Se il Festival si "mangia" il virus | Analisi e speranze in attesa del weekend lungo di agosto - Tuttoggi

Se il Festival si “mangia” il virus | Analisi e speranze in attesa del weekend lungo di agosto

Carlo Vantaggioli

Se il Festival si “mangia” il virus | Analisi e speranze in attesa del weekend lungo di agosto

La gestione militare dell'evento, cosa fare e come fare, il compito di Monique Veaute e il programma di Spoleto63 | Il segno della rinascita
Ven, 15/05/2020 - 07:30

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Se il Festival si “mangia” il virus | Analisi e speranze in attesa del weekend lungo di agosto

Se con la pandemia ci siamo resi conto di avere un futuro tutto da decifrare, dovendo le scelte di oggi essere sapienti e misurate proprio in funzione delle mutazioni improvvise di condizione, al contempo abbiamo (forse) capito meglio cosa abbiamo lasciato, ed in alcuni casi, cosa ci siamo persi.

L’edizione del Festival dei Due Mondi 2020 sarebbe dovuta essere inevitabilmente il “canto del cigno” della gestione di Giorgio Ferrara, e già da più parti si poteva respirare, dopo la presentazione del cartellone, una certa attesa per un programma di sicuro interesse.

Ma anche chi fa dell’improvvisazione un’arte, si è dovuto arrendere all’imponderabilità del virus che ha tolto a tutti la misura del desiderio e del piacere, lasciando solo quella della necessità. Teatro, musica, danza, arti visive e figurative, racchiuse in un festival come il Due Mondi rappresentano da oltre 60 anni un momento di abbandono e di puro godimento della mente. Oltre naturalmente un notevole fatto economico, in alcuni casi decisivo per il territorio.

E i conti sono proprio quelli della serva, come si usa dire. Le nuove regole di convivenza civile impongono il distanziamento sociale e questo è forse l’unico enorme problema per un festival che si misura principalmente sul gradimento del pubblico e dei biglietti venduti.

Teatro Romano e Piazza Duomo

Confermato il weekend lungo di spettacoli di agosto, sperando nella ventilata ipotesi di un secondo appuntamento (forse anche nella settimana precedente a questa confermata) e lasciando da parte il capitolo teatri al coperto e dunque spazi come il Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, il Teatro Caio Melisso Spazio Carla Fendi o il complesso multispazio del Chiostro di San Nicolò, si può subito apprezzare cosa significa il futuro del Festival di Spoleto con il numero di posti disponibili al Teatro Romano e a Piazza Duomo, secondo le nuove regole:

Piazza Duomo 120 posti disponibili;

Teatro Romano 200 posti disponibili.

Stiamo parlando di due contenitori di spettacolo che da sempre rappresentavano, nel caso dei sold out, due spazi da oltre 2000 posti in Piazza Duomo e 7-800 al Teatro Romano.

La gestione del pubblico “manu militari”

E non saranno più gli stessi i riti all’interno degli spazi di spettacolo. Non sono più previsti cerimoniali di alcun genere (premiazioni, commemorazioni, presentazioni etc.), i biglietti saranno nominali e non cedibili, e il principale strumento di acquisto sarà necessariamente il web, relegando il rito del botteghino (rivendita, scambio, ritiro, last minute etc) ad un tempo che sembra essere di qualche secolo fa.

Fatto salva la diminuzione dei posti disponibili, la fila per l’ingresso (ma anche per l’uscita) avrà delle caratteristiche militari con tempi standard calcolati, turni di ingresso ai settori, assistenti che osserveranno il corretto distanziamento, altri operatori che misureranno la temperatura all’ingresso (limite massimo 37°) ed altri ancora che doteranno gli spettatori di mascherine e igienizzanti.

All’esterno degli spazi sarà presente, oltre il normale presidio del 118 al servizio dello spettacolo, anche una area per la gestione del rischio Covid-19.

Capitolo a parte la sanificazione degli spazi, anche questa gestita manu militari da stuoli di operatori che puliscono i singoli posti degli spettatori, prima e dopo, ma ovviamente si prendono cura anche degli artisti e dei camerini. Un impiego di personale che tecnicamente, solo per la frequenza di impiego e compiti assegnati, si raddoppia rispetto agli standard precedenti.

Per fare un esempio calzante, un palco per orchestra avrà bisogno di molti metri in più di sviluppo in lunghezza e larghezza e questo andrà ovviamente a ridurre la disponibilità del luogo (la distanza consigliata tra gli orchestrali è almeno 1,5 metri).

Il pensiero va immediatamente alla buca d’orchestra del Nuovo o del Melisso dove a questo punto le regole, se riconfermate anche per il 2021, potrebbero seriamente impedire l’esecuzione al chiuso dell’ opera lirica tradizionale, a meno di inventarsi la diffusione in teatro della partitura orchestrale che invece viene eseguita in diretta in altro luogo con i professori opportunamente distanziati. Dicesi, Fanta Opera!

Cosa fare e come fare

Nei giorni scorsi i lavoratori del Festival, e accodati con ritardo anche alcuni politici, si sono posti il problema di come gestire l’immediato in previsione anche del futuro.

Confidando nell’esperienza dei “teatranti” che ne sanno certamente più di chiunque altro, avemmo modo di concordare con loro sul fatto che una maggiore offerta di spettacolo, diluito anche su tempi diversi e non necessariamente consecutivi, avrebbe fatta la differenza, ricreando quel senso di presenza certa della manifestazione e non interrompendo di botto il fatto economico, che lo ripetiamo, a Spoleto ha una importanza determinante.

La stessa offerta artistica sarà da ora in poi improntata su misure differenti, perchè la distanza, lo spazio e un nuovo modo di osservare e godere dello spettacolo lo richiedono. Pensiamo infatti che questa crisi sia necessariamente anche uno straordinario momento di creatività e presto ne avremo la conferma.

Nel frattempo era assolutamente improponibile pensare che si potesse fare molto di più quello che si sta facendo, e Spoleto63 verrà ricordato negli annali come la più grande prova generale del nuovo corso dello spettacolo, post-pandemia. Si presta la città e i suoi spazi, ma si presta anche la capacità straordinaria della macchina festivaliera di fare fronte agli imprevisti. Una scuola antica e consolidata a Spoleto.

L’arduo compito di Monique Veaute

Chissà se Monique Veaute, neo Direttore Artistico del Festival, avrebbe mai immaginato di doversi mettere a fare il generale di campo a Spoleto per gestire le incombenze dettate dalla crisi pandemica.

Ci vorrà una discreta fantasia per trovare il modo di rigenerare artisticamente per il 2021, una macchina oliata su riti decennali come il Due Mondi.

E immaginiamo già che alla Veaute non verrà risparmiato nulla in termini di chiacchiericcio ozioso su “come era meglio ai tempi di…”, considerando che la prima cosa che si immola sull’altare della sicurezza, al tempo del virus, è proprio la ritualità dei ruoli acquisiti, “la fetida cancrena” come la definirebbe Filippo Tommaso Marinetti nel suo Manifesto del Futurismo.

Confidiamo nella storia personale del nuovo Direttore Artistico e nella sua capacità visionaria dimostrata in suoi precedenti lavori.

Nel frattempo prendiamoci quello che Giorgio Ferrara è riuscito a salvare del programma di Spoleto63.

Il lungo weekend di agosto del Festival

Brilla sicuramente il Concerto in forma scenica Le creature di Prometeo-Le creature di Capucci, con i costumi del grande stilista Roberto Capucci e musica di Ludwig Van Beethoven eseguita dall’Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova.

Non mancherà la parte glamour del Festival con l’arrivo di Monica Bellucci, che conferma la sua presenza al Festival con un reading di lettere e testi di e su Maria Callas, la divina. Regia di Tom Volf

La musica si riprende con forza la scena, con tutta la qualità esecutiva e interpretativa possibile. Sarà un concerto tutto da ascoltare quello della straordinaria pianista Beatrice Rana. Appena 27enne la Rana ha già vinto nel 2016 il prestigioso Premio Abbiati ed è una musicista acclamata a livello internazionale.

E per i fortunati 120 di Piazza Duomo grande attesa per il concerto finale con il ritorno dell’Orchestra Giovanile Cherubini diretta dal suo fondatore Riccardo Muti. Mai presenza fu più indovinata e simbolicamente ideale in un momento in cui la rigenerazione è necessaria e i simboli diventano appunto, determinanti. Qualunque sia il giudizio di gusto, il M° Muti è e rimane uno dei patrimoni culturali ed artistici di questo paese, testimoniato ed osannato in tutto il mondo e chiudere ancora una volta il Festival di Spoleto, nel 2020, non ne fa certamente un bicchiere mezzo vuoto!

L’augurio

Se dunque una mutilazione a causa della pandemia, come quella del programma di Spoleto63, può e deve diventare un nuovo inizio, una grande prova generale del futuro, ci piace chiudere ancora una volta con le parole di F.T. Marinetti e del suo Manifesto del Futurismo:

“…perchè dovremmo guardarci alle spalle se dobbiamo sfondare le porte misteriose dell’impossibile. Il tempo e lo spazio morirono ieri! Noi viviamo già nell’assoluto…”