tempo. Aveva circa 45 anni. E nei suoi resti c’è ancora quella misura. Una fragilità che non ha nulla di monumentale. Eppure oggi quelle ossa sono al centro di un’organizzazione imponente: quasi 500mila prenotazioni da 5 continenti, forze dell’ordine mobilitate, centinaia di volontari, dirette televisive, percorsi guidati. Una macchina perfetta attorno alle spoglie di un uomo che predicava lo spogliarsi.
È legittimo chiedersi se tutto questo non lo tradisca.
Francesco scelse la povertà radicale. Scelse di restituire alla terra ciò che era terra. Oggi è custodito in una teca in plexiglas e ancora dentro a un cristallo antisfondamento. Non libero di tornare polvere, fisicamente intrappolato, anche da vetri trasparentissimi. L’immagine è potente e, per certi versi, contraddittoria. L’uomo che si liberò di tutto trattenuto, circondato, esposto.
C’è un rischio evidente: la mercificazione della santità. Il pellegrinaggio che scivola nella curiosità. La venerazione che si confonde con l’evento. Le immagini sul telefono, le storie sui social, il passaggio obbligato davanti alla reliquia in 30 secondi, non di più, come si passa davanti a un’attrazione. È il destino di ogni simbolo forte in un’epoca che consuma tutto, anche il sacro.
Fermarsi qui sarebbe, però, troppo facile.
Perché c’è un altro dato, meno visibile, che pesa di più. Se mezzo milione di persone decidono di mettersi in cammino per vedere le ossa di un uomo morto ottocento anni fa, non è solo folklore. Non è solo turismo religioso. È un bisogno.
La nostra contemporaneità ci mette la morte davanti agli occhi ogni giorno, in tutte le sue forme. Le guerre appena fuori dalla finestra, i bambini che muoiono di fame e di freddo mentre ceniamo dopo una giornata di lavoro, aggressioni, femminicidi, disastri naturali. La morte ci cammina accanto, normalizzata da un racconto continuo e ripetuto. Eppure, proprio mentre la vediamo ovunque, l’abbiamo rimossa dal discorso pubblico: la nascondiamo negli ospedali, la addolciamo nelle parole, la evitiamo nelle conversazioni. Francesco, invece, la chiamava “sorella”. Non la cercava, ma non la negava. La guardava in faccia.
L’ostensione, in fondo, obbliga a fare lo stesso. Si entra in una Basilica e si incontra la materia nuda di un’esistenza finita. Ossa. Fragilità. Limite. È un promemoria che non consola, mette in ordine le priorità. È un invito a restituirle dignità.
Certo, c’è l’organizzazione. C’è la politica che saluta, l’istituzione che presidia, il brand che si muove: “sanfrancescovive”. Può far sorridere. Ma forse il punto è proprio lì. Francesco “vive” non perché le sue ossa siano esposte, ma perché il suo messaggio continua a disturbare. Disturba l’idea che la competizione sia l’unica regola. Disturba l’idea che il possesso definisca il valore. Disturba l’idea che la pace sia un accessorio. Dove si alzano muri e toni, Francesco resta uno che parla di fraternità.
È possibile che l’ostensione gli nuoccia? Sì, se diventa solo spettacolo.
È possibile che serva al mondo? Mai più di adesso.
Perché ci sono momenti in cui un messaggio deve alzare il volume. Non per gridare, ma per farsi sentire. Questo è uno di quei momenti. Guerre e conflitti permanenti, economie che producono scarti prima ancora che materiali. Parlare di pace oggi non è un esercizio spirituale. È un atto politico nel senso più alto.
Francesco non ha bisogno di marketing. Non ha bisogno di vetri antiproiettile per restare ciò che è stato. Ma noi, forse, abbiamo bisogno di fermarci davanti a quelle ossa e ricordare che si può vivere in un altro modo. Non è la teca a trattenerlo. Siamo noi che fatichiamo a lasciarci toccare. E se, uscendo dalla Basilica, anche solo una parte di quel mezzo milione di uomini e donne decidesse di seminare un po’ più di pace e un po’ meno rumore, di far diventare normale l’essere fratelli al posto della violenza, allora quell’accalcarsi non sarà stato vano.
Il rischio c’è. La contraddizione è evidente. Il pugno allo stomaco resta. Ma a volte le contraddizioni servono a rimettere in circolo una verità semplice. A disturbare e a non tirarsi via dagli occhi, come ancora oggi Francesco.