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Regione, Marini: “Il cambio di assetti non è un tabù. Ma non chiamatelo rimpasto”

Massimo Sbardella

Regione, Marini: “Il cambio di assetti non è un tabù. Ma non chiamatelo rimpasto”

A caccia di un nome nella "società civile". Le correnti, Leonelli, il futuro del Pd umbro, i socialisti: la governatrice a tutto campo. Si dimette l'intera Segreteria regionale del partito
mercoledì, 07/03/2018 - 21:06

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Regione, Marini: “Il cambio di assetti non è un tabù. Ma non chiamatelo rimpasto”

Il terzo giorno, la presidente Catiuscia Marini parlò. Senza svelare ulteriori misteri di Fatima (le logiche del Pd umbro sfuggono spesso anche al Disegno Divino), ma annunciando che per la Regione Umbria, d’ora in poi, non ci saranno dogmi. Anzi, la parola usata è tabù. Il Pd (e la coalizione di governo regionale, anche con l’apporto “di soggetti espressione della società civile, singoli o organizzati”), discuterà la nuova agenda delle priorità programatiche dell’azione del governo regionale. E se “la macchina deve essere riorganizzata”, per perseguire gli aggiornati obiettivi, anche “con apporti di qualità” nella funzione di governo, “non ci sono tabù”.

Parole misurate, quella della governatrice, che ha insolitamente una scaletta in due fogli di appunti. Parole temprate, in questi tre giorni seguenti al voto che ha frantumato il Pd in Italia e in Umbria, dai vari incontri che si sono susseguiti: il gruppo consiliare regionale del Pd, l’analisi all’interno della Giunta (dove è stato evidenziato il voltafaccia del pubblico impiego), il confronto allargato ai sindaci dem dei Comuni più grandi. Il tutto, mentre il segretario Leonelli rassegnava le dimissioni, insieme a tutta la sua Segreteria.

Ed è proprio dal gesto di Leonelli che inizia l’analisi di Marini: “Ringrazio il segretario e tutta la Segreteria regionale, che si sono dimessi. Ma non è il tempo né dei capri espiatori, né della resa dei conti”. Primo messaggio fuori, ma soprattutto dentro al suo partito. Perché le correnti hanno fatto venire la polmonite a tutti, nessuno escluso. “Ci hanno fatto perdere l’orizzonte”. Un messaggio anche ai socialisti, che, come il Pd, si devono assumere “la loro responsabilità” e devono mostrare “responsabilità”, a cominciare da coloro che hanno ruoli istituzionali. “La sconfitta – rivendica – non è solo del Pd. E’ di Leu, dei socialisti…”.

E allora, bisogna percorrere una strada nuova. Con un Pd ancora “più inclusivo”. Insomma, si metta da parte il manuale Cencelli, inutile in una coalizione che, così com’era nata sulle schede elettorali tre anni fa, non c’è più. Marini (“in questo concordo con Di Maio”) è già proiettata nella Terza Repubblica: “Rimpasto? Non so cosa sia il rimpasto”. Quando il cambio a Palazzo Donini avverrà (“per ora non è all’ordine del giorno”, specifica), non sarà un rimpasto, “ma una modalità diversa dell’azione di governo e dell’articolazione dei suoi uomini e delle sue donne”. Non ora, però. Con le vertenze (Perugina, Tagina, Ast) da affrontare in attesa di interlocutore certo a Roma. Stessa cosa per la ricostruzione post sisma. Cambiare per cambiare, comunque, “non è la soluzione” alla crisi del Pd e del centrosinistra umbro.

Insieme a Leonelli e alla Segreteria regionale per il lavoro svolto e per l’atto responsabile assunto con le dimissioni, Marini ringrazia anche tutti i candidati del Pd. Menzione speciale per i cinque presi a schiaffi nei duelli dell’uninominale. Soggetti che esprimono “qualità, competenza e professionalità” e che dovranno continuare ad essere “una parte della qualità del gruppo dirigente regionale”, anche con altri ruoli e funzioni. Insomma, se si è perso non è colpa della squadra, come accusa chi, da dentro il partito, punta l’indice contro la barriera anti Bocci sollevata a Perugia dal duo Leonelli-Marini. La sconfitta è dunque “collegiale e collettiva”. Responsabilità particolari sulle spalle della governatrice? “Il presidente della Regione, esponente del Pd – ammette – non può non sentirsi parte di una responsabilità collettiva”. Ma il voto degli umbri è stato un voto “per il Parlamento nazionale”. Ed a riprova di questo, cita il risultato di Terni, nella media regionale nonostante le previsioni catastrofiche, e invece l’avanzata della Lega “in città ben amministrate”.

Ecco, la Lega (che con il Movimento 5 stelle è uno dei “due vincitori a livello nazionale”), in Umbria è il solo partito che secondo la governatrice ha trionfato. Con i grillini, Marini ha un conto aperto, come dimostra il post su Facebook con cui aveva rotto il suo silenzio post elettorale già in mattinata: “Se qualcuno pensa ad alleanza Pd e M5s noi vogliamo referendum iscritti #senzadime. Con la spiegazione inserita tra le decine di commenti: “Inoltre io sono 3 anni che prendo insulti dai 5 stelle su Pd e nostri governi”. E sul M5s partito di maggioranza relativa in Umbria sentenzia: “Qui è tra le ultime percentuali in Italia”.

Pensiero che ribadirà lunedì nella Direzione regionale. Che condizionerà anche il percorso per il futuro del Pd umbro, di cui si discuterà nella Direzione regionale convocata invece per mercoledì. Con la Segreteria dimissionaria (e quindi tramontata una delle ipotesi inizialmente prospettate per traghettare il partito fino al Congresso), le soluzioni saranno una reggenza scelta dall’Assemblea o un Congresso anticipato. Percorso che, appunto, dipenderà anche dai tempi dettati dal dimissionario, a orologeria, segretario Renzi.

Anche i sindaci umbri del Pd sono stati concordi nel collocare il partito nazionale all’opposizione. “Questa volta il territorio deve essere ascoltato di più”, sottolinea la presidente. Quella stessa presidente accusata di aver preparato, insieme al segretario Leonelli, il mazzo di carte dato a Roma. Ma che per ora (a parte il conto aperto con i pentastellati) vola sopra le polemiche. E detta piuttosto tre parole d’ordine per il Pd del futuro: ricostruzione, partecipazione, apertura.


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