Trincee sul Vettore fanno luce sul terremoto che danneggiò il Colosseo e sui tempi di ritorno per il sisma di Norcia

Trincee sul Vettore fanno luce sul terremoto che danneggiò il Colosseo e sui tempi di ritorno per il sisma di Norcia

Studio sul sistema di faglie del monte Vettore unito a quelli di 20 anni fa rivela un tempo di ritorno dai 1500 ai 2100 anni per terremoti come quello del 2016. Ecco i risultati della ricerca

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Le trincee paleosismiche realizzate nella zona del monte Vettore dopo la sequenza sismica iniziata nel 2016 portano a scoprire nuovi aspetti della storia dei terremoti in Italia. Ed è così che partendo dai monti Sibillini e da Castelluccio di Norcia, una ricerca ha portato ad individuare nel sistema di faglie del monte Vettore – quella appunto che ha devastato il centro Italia con le fortissime scosse del 24 agosto, 26 e 30 ottobre tra Amatrice, Accumoli, Norcia e l’area di Visso – lo stesso da cui si originò il terremoto  che nel V secolo dopo Cristo danneggiò diversi monumenti di Roma, tra cui il Colosseo.

Gli esiti della ricerca guidata da Paolo Galli, sismologo del Dipartimento nazionale della Protezione civile e dell’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Cnr, e condotta con le università Sapienza di Roma e “d’Annunzio” di Chieti-Pescara sono stati recentemente pubblicati sulla rivista di settore “Tectonics”.


Trincee sul Vettore per studiare terremoto e pericolosità sismica


Il risveglio della faglia del dormiente monte Vettore (Terremoto Centro Italia 2016, Mw 6.6): indizi paleosismici sui suoi silenzi millenari” è il titolo dello studio firmato da P. Galli,  A. Galderisi,  E. Peronace,  B. Giaccio,  I. Hajdas,  P. Messina,  D. Pileggi,  F. Polpetta, provenienti rispettivamente da: Dipartimento della Protezione Civile Nazionale, Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Dipartimento di Ingegneria e Geologia, Università di Chieti ‐ Pescara, Dipartimento di Scienze della Terra, Università La Sapienza di Roma, Politecnico federale di Zurigo, Poseidon Engineering SA di Bellinzona (qui il testo completo in inglese dell’esito della ricerca).

Le nuove trincee scavate nelle rotture superficiali avvenute nel 2016 hanno permesso di definire cinque paleo-terremoti di entità simile, l’ultimo avvenuto in epoca tardo-romana, quando anche il Colosseo a Roma fu danneggiato. Unendo i risultati delle nuove analisi paleoisismiche con quelli pubblicati 20 anni fa, gli autori hanno scoperto che il tempo di ritorno per un terremoto di tale classe di magnitudo è di circa 1800 anni, con scarti di 300 anni.

Nella ricerca viene ricostruito quanto avvenuto a partire dal 24 agosto 2016, con il terremoto che ha provocato la morte di 299 persone interessando un’area tra Lazio, Umbria e Marche ed avviando una sequenza sismica che è ancora in corso dopo 2 anni, con le scosse poi del 26 ottobre e quella più importante del 30 ottobre. Tutte originate dal sistema di faglia del monte Vettore. “Nonostante quest’area sia classificata come zona sismica 1 (il livello più alto), – spiegano i ricercatori – potremmo dire che il terremoto è avvenuto inaspettatamente, almeno da un paio di punti di vista: uno relativo alla percezione umana del pericolo e l’altro relativo alla nostra conoscenza scientifica. Questo perché la prima scossa non è stata preceduta da alcuno sciame sismico, o anche da un singolo foreshock nei mesi precedenti, come talvolta osservato nella storia sismica delle forti sequenze italiane”.

Nell’articolo pubblicato su “Tectonics”, quindi, gli esperti hanno cercato di svelare la storia sismica dell’Olocene della faglia del monte Vettore, migliorando e integrando i risultati raccolti in precedenti analisi paleosismiche. Per farlo hanno scavato tre nuove trincee su altrettante tra le molte aperture di faglia verificatesi il 30 ottobre 2016, lungo la principale faglia antitetica del sistema di faglie del monte Vettore, la faglia di San Lorenzo, in attesa di studi e scavi futuri sulla faglia principale in piccoli bacini formati ad altitudini elevate, che dovranno essere effettuati trasportando un piccolo escavatore per via aerea.

Nelle conclusioni, quindi, viene ripercorso che il terremoto del 30 ottobre nell’Italia Centrale è stato originato dal sistema di faglie del monte Vettore lungo 30 km, una delle quattro principali storiche faglie normali silenti dell’Appennino. La faglia si è rotta in superficie per decine di chilometri, con picchi di 2 metri in alcuni punti. Analizzando la faglia antitetica di San Lorenzo, appunto, i ricercatori hanno ricostruito la storia sismica nell’Olocene del sistema di faglie del monte Vettore.

Complessivamente, sono stati rilevati sei eventi di fagliatura superficiale (incluso quello del 2016) avvenuti negli ultimi 9mila anni, con un periodo di ritorno medio di 1.800 anni ± 300 anni (quindi ogni 1500 – 2100 anni) per i terremoti di 6.6 Mw. Il penultimo evento è datato nel V secolo, con i ricercatori che lo associano al terremoto del 443 d.C., sentito fortemente fino a Ravenna, e che provocò seri danni fino a Roma, facendo crollare in parte il Colosseo. Con queste datazioni, a posteriori si potrebbe dire che il terremoto del 2016 non è stato così inaspettato come supposto in precedenza Infatti, il tempo trascorso dal penultimo evento (1573 anni) rientra nel limite inferiore del periodo di ricorrenza di tale classe di eventi. Definito anche il tasso di scivolamento del sistema di faglie del monte Vettore, con i dati principalmente derivanti dalle aperture di fronte al Pian Grande di Castelluccio. Sommando i valori della faglia principale con quelli delle faglie secondarie è stato ottenuto un valore massimo di 1,3 millimetri all’anno focalizzato nell’area che ha sperimentato anche il massimo slittamento cosismico (superficiale e in profondità) e il massimo momento di rilascio sismico.

“Se all’indomani del terremoto del 2016 è stato possibile affermare che il sistema di faglie del monte Vettore è una delle pochissime faglie al mondo che si sono rotte in superficie dopo che il primo scavo paleosismico ha rivelato la sua esistenza e quantificato la sua attività, – conclude l’articolo su “Tectonics” – ora possiamo concludere che questo tipo di analisi, quando unite con studi sul Quaternario, è ancora il modo migliore per indagare e caratterizzare in modo inequivocabile il comportamento sismico di una faglia attiva. Poiché i maggiori terremoti che minacciano l’Italia, e molte altre regioni del globo, si ripetono ogni centinaia o migliaia di anni, solo la paleosismologia può fornire tassi di accadimento a lungo termine necessari per la mappa nazionale sul rischio sismico. Sebbene possa sembrare ovvio, questo studio mostra chiaramente che la nostra percezione del rischio sismico, la capacità di previsione e quindi la pianificazione della mitigazione del rischio possono essere fortemente supportate dalla nostra conoscenza geologica del comportamento delle faglie attive”.

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