di Carlo Vantaggioli
C'è una Spoleto che non conosciamo fino in fondo. Come tutte le storie antiche, per apprenderne i dettagli, occorre un narratore, colui che di memoria storica, ma sopratutto di sapienza affabulatoria, fa arte e mestiere. Oggi nella sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto ci si è ritrovati a narrare un tratto decisivo dell'arte italiana che ha avuto origine a Spoleto nel lontano 1953. Artefice della voce narrante, la Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto, diretta con passione dal Presidente Dario Pompili che con orgoglio evidente ha presentato il primo de “I Quaderni d'Arte” dedicato a Leoncillo e “I Sei di Spoleto”, al secolo Giuseppe De Gregorio, Filippo Marignoli, Giannetto Orsini, Ugo Rambaldi, Piero Raspi e Bruno Toscano.
Uno spaccato della vita della nostra città, nel periodo immediatamente successivo alla guerra, che come ha raccontato un Bruno Toscano, evocativo, era molto prostrata dalla crisi postbellica, una città dalla quale non ti saresti aspettato un guizzo tale come solo il gruppo dei sei invece è stato capace di creare.
Il Presidente Pompili lo dice chiaro, la Fondazione ha seriamente intenzione di dedicare ogni sforzo possibile per la ricostruzione di questo mosaico artistico ” andando anche oltre i limiti di finanza che ci siamo imposti come istituzione se occorre…”, annunciando alla platea una assunzione di “ruolo protagonista” nella creazione di una collezione dell'arte contemporanea che partendo dalle figure prima citate potrebbe arrivare anche molto in avanti.
Ma già ricostruire con opere e testimonianze quel periodo è un gesto apprezzabile, sopratutto quando poi se ne fa divulgazione attraverso il progetto de I Quaderni d'Arte.
E' stato piacevole immergersi nel fermento creativo di quegli anni raccontato nell'intervento del direttore del Museo della città di Ravenna, Claudio Spadoni, autore del saggio pubblicato nella prima edizione de I Quaderni, ed in quello di Christian Caliandro, storico dell'Arte.
Spadoni, introduce nello scenario artistico Spoletino del 1953, la figura di Francesco Arcangeli, illustre storico e critico d'arte che del gruppo dei sei, fu un po' il mentore e la guida illuminata nel cammino artistico.
E Spadoni stesso si lascia affascinare dalla narrazione e ricorda come, da allievo dello stesso Arcangeli, alla fine degli anni '60, venne indirizzato a Spoleto per assumere elementi utili alla sua tesi di laurea, analizzando le sculture e l'opera di Leoncillo. “Fu una folgorazione…” ricorda il direttore del Museo ravennate.
Spadoni cita tutto un mondo dell'arte e del contemporaneo che poco oggi significa per la maggioranza di coloro che “consumano” fatti artistici o vernissage, magari meglio se omogeneizzati, o in pillole di programmi televisivi di una manciata di minuti.
Nel loro piccolo i Quaderni della Fondazione, possono invece rappresentare un veicolo stimolante all'approfondimento, come quando un maestro ti da gli strumenti della comprensione ma poi il percorso cognitivo e solo frutto della curiosità dell'allievo.
Figure “possenti”, come quella del critico d'arte Roberto Longhi, l'arrivo delle avanguardie ed il ruolo di collegamento del critico Leonello Venturi. In questo contesto Arcangeli si accorge del fermento spoletino e scrive un famoso articolo di critica su una delle riviste storiche dell'arte italiana, fondata da Longhi nel 1950, “Paragone”, dal titolo ” Gli ultimi naturalisti”.
Da qui parte una sorta di contaminazione tra Spoleto ed il fare arte al nord, “un contatto padano” come dice Spadoni, che proseguirà per oltre 15 anni di produzioni di primo piano.
L'atto di fondazione come detto, è il Settembre 1953, con la famosa “I^ Mostra nazionale di arti figurative” a Palazzo Collicola.
Ed è nelle parole del “narratore” Bruno Toscano, più abituato, come professore universitario, al dialogo con la platea, che si riesce a vedere la scena di quel fatidico anno di fondazione. Se ne sente persino l'odore, quando con un divertito ammiccamento, ricorda la Spoleto mal ridotta che contrastava con la forza d'animo di questi, poco più che ventenni, che si rimboccavano le maniche per pulire Palazzo Collicola, ridotto come peggio non si potrebbe descrivere, e riportarlo ad una sua dignità espositiva, inventandosi dei pannelli di tela di iuta, plissettata, che coprivano le magagne dei muri.
Oppure la fantastica storia della genesi dei basamenti per le sculture, disegnate da Piero Raspi, con quello stile “padano” accennato da Claudio Spadoni, e che tanto sussiego provocò nella giuria della mostra, composta per lo più da critici romani che sibilarono ” Ecco, il cattivo gusto del nord è arrivato a Spoleto”, non rendendosi conto magari che in quel preciso momento rendevano una dignità artistica alla nostra città che diventava appunto luogo d'arte a tutto tondo.
E che giuria: Francesco Arcangeli, Mario Mafai, Marino Mazzacurati, Roberto Melli, Giovanni Toscano (sindaco). Il presidente della stessa era un altro dei grandi personaggi spoletini, Lionello Leonardi, che, come ricorda la figlia Anna presente all'incontro, radunava per le discussioni tutti nel tinello di casa sua, unica stanza riscaldata della casa.
E' lo stesso Toscano a parlare del 1953 come di un periodo al confronto del quale” tutto il resto si dissolve lasciando solo un sorriso di gioia”, ricordando come artefici del successo seguente alla Mostra, oltre ad Arcangeli, altri due personaggi fondamentali che vale la pena di citare: Luigi Carluccio, critico d'arte, ma forse più “mercante” dai buoni rapporti ovunque, e Marco Valsecchi, anche lui critico, ma sopratutto giornalista a Il Giorno e Il Giornale.
Dice Bruno Toscano ” Il successo di noi artisti fu possibile anche grazie a questa combinazione di tre grandi personaggi che ci seguirono ovunque”.
Ed allora ecco più chiaro il ruolo di una Fondazione, come quella della Cassa di Risparmio che si fa attrice e guida per la ricostruzione di una memoria storica dell'arte a Spoleto, ma che può anche essere guida per il fermento artistico contemporaneo.
Così come raccontammo del ruolo dell'arte in una mostra bellissima ad Umbertide su “I Maestri Italiani del XX° Secolo”, al pari è lecito dire che I Quaderni d'Arte possono “…impedire alla brutaglia di perpetrare indisturbata gli abituali massacri cui si dedica…”.