Referendum sulla giustizia, perché votare no? Le ragioni dell’avvocato Stefano Mingarelli - Tuttoggi.info

Referendum sulla giustizia, perché votare no? Le ragioni dell’avvocato Stefano Mingarelli

Valentina Onori

Referendum sulla giustizia, perché votare no? Le ragioni dell’avvocato Stefano Mingarelli

Il referendum sulla giustizia si avvicina. L'avvocato del comitato per il No, Stefano Mingarelli ci spiega cosa cambia la riforma
Sab, 14/03/2026 - 10:08

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Che benefici porterà il referendum se passasse il no. A Tuttoggi ne parla l'avvocato Stefano Mingarelli che fa parte del Comitato per il No

Il referendum sulla riforma della giustizia riaccende il confronto pubblico su uno dei temi più delicati dell’ordinamento italiano: l’equilibrio tra poteri dello Stato e l’autonomia della magistratura. La proposta di modifica costituzionale interviene su nodi centrali come la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il nuovo assetto del Consiglio superiore della magistratura e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, aprendo un dibattito acceso tra sostenitori e critici della riforma.

Per capire quali potrebbero essere gli effetti concreti di questi cambiamenti e quali sono, secondo i contrari, i rischi per l’impianto costituzionale e per il funzionamento della giustizia, TuttOggi ha intervistato l’avvocato Stefano Mingarelli, attivo soprattutto nel diritto civile, amministrativo e societario, del comitato Avvocati per il No. Nell’intervista che segue analizza i punti più controversi della riforma e spiega perché invita gli elettori a respingerla alle urne.

Una riforma della magistratura

La riforma interviene su tre aspetti dell’ordinamento giudiziario:
separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (i giudici) e requirenti (i pubblici ministeri)
lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura (CSM) e
l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.
Cosa comporta tutto questo e qual è l’impatto sull’impianto costituzionale?

“Non è una riforma della giustizia ma una riforma della magistratura che da soggetto unitario si trasforma in soggetto tripartito con due Csm, uno per i pm e uno per i giudici e l’Alta Corte disciplinare. Una delle principali criticità della riforma è che è una delega in bianco al legislatore ordinario. Uno su tutti: con quale maggioranza verranno eletti i soggetti non togati, cioè i laici da parte del Parlamento? Sarà come oggi una maggioranza qualificata (in cui è coinvolta la maggioranza e l’opposizione) o sarà una maggioranza semplice e assoluta (in cui sarà solo la maggioranza e quindi il governo a scegliere i componenti della parte non togata all’interno del Csm)?

Inoltre nell’Alta Corte non potranno decidere tutti e 15 i componenti, si formeranno delle sottosezioni di 3 o 5 magistrati. La norma dice solo che all’interno di questi collegi deve essere garantita la presenza di magistrati ma non ci dice se devono essere in maggioranza, in minoranza, lasciando spazio a possibili abusi. Potremmo avere un collegio in cui la maggioranza è relativa alla parte politica e quindi i magistrati saranno ricondotti non ad applicare la legge in modo uguale ma ad applicare la legge nel modo in cui vuole la maggioranza pro tempore di quel momento storico per evitare sanzioni. In questo modo viene smontata la Costituzione perché il suo spirito è quello di porre limiti al potere affinché non ci siano abusi.  La riforma, invece, sembra autorizzare possibili abusi da parte della maggioranza del momento”.

Separazione delle carriere dei giudici

Che impatto avrà la riforma sulle singole carriere? I giudici saranno meno liberi e meno equilibrati?

“Ad oggi abbiamo i pm che hanno una carriera unica insieme a quella dei giudici: stesso percorso di studi, stesso percorso formativo e alla fine fanno una scelta. Diventare pm o giudice. Oggi questo aspetto è quasi irrevocabile, la separazione delle carriere già esiste. A partire dal 2022 è molto difficile che un pm passi a giudice e viceversa, lo può fare secondo criteri molto rigidi: una sola volta nella carriera, entro i primi  9 anni di attività e deve cambiare Regione. Tanto che solo 40 magistrati l’anno passano dalla funzione giudicante a quella requirente.

L’unicità delle carriere, come abbiamo oggi, garantisce che il magistrato non sia un avvocato della pubblica accusa che deve tendere sempre e comunque alla condanna dell’imputato ma è un magistrato imparziale che va alla ricerca della verità. Tanto che il 65% dei procedimenti penali non arriva a processo, viene archiviato molto prima. Segno che il pm va alla ricerca anche delle prove a discarico dell’imputato. Un domani potrebbe succedere che il pm pur di ottenere le promozioni, perché il Csm dei pm stabilirà anche le promozioni o le progressioni di carriera, cercherà di ottenere sempre e comunque la condanna dell’imputato. A noi interessa che il giudice sia imparziale e terzo ma che lo sia anche il pm perché è un pubblico ufficiale che tutela i soggetti più deboli e che non può nascondere le prove a discarico, altrimenti lui stesso subisce un procedimento penale”. 

Un doppio Csm: dividi et impera

Si avrà un Csm meno forte con la riforma? Verrà privato della sua indipendenza?

“Ci sarà un Csm più indebolito perché si passa da uno a tre. Secondo il motto latino dividi et impera già questo ci dice che andiamo verso un depotenziamento dell’organo perché il meccanismo del sorteggio con cui si andrebbero ad eleggere i vari componenti è diverso per la parte togata e per quella non togata. Mentre per la prima il sorteggio avviene tra 2.000 pm in attività  e circa 7.500 giudici giudicanti, per la parte non togata il sorteggio avverrà all’interno di una lista votata dal Parlamento (probabilmente a maggioranza) e quindi espressione di una parte politica. Mentre il sorteggio tra migliaia di persone individuerà delle persone a caso che andranno in mezzo ai leoni: pensate se dovesse andare, ad esempio, un magistrato di prima nomina, che è timoroso perché non ha abbastanza esperienza. C’è il rischio che diventi preda di persone che vanno lì con un mandato politico ben preciso. Per questo c’è il rischio di un controllo politico.

I pm possono anche decidere di indagare i comuni cittadini ma di non indagare i politici perché magari la parte politica è quella che gli garantisce una protezione. Stessa cosa nell’Alta Corte: all’interno di un collegio si può avere la maggioranza di una parte politica. E’ rischioso perché può essere usato per colpire magistrati scomodi, invisi al potere che magari fanno un’inchiesta su quel partito che governa il paese in quel momento. Avere magistrati più timorosi significa avere magistrati che non indagano su tutto e non tutelano i soggetti più deboli e hanno remore nell’andare a fare inchieste che danneggiano il potente di turno. Il correntismo ci sarà sempre.

Analizziamo il sorteggio: nel bussolotto dell’urna ci saranno tutti magistrati. È più probabile che vengano sorteggiati i magistrati che appartengono alla corrente più numerosa. Per eliminare le correnti bisognerebbe eliminare il diritto di associazione dei magistrati dell’ANM e non si può fare. Gli abusi come il caso Palamara dimostrano paradossalmente che la giustizia disciplinare funziona. E’ stato radiato dall’ordine dei magistrati. I 5 membri non togati del Csm si sono dimessi e uno dei due politici che cercavano di pilotare le nomine dei procuratori sta al Ministero della giustizia e collabora con Nordio. E poi il sistema delle correnti riguarda 2.200 magistrati su 9.000″

Rischio di aumentare le sentenze di condanna

Il cittadino come dicono i sostenitori della riforma dovrebbe sentirsi più tutelato con un pm e un giudice collocati su piani diversi. E’ vero?

“Se è vero come dicono i sostenitori del sì che i giudici sono appiattiti sulle posizioni dei pm per cui è necessario fare una separazione delle carriere, dovremmo avere tutti i procedimenti penali che si concludono al 100% con le condanne e invece i dati dicono che i procedimenti penali per il 45% si concludono con l’assoluzione. Già oggi questo è smentito dai fatti. La separazione delle carriere ha il rischio di creare una casta di pm che non sono più magistrati imparziali, ma avvocati dell’accusa e non avere più, come oggi, la metà di assoluzioni bensì aumentare la percentuale di sentenze di condanna. Quale sarà uno dei modi per misurare la bravura di un pm? Quante condanne otterrà. Per il cittadino c’è una potenziale lesione dei propri diritti in seno al processo”

I veri problemi della giustizia: a Spoleto mancano 6 magistrati su 15

Si tratta di una riforma della magistratura o di una riforma della giustizia?

La giustizia ha bisogno di altre cose: di personale, di magistrati, di personale di cancelleria, di computer che funzionano soprattutto dopo l’introduzione del processo civile e penale telematico. Nei nostri tribunali manca personale: a Spoleto mancano 6 magistrati su 15, abbiamo uno scoperto di organico di cancelleria del circa 30%. Ci sono 3 tecnici informatici per tutta la Regione dell’Umbria. Significa che quando si blocca un computer che serve per autorizzare il deposito degli atti degli avvocati e dei pm, si paralizza il sistema per 3/4 giorni. Di queste cose abbiamo bisogno perché la giustizia funzioni. Non certo di una magistratura che diventi dipendente dalla politica (qualunque essa sia). Non aiuta i cittadini, i più poveri e gli ultimi del paese”.

E’ stato un referendum molto veloce nei tempi, blindato dal governo e con emendamenti bocciati. Secondo lei perché?

“Questa riforma ha anche un problema di metodo perché per la prima volta nella storia della Repubblica italiana il testo della riforma è entrato in un ramo del Parlamento in un modo e non ci sono stati emendamenti di nessun tipo né dalla maggioranza né dall’opposizione.  È un disegno di legge di iniziativa governativa ed è uscito alla 4° deliberazione nello stesso identico testo. Evidentemente c’è stato un diktat, qualcosa che ha imposto ai deputati di maggioranza di non inserire nessun tipo di emendamento per far presto. Anche emendamenti banali di puro buon senso come nella parità di genere del sorteggio.

Le conseguenze del sì: giustizia debole con i forte e forte con i deboli

Se vincesse il sì che effetti ci saranno nella magistratura e nelle giustizia?

“Una magistratura più indebolita, più timorosa e di sicuro quella requirente sarà soggetta al potere politico e tenderà sempre di più a ricercare le condanne degli imputati anche in assenza dei requisiti previsti dalla legge allo scopo di ottenere promozioni. Si avrà una giustizia che sarà più forte con i deboli e più debole con i forti.

Viene stravolto il principio della separazione dei poteri: c’è il potere esecutivo e giudiziario e quest’ultimo non è più autonomo ma sempre più sottoposto al potere esecutivo e politico. Il giudice non sarà più soggetto alla legge ma alla politica. La nostra non è una difesa di Casta dei magistrati ma una difesa della libertà e dell’indipendenza della magistratura e dell’uguaglianza di tutti i cittadini”.

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