Carabiniere ucciso a Foligno, Cassazione decide sul collega Armeni - Tuttoggi

Carabiniere ucciso a Foligno, Cassazione decide sul collega Armeni

Sara Minciaroni

Carabiniere ucciso a Foligno, Cassazione decide sul collega Armeni

La difesa del carabiniere accusato dell'omicidio di Lucentini chiede la scarcerazione
Mar, 19/01/2016 - 13:10

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Carabiniere ucciso a Foligno, Cassazione decide sul collega Armeni

Si è tenuta questa  mattina (19 Gennaio) l’udienza davanti alla corte di piazza Cavour per il ricorso avanzato dai legali di Emanuele Armeni (Zaccaria e Montesoro) contro la custodia cautelare del carabiniere ritenuto autore dell’omicidio volontario aggravato del collega Emanuele Lucentini. Un’istanza a cui i giudici del tribunale del Riesame di Perugia avevano già dato parere negativo il 5 agosto ed è proprio avverso quella sentenza che la difesa di Armeni ha intentato la sua azione. La Corte si pronuncerà domattina, come annunciato all’esito della discussione di oggi.

Il ricorso in Cassazione avverso alla decisione del Tribunale del riesame, che ha determinato la permanenza dietro le sbarre dell’istituto penitenziario di Spoleto di Emanuele Armeni, il carabiniere indagato per l’omicidio del collega Emanuele Lucentini, era stato depositato nei mesi scorsi.

Nel ricorso presentato si chiedeva che all’indagato, in carcere dal 16 luglio scorso non venisse applicata la misura della detenzione in carcere. Tra le motivazioni del ricorso tre punti venivano principalmente sollevati dalla difesa. Il primo è quello di una sostanziale messa in discussione della ricostruzione dell’omicidio, che secondo i legali non sarebbero supportate da elementi scientifici. Secondo, ci sarebbe l’insussistenza di gravi indizi di colpevolezza relativi alla volontarietà dell’omicidio. Terzo punto, secondo gli avvocati di Armeni, riguarda la eccessività della misura disposta nei confronti del loro assistito anche a fronte di una presunzione di colpevolezza e chiedono in sostanza che vengano almeno disposti gli arresti domiciliari in attesa del rinvio a giudizio del processo che ormai sembra profilarsi per l’Armeni.  ( E’ previsto per il 23 febbraio  il pronunciamento da parte del gip di Spoleto sulla richiesta della difesa di rito abbreviato condizionato (a perizie balistiche) che prevede lo sconto di un terzo della pena qualora Armeni fosse condannato. Inizialmente la Procura aveva chiesto il rito immediato.).

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Un ricorso che è arrivato, quello in Cassazione, dopo che già per tre volte i giudici hanno deciso per la sua carcerazione. Primo era stato il Gip di Spoleto che ha emesso il 16 luglio (ad un mese esatto dalla morte di Lucentini) l’ordinanza di custodia cautelare. Lo stesso Gip ha rigettato la richiesta di scarcerazione presentata dalla difesa dell’indagato e poi per la terza volta la decisione del Tribunale del riesame il 5 di agosto ha lasciato in carcere il carabiniere. Il tutto a fronte della difesa di Armeni che ha continuato a ribadire: “Siamo ancora in attesa dell’individuazione del movente”.

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Cosa è accaduto il 16 maggio? Armeni si è sempre dichiarato innocente e ha descritto la morte del collega come un evento involontario avvenuto mentre viene colpito da una“storta” al piede che gli causa una torsione e la conseguente caduta con il colpo che parte accidentalmente della mitraglietta di ordinanza del collega (“che solo per cortesia stava tenendo”, versione di Armeni, ndr). Versione non realistica secondo procura e giudici.Perché da un M12 S2, hanno spiegato i periti, un colpo non è possibile che parta in maniera accidentale. Ecco perché allora, nella tesi accusatoria, si spiega il perché in un primo momento sarebbe stato importante per l’Armeni far credere che l’arma che ha sparato non fosse l’S2, ma l’M12 semplice, un modello più datato che nel tempo aveva rappresentato dei problemi tecnici alla “sicura” (inconvenienti che portarono la Beretta negli anni ’80 a modificare la prima versione nella più sicura S2). Altro elemento, se confermato, di imperizia nella prima fase di indagine, che avrebbe portato all’apertura di un fascicolo parallelo su 5 colleghi carabinieri.

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