Marini, le parole di una donna sola non più al comando

Marini, le parole di una donna sola non più al comando

Un calcetto a destra e uno a sinistra guardando al futuro | Al Pd 10 giorni per scrivere un finale dignitoso

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I temporeggiatori l’hanno spuntata, ma solo in parte. Lunedì sera, i più ottimisti, contavano di arrivare al voto definitivo sulle dimissioni da presidente di Catiuscia Marini a dopo il 10 giugno. Passate cioè le elezioni europee ed amministrative del 26 maggio ed anche gli eventuali turni di ballottaggio nei Comuni. Non si è andati così in là. Ma una decina di giorni sono stati guadagnati. Non tanto per fare “cassa”, come accusavano i più maliziosi. Forse per sistemare un po’ le cose prima che l’impero crolli del tutto, accusa l’opposizione. Che annuncia un controllo particolare sugli atti che saranno votati in questi giorni dalla Giunta, oltre alla richiesta di un parere al prefetto per “vederci chiaro“.

Pd, il “congresso” in aula

Stiamo assistendo ad un mini congresso del Pd” ha detto l’azzurro Morroni. Ed in effetti, al netto di qualche atto  che sta particolarmente a cuore alla maggioranza, queste due settimane da qui al termine della legislatura potranno servire più che altro a riorganizzare un Pd che negli ultimi giorni si è mosso in ordine sparso.

Lo si è visto nella gestione di questa vicenda. A venti giorni dal voto, non si sa chi comanda in quello che in Umbria era il partito di maggioranza relativa. Ha parlato il commissario Walter Verini ed annuncia che la fine anticipata della legislatura ormai è un dato di fatto. Chiede scusa agli umbri, dice che bisogna voltare pagina e pensa alle elezioni in autunno. Nel partito c’è però chi lamenta che queste scelte non siano state discusse e prese in Direzione. Perché è vero che il Pd umbro è commissariato, ma è anche vero che il commissario Verini la Direzione ha deciso di lasciarla in piedi. E allora…


Dimissioni Marini, il giorno più lungo in Aula


Ha parlato il capogruppo in Consiglio regionale, Gianfranco Chiacchieroni. Anticipando quella che sarebbe stata la posizione del gruppo. Che però non era unanime. Tant’è che il compromesso del rinvio “soft” è stato preso perché Leonelli ha puntato i piedi: senza la certezza della chiusura anticipata della legislatura (perché qualcuno riteneva addirittura possibile arrivare alla scadenza naturale) e senza la “copertura politica del Pd” non avrebbe votato per respingere le dimissioni. Copertura politica che non c’è stata. E quindi, Leonelli non avrebbe votato il respingimento puro e semplice delle dimissioni di Marini, come prospettato da Chiacchieroni. “Questa settimana, che non cambia la situazione per noi consiglieri regionali, deve servire per trovare un percorso condiviso” ha detto Leonelli.

Urla al secondo piano

A quel punto, di fronte a numeri che si assottigliavano (Barberini assente, Marini non avrebbe votato) la maggioranza si è accordata per un rinvio di dieci giorni. Per valutare, politicamente, l’intervento di Catiuscia Marini. Parole che praticamente i dem hanno conosciuto in aula, dopo un confronto al secondo piano di Palazzo Cesaroni segnato da forte nervosismo, come hanno potuto ascoltare i cronisti prima di essere ricacciati in basso.

Nessun confronto tra Marini e il gruppo dem c’era stato nei giorni precedenti. Né, come ipotizzava qualcuno, il suo intervento la governatrice dimissionaria l’ha scritto sentendo, in qualche modo, il partito nazionale. Per poi leggerlo presentandosi in aula, anziché, come nel Palazzo veniva dato per certo fino a lunedì sera, affidare il proprio pensiero ad un testo da far leggere alla presidente Porzi. Un colpo di teatro fino ad un certo punto (“ho riflettuto molto – ha poi detto nel suo discorso – se mandare un documento politico o scegliere ancora una volta il rispetto istituzionale. Non ho avuto dubbi per cosa optare, sapendo che altre sono state le prove difficili di questi anni“), perché già a metà mattinata i cronisti sapevano che Catiuscia Marini sarebbe arrivata. Come è avvenuto poco dopo le 11, orario in cui era fissato l’inizio della seduta, slittata poi per il confronto con la maggioranza.

Calcetti a destra e a sinistra

Quello di Catiuscia Marini è stato un intervento di una donna sola non più al comando. Che per questo, si è sentita libera di fare le sue valutazioni politiche, così come, ha prospettato, potrà farle da cittadina ed ex governatrice dell’Umbria. Mandando messaggi a quell’opposizione di centrodestra che si è trovata e si trova a governare in molte città umbre senza definire “modelli cosi innovativi e travolgenti da rappresentare davvero strade nuove” e che si ritrova garantista in altre vicende nazionali (vedi il caso Siri, pur non citato). Ma soprattutto al centrosinistra ed al suo partito, il Pd. “Le mie dimissioni – ha detto Marini – sono un elemento di chiarezza in primo luogo per sgombrare il campo da ogni strumentalità ‘politica’ sia nella dialettica maggioranza-opposizione, rafforzata per altro dal contesto elettorale del momento, sia all’interno delle stesse forze di maggioranza o meglio ancora della mia comunità politica, il Partito Democratico, che a maggior ragione è chiamato a non prendere alcuna scorciatoia o rimozione, pensando che non debba invece misurarsi con la responsabilità politico-istituzionale del momento, sia rispetto al suo confronto interno e non è questa la sede per farlo, sia per la modalità con la quale si relaziona alla società regionale ed alle istituzioni”.

E poi si è tolta qualche sassolino: “Sono politicamente molto consapevole anche che in situazioni di questo tipo ci sia la determinazione di taluni di approfittare delle vicende in atto per tentare di sviare il corso del confronto, ‘utilizzare’ la straordinarietà e complessità del momento per darsi una distinzione interessata , non tanto al servizio del bene delle istituzioni o della propria comunità anche politica, ma per tentare di aprirsi uno ‘spazietto’ di notorietà e visibilità. Invece ponendo formalmente le mie dimissioni voglio proprio dare il contributo alla chiarezza ed anche alla trasparenza di un dibattito istituzionale e pubblico“.


Il discorso integrale di Catiuscia Marini


Rivendico autonomia“, ha detto Marini. Per l’Umbria, ma, di fatto, anche per le sue scelte politiche. Aggiungendo: “Io diffido sempre di quelli che ‘vengono da Roma’ a dirci cosa dobbiamo fare ed ancor di più diffido di ‘quelli che andati a Roma’ tornano con la supponenza di aver visto la città ed i suoi ‘poteri’ e vorrebbero spiegare le cose del mondo a noi della provincia“.

E poi ancora, un calcetto a destra e uno a sinistra: “Le mie dimissioni impongono una discussione, sia per chi magari dall’opposizione si sarebbe potuto trincerare dietro il gioco della sfiducia (salvo avere posizioni ipergarantiste per i propri esponenti di governo a livello nazionale come sta accadendo in questi giorni) o per chi dalla maggioranza, meglio dire qualcuno dal mio partito volesse guardare avanti senza discutere, chiudendo una porta, senza misurarsi sulle responsabilità politiche della natura stessa di questo partito, delle sue relazioni interne e delle modalità con cui si è relazionato a parti della società cittadina e regionale, anche sulle differenze che hanno caratterizzato ciascuno di noi, dentro e soprattutto fuori da questa aula nella relazione tra forze politiche pubblicamente alternative ma spesso convergenti per alcune strategie, con un trasversalismo che ha finito per essere offuscamento di un progetto. Sono la prima ad essere interessata ad avere un confronto pubblico su questo, perché una persona si dimette da una carica istituzionale ma non si dimette dall’impegno civile, dal diritto di parola in politica, dal dibattito pubblico“.

Il futuro in politica

Non rinuncia, Catiuscia Marini, alla politica, dunque. Sarà ancora una voce nel dibattito politico regionale e nazionale. Ed intanto prova a delineare il futuro che prospetta per la sua regione: “Allora io sono molto interessata a capire quale sarà la strada nuova che si intende intraprendere, quali sono i protagonisti, quali prospettive emergeranno dal dibattito istituzionale e pubblico per il futuro dell’Umbria. La strada nuova ha bisogno di chiarezza, di autonomia, di libertà, di laicità soprattutto quando le sfide da affrontare sono molto difficili“.

Ma il finale è ancora per il Pd. Che resta il suo partito, ma da cui si è sentita troppo frettolosamente scaricata: “Spero che il Pd, le forze politiche del centro sinistra sappiano farsi forza del riformismo e del garantismo. Se il Pd non ha questa forza viene meno il suo profilo di forza riformista, con cultura di governo, rispettosa dell’autonomia e indipendenza dei poteri. Non si può governare l’Italia con i sondaggi di giornata, bisogna avere visione e strategia al di là del consenso del momento. Solo così si evita di uccidere il futuro di un Paese“.

Alla fine, la presidente dimissionaria Marini, un anno fra tra i più accesi oppositori di un eventuale accordo tra Pd e M5s per dar vita ad una maggioranza di governo, l’unico personaggio politico che ringrazia è il ministro della Salute, la pentastellata Giulia Grillo, “che ha voluto tenere distinti gli aspetti che emergono dalle indagini dalle valutazioni sulla qualità ed efficienza del servizio sanitario dell’Umbria“.

E le opposizioni?

E le opposizioni? Hanno ascoltato l’intervento di Catiuscia Marini in rispettoso silenzio. Com’era d’obbligo, si dirà. Certo, in altre sedute, pur molto meno importanti, se ne sono viste di baruffe, anche colorite, in aula. Stavolta, a parte il solito battibecco finale tra Porzi e Mancini, ed un grido “vergogna” alla lettura dell’esito della votazione sul rinvio, tutto è volato via liscio. Anche perché le tante persone arrivate in mattinata per assistere alla fine dell’impero, con sorriso in faccia e popcorn in mano per godersi l’atteso momento, nel pomeriggio se n’erano già andate. Insomma, se doveva essere “una festa di liberazione” (le parole usate da Matteo Salvini e contestate da Catiuscia Marini), è stata una festa dimessa, senza musica.

L’Umbria non può aspettare” attacca Marco Squarta (FdI), uno di quelli che scalpita per provare a succedere a Catiuscia Marini. Il leghista Valerio Mancini chiede il rispetto dello Statuto, per “chiudere il cerchio” da subito. “I cittadini non devono essere trattati in questo modo. C’è bisogno di chiarezza, di amministrare di questa Regione. Rinviare il dibattito significa non avere rispetto degli umbri. Umiltà vorrebbe che si discuta quanto prima” accusa Sergio De Vincenzi (Misto Un). “Oggi si conclude di fatto la decima legislatura regionale” l’intervento lapidario di Claudio Ricci (Misto Rc). Ed Emanuele Fiorini (Misto Fiorini per l’Umbria): “Vi serve una settimana per trovare delle soluzioni. Sono quasi 50 anni che cercate soluzioni e i risultati sono questi”. “Qualche ora è ragionevole, ma fino al 18…” aggiunge il pentastellato Andrea Liberati di fronte alla “melina” del Pd. “Fate chiarezza tra di voi e chiudiamola” invoca la collega Maria Grazia Carbonari.

Accuse alle quali il socialista Silvano Rometti e la dem Carla Casciari replicano chiedendo che la vicenda non venga strumentalizzata legandola alle imminenti elezioni.

Quella sponda sul rinvio del voto auspicata dai temporeggiatori della maggioranza (lunedì circolavano anche i nomi di coloro che avrebbero dato il via libera in caso di voto segreto) non c’è stata, né sarebbe servita. La controprova se quelle previsioni avessero un qualche fondamento non l’avremo. O magari l’avremo il 17 o il 18, giorni in cui, come annunciato dalla presidente Porzi, sarà calendarizzata la seduta per discutere la richiesta della maggioranza di revoca delle dimissioni da parte di Catiuscia Marini.

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