Safwat Kahlout giornalista di Al Jazeera e “Colomba d’oro per la pace” 2024, ha raccontato sin dall’inizio l’attacco israeliano da Gaza. È riuscito a uscire dalla Striscia dopo diversi sfollamenti con la moglie, 7 figli e la madre anziana. Venuto a Terni, ha vissuto prima a Polino e ora ad Arrone, la sua famiglia si è integrata, i figli frequentano la scuola, lavorano, hanno amici, ma la burocrazia italiana sta facendo il resto, si è liberato un posto come rifugiato politico a Catanzaro ma ormai il suo nucleo familiare è stabile qui.
Nel marzo 2024 è passato attraverso il valico di Rafah e racconta gli orrori e le scene vissute. “E’ una vergogna la censura occidentale su Gaza”. Lì sono finiti i diritti umani. In questi giorni Israele ha intensificato i bombardamenti spingendo la popolazione di Gaza verso sud. Una popolazione che non sa come uscire. Ad oggi secondo fonti ufficiali sono 65.000 i palestinesi uccisi, i feriti 165 mila, tra cui oltre 20.000 bambini, ma i numeri non sono ufficiali, c’è un sommerso che non si conosce, Israele ha bloccato l’entrata ai giornalisti sin dall’inizio dell’attacco. Secondo dati delle Nazioni Unite aggiornati al 10 settembre 2025, a Gaza City viveva circa 1 milione di persone, di cui la metà bambini. Ora, dopo che il governo israeliano ha imposto lo sfollamento di massa da Gaza City, la tragedia rischia di entrare in una fase ancora più catastrofica. L’intera Striscia è stata intenzionalmente resa invivibile. Più di mezzo milione di persone sta morendo di fame e la carestia continua a estendersi.
Abbiamo incontrato Safwat sollecitati dall’incontro organizzato a Spoleto presso la biblioteca Montagne di Libri. Un evento di racconto e commemorazione per il collega Anas al-Sharif ucciso lo scorso 10 agosto nel raid aereo israeliano vicino all’ospedale di Al-Shifa, al quale ha partecipato per continuare a testimoniare la tragedia della guerra in Palestina, affiancato come sempre dalla Fondazione ONG “Aiutiamoli a vivere” di Terni.
Non ho più visto casa mia: viaggio senza ritorno
Safwat, 52 anni, giornalista palestinese di Al Jazeera è fuggito nel marzo 2024, viene da Gaza City “Vivevamo come dei re” sin dall’inizio dell’attacco israeliano ha iniziato a sfollare come tutti i gazawi, “sono stato sfollato a Rafah poi a Khan Yunis e poi sono tornato nella zona centrale, avanti e indietro in base all’escalation israeliana dentro la Striscia, scappando dal fuoco. Da ottobre 2023, non ho più visto casa mia, l’ho dovuta lasciare sotto le minacce dell’Idf che bombardava lì“. Gaza è piccola, una strada, 45 km di lunghezza per 12,7 Km di larghezza. “Ora sono residente in Italia ma per uscire c’erano due opzioni: o pagare 5.000 dollari a persona per uscire dal valico di Rafah o se hai un passaporto straniero o sei residente in un paese europeo, tramite il consolato o l’ambasciata che si coordinano con l’esercito israeliano e ti aiutano a uscire da Gaza. Io non avevo 50mila dollari. Ho aspettato 7 mesi finché il coordinamento ha approvato“.
La situazione ora è peggiorata
Ora la situazione è molto peggiorata dopo che l’Idf ha deciso di assediare definitivamente la popolazione, attaccando e chiudendo i due valichi di frontiera in Cisgiordania dichiarando che continuerà a usare “una forza senza precedenti” a Gaza city. Sono 500.000 le persone fuggite dalla città verso il sud della Striscia. “L’esercito israeliano sta colpendo e bombardando ovunque soprattutto Gaza city. Il nord Beit Hanoun, Beit Lahia, Jabalia, ora il nord è sotto il controllo dell’idf, stanno costringendo il popolo a uscire tramite i bombardamenti. Se non esci da casa tua ti mandano un razzo, è questa la lingua che usano. L’Europa non lo sa, perché c’è una censura per non farvi capire questi dettagli. Leggono quello che l’esercito dice ma quello che sta accadendo a Gaza non viene raccontato come deve essere raccontato in modo professionale. Per muoversi da Gaza city nella zona centrale, sono 15 km di zona sicura, ci vogliono quasi 4.000 euro. Il popolo è disoccupato, non ha reddito da 2 anni, la gente è stanca non hanno soldi devono comprare bagni, tende, affittare camion per muoversi. Centinaia di migliaia di gazawi ora hanno deciso di stare a Gaza perché sono stanchissimi, alcuni hanno sfollato per 20 volte, hanno perso l’oro“
Il mondo si è mosso per gli ucraini. Per Gaza non c’è nessuna zona sicura
A Gaza si muore anche per andare a cercare cibo, o per essere in fila per mangiare. Quegli aiuti umanitari di cui il governo parla e si vanta vengono, quando si è ottimisti, centellinati all’ingresso della Striscia dall’esercito israeliano. “Sono una grande bugia, 2 milioni di persone sotto i bombardamenti con valichi chiusi, hanno chiuso acqua, elettricità, internet, cibo…hanno permesso l’ingresso di pochissimi aiuti dentro Gaza. Una della propaganda e delle bugie che racconta l’esercito di occupazione israeliano è questa. Noi abbiamo comprato 1 litro di gasolio a 20 euro, 1 kg di patate e cipolle a 30 euro, sono prezzi del mercato nero. Loro sono bravi a dimostrarsi come vittime. La verità è che non c’è un infrastruttura per accogliere i fuggiti di guerra, quando gli ucraini sono fuggiti tutto il mondo si è mosso: ristoranti, alberghi, case e c’era un corridoio umanitario, per i palestinesi di Gaza non c’era nessuna zona sicura!“
Storie più dolorose
L’abbandono della casa è una delle tante esperienze traumatiche vissute da Sfawat e quando ne parla gli occhi brillano: “In quella casa sono nati i miei figli, abbiamo memorie lì, compleanni, nascite, feste di laurea di mia figlia, tutti i Ramadan. L’abbiamo costruita pietra per pietra era una casa di 3 piani per i miei 7 figli. Mi manca tanto la mia “mini patria” che è casa mia. Mia moglie piange sempre quando ricorda come vivevamo ora ogni giorno ci chiama la Prefettura che dobbiamo andare via. Siamo diventati profughi in pochi secondi. Anche qua la burocrazia rende la vita difficile” aggiunge. “Casa è ancora in piedi ma l’esercito è a pochi metri, stanno distruggendo quartiere per quartiere, in modo sistematico. Io sono collegato con parenti, mio padre, fratelli, colleghi, non ce la faccio più a controllare i video che mi arrivano, quando vedo bambini senza testa metà bambini, quando vedo che tolgono famiglie intere da sotto le macerie senza testa, arti… sono immagini che non posso più sopportare, non ce la faccio. Continuo a vederli negli incubi. Non riesco a dimenticare“. E sui colleghi di Al Jazeera, di cui la strage più conosciuta è stata quella dei 5 giornalisti internazionali morti nell’attacco israeliano all’ospedale Nasser di Khan Younis: Mariam Dagga, Moaz Abu Taha, Hossam al-Masri, Ahmed Abu Aziz e Moahmmed Salama, Safwat ricorda: “Ad Anas avevo chiesto del materiale, con Samer Abudaqa avevamo nei piani di venire in Italia nell’inverno del 2023 prima della guerra, abbiamo lavorato insieme per 14 anni”.
A Gaza Israele ha passato ogni linea rossa: hanno ucciso in diretta i giornalisti e l’Occidente guarda
“Abbiamo vissuto tante guerre, dalla prima intifada con i sassi, al 2000 quando come giornalista abbiamo vissuto l’escalation, questa volta abbiamo capito subito che l’esercito ha reagito in modo diverso con la complicità della Comunità internazionale e dell’Occidente hanno appoggiato Israele, gli hanno dato la luce verde e l’appoggio con le armi per uccidere i nostri bambini. Ora si sono svegliati, hanno capito che era un orrore esagerato ma noi stiamo pagando sempre il prezzo più alto” dice. “A Gaza stavolta gli israeliani hanno superato tutte le linee rosse, hanno colpito ospedali, moschee, chiese, scuole, strade, banche, rende non hanno lasciate niente. Hanno colpito le scuole di sfollamento dove dicevano di andare per ripararsi dai bombardamenti, hanno ucciso in diretta i giornalisti. Non c’è nessuna linea rossa, Netanyahu non da peso a nessuno, non vede nessuno e continua. Ogni volta che pensiamo lui abbia raggiunto il massimo scopriamo che c’è ancora di peggio” conclude.
Mio fratello ucciso mentre era in fila per gli aiuti umanitari
Il padre e i 6 fratelli e 2 sorelle di Safwat sono rimasti a Gaza ma lui li sente quotidianamente tramite Whatsapp: “oggi sono arrivati nella zona centrale di Gaza city, abbiamo affittato un pezzo di terra per loro dove hanno montato le tende ma non è l’ultima fermata. Sanno che questo è il piano più grande: l’espulsione verso il Sinai. Ora la gente vuole fuggire dice “aprite i valichi” noi siamo pronti a uscire per proteggere la vita dei loro figli“.
Il giornalista palestinese tramite vicini e amici fa sapere che l’80% della popolazione di Gaza è pronta a fuggire, “non vogliono la patria perché non esiste più, Israele l’ha distrutta” continua. “Ora vogliono scappare, un salto nel mare, nel deserto, non interessa dove, l’importante per loro è uscire. Non potete immaginare la forza che gli israeliani usano: io ho ancora i suoni delle esplosioni in mente, una cosa mai vissuta, bombardano quartieri con centinaia di tonnellata di esplosioni. Mio fratello il mese scorso è stato ucciso mentre stava facendo la fila per gli aiuti, mio zio è stato ferito ma poi è morto perché non c’erano interventi medici adeguati“.
Ai bambini amputano arti senza anestesia
Non ci sono memorie di storie più importanti di altre nell’inferno di Gaza ma alcune rimangono impresse perché vicine a noi: “noi giornalisti cerchiamo fonti per le informazioni, corrente elettrica e ospedali, non abbiamo uffici, i nostri uffici erano le tende. Eravamo con tutti gli operatori e i cameraman fuori l’ospedale e aspettavamo le ambulanze che arrivavano. Mi ricordo c’era un cameraman che stava aspettando insieme a noi, aprono l’ambulanza e ha visto che c’era la sua famiglia, i cadaveri dei suoi tra feriti e uccisi, lui è caduto, noi siamo rimasti fermi, scioccati. Ognuno poteva essere nella sua posizione, durante i bombardamenti perdevamo la connessione e la rete con la famiglia, quindi c’erano momenti di paura perché non potevamo contattarli e neanche loro. Sono momenti di trauma“.
Un’ altra storia i dolorosa è quando “un nostro collega che faceva la diretta con noi per 24 ore senza pausa è andato a casa per vedere la famiglia ed è stato colpito il suo palazzo, lui con tutta la sua famiglia, genitori, figli madre moglie tutti. E’ pieno di storie così. Quadno entravamo nell’ospedale per fare le riprese c’erano bambini senza gambe e non c’è anestesia, un bambino piangeva tantissimo gli dovevano amputare il braccio, già tranciato e non avevano anestesia. Chi può sopportare questa sofferenza? Ci vogliono i libri, documentari per raccontare per questa dolorosissima esperienza“.
Il giornalista palestinese paga la sua vita per raccontarvi quello che sta accadendo e voi in cambio cosa fate?
Un genocidio in diretta in cui l’informazione è fondamentale “Voglio dire ai giornalisti italiani di svegliarsi. Sto aspettando che finisca la vergogna della stampa italiana che stanno ancora discutendo se si tratta o meno di genocidio: questa è una vergogna del mondo occidentale“, quello che si professa mondo della democrazia, dei diritti umani. “Si sta strumentalizzando per interessi politici e ideologici tutto. Il giornalista palestinese paga la sua vita per raccontarvi quello che sta accadendo e voi in cambio cosa fate? Alcuni appoggiano ancora Israele e non hanno il coraggio di raccontare le cose come sono. E’ una vergogna. I giornalisti internazionali cosa hanno fatto per i colleghi niente? I miei colleghi hanno raccontato in diretta che loro non trovavano cibo e vivevono con acqua e sale, qualcuno di voi si è svegliato dicendo di voler mandare cibo ai suoi colleghi? No. Un mio collega è stato minacciato in diretta dall’esercio israeliano qualcuno ha fatto un passo? Qualcuno è andato all’Odg per chiedere di non colpire i giornalisti? Niente. Mentre con gli ucraiani siete tutti bravi, c’è la protezione dei diritti ucraini. Non si condividono i diritti o ci sono o no ma vedo che c’è il doppio standard, con Israele hanno tutti paura con Putin siete tutti bravi, applicando sanzioni incredibili. Perché la squadra israeliana viene a giocare qua? Quella russa non può giocare. E’ una vergogna. In Sardegna i soldati israeliani fanno il turismo e poi tornano a Israele per riprendere la guerra contro i nostri bambini, dove siamo? Potete dichiarare che non ci sono più i diritti umani e lo capiamo” perché anche con questi non si negozia.
L’Associazione aiutiamoli a vivere di Terni
Il Dott. Fabrizio Pacifici presidente della Fondazione ONG “Aiutiamoli a vivere” di Terni spiega come è stata possibile la fuga da Gaza per Safwat e la rete “silenziosa” che c’è dietro, soprattutto per tutelare i bambini. L’ong è attiva in Palestina, a Gerusalemme, in Biellorussia, Congo, Ecuador, Brasile con i bambini di Cernobyl e sono specializzati nell’aiuto alla popolazione infantile da 30 anni, dal 1991. “La nostra ONG è attiva in Palestina a Gerusalemme con padre Ibrahim Faltas (già custode in terra Santa, frate francescano egiziano che ha ricoperto ruoli importanti in Terra Santa e oggi direttore delle Scuole di Terra Santa), ora stiamo lavorando su Gerico per la costruzione di una scuola per i bambini palestinesi. Padre Faltas mi ha chiesto di aiutare Safwat e la sua famiglia, se ce la sentivamo di ospitarli in 48 ore, noi abbiamo risposto subito di sì. In 48 ore di tempo dovevamo trovare il visto, dove sarebbero stati ospitati e poi autorizzati dallo Stato. Per andare in Egitto da Gaza city ci vogliono 5.000 dollari a persona per 10 persone sono 50mila euro. Se entro 48 ore non riuscivi a trovare autorizzazione, gli egiziani ti prendono e ti riportano a Gaza“. Non è semplice uscire soprattutto ora e bisogna trattare di volta in volta. “Non ci conoscevamo prima. Avevamo a disposizione solo 48 ore e poi sarebbero stati riaccompagati nella Striscia. Io stavo andando in Palestina per capire come aiutarli, sono sbarcato a Tel Aviv e da lì ho lavorato con la sede di Terni e ci siamo riusciti. Lui doveva dimostrare chi lo avrebbe ricevuto in Italia, dove alloggiare, chi avrebbe sostenuto le spese e noi lo abbiamo fatto in 48 ore“.
Il comune di Polino si è reso immediatamente disponibile e con la rete di protezione dei rifugiati politici sono riusciti a uscire. La Fondazione ha fatto tutto in autonomia. Salvo poi impigliarsi nella burocrazia italiana: “ora la Prefettura ha approvato la richiesta di asilo ma si è liberato un posto a Catanzaro. Safwat e la sua famiglia si sono ambientati ad Arrone, hanno amici, due figli lavorano con l’associazione facendo il servizio civile nazionale, sono integrati e non vogliono muoversi“. E nel marasma delle iscrizioni elettroniche c’è la beffa: “quando ho dovuto fare l’iscrizione dai siti ufficiali la nazionalità palestinese non c’era quindi ho dovuto mettere nazionalità israeliana“.
“Siamo sempre presenti anche quando sono venute le famiglie da Gaza e portate al Gemelli, a Firenze, a Bologna. E lo facciamo sostenendo la funzione di padre Ibrahim che è trasparente e accorta“.