Una folla commossa ha salutato stamani per l’ultima volta il Cavaliere del Lavoro Paolo Urbani, l’imprenditore che, insieme al fratello Bruno, ha fatto di Scheggino la patria del tartufo nero. Nella
chiesa di San Nicola monsignor Eugenio Bartoli, delegato dall’arcivescovo Renato Boccardo, ha officiato la Santa Messa alla presenza delle più alte cariche civili e militari della Regione. Con il sindaco di Scheggino, la cittadina che Paolo Urbani ha contribuito a rendere famosa in tutto il mondo, c’erano tutti i sindaci della Valnerina, i parlamentari Bocci e Benedetti Valentini, il consigliere regionale Zaffini e alcuni imprenditori amici della famiglia fra cui Carlo Colaiacovo, Alberto Pacifici, Torquato Novelli e i fratelli Pitti e Zefferino Monini. Presente anche l’ex sindaco di Spoleto Massimo Brunini, amico di vecchia data degli Urbani. Tutti stretti, insieme agli amici e ai dipendenti, alla compagna di Paolo, la signora Pina, alla figlia Olga, al fratello Bruno con la moglie Ada e ai nipoti Carlo, Gianfranco, Luca e Francesco.
Un abbraccio profondo, a testimonianza della simpatia e della stima che l’imprenditore poteva vantare in quanti lo conoscevano. Monsignor Bartoli ha ricordato il loro primo incontro “nel 1976, quando Paolo mi raccomandò un ragazzo che doveva entrare in Comunità per disintossicarsi. Mi colpì il fatto che non espresse alcun giudizio sul tema della droga, che in quegli anni si prestava a facili commenti specialmente nei confronti dei tossicodipendenti”. Tra i due nacque una forte amicizia e l’azienda, da quale momento, ha cominciato a contribuire in modo significativo per la Comunità del Ce.I.S. fondata dal compianto Don Guerrino Rota. “Faccio a Paolo la richiesta di guardare da lassù affinchè il progetto di suo padre continui, che l’azienda possa rappresentare sempre nuove opportunità di lavoro per i giovani e persegua i fini sociali che ha perseguito”.
Dopo la preghiera dei fedeli, alcuni dei presenti hanno voluto leggere una lettera. A prendere la parola è stata dapprima una dipendente, poi il dottor Mario Mancini. Struggente il ricordo della figlia Olga alla quale Paolo Urbani era legato in maniera profonda. “E’ morta una parte di me” ha detto dall’altare “papà mi ha sempre voluto capace delle sfide più grandi ma il suo apprezzamento in campo professionale non arrivava. Solo nel momento in cui se n’è andato ho capito il perchè: voleva che diventassi forte, sempre di più, che fossi un giorno riuscita a respirare anche senza di lui. Lo sarò forte e insieme a Bruno, ada, Carlo, Gianfranco, Luca e Francesco continueremo in quel progetto partito tanti anni fa, uniti ancor di più perchè abbiamo lui dentro, nell’anima e nel sangue”. Poi, rivolgendosi alla signora Pina, ha aggiunto “loro sono stati l’esempio che l’amore può durare e crescere per tutta la vita”.
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