San Feliciano 'terremotato' e 'profugo', le parole del vescovo Sigismondi - Tuttoggi

San Feliciano ‘terremotato’ e ‘profugo’, le parole del vescovo Sigismondi

Claudio Bianchini

San Feliciano ‘terremotato’ e ‘profugo’, le parole del vescovo Sigismondi

Gremita la chiesa della Madonna del Pianto, centinaia anche in processione | Ecco le foto
Mar, 24/01/2017 - 17:38

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San Feliciano ‘terremotato’ e ‘profugo’, le parole del vescovo Sigismondi

Anche San Feliciano ha vissuto la Sua giornata da terremotato, come la la Sua gente, come l’Umbria e la Valnerina, di cui è stato il primo evangelizzatore: San Feliciano, Patrono di Foligno, ha infatti trovato ‘rifugio’ nel Santuario della Madonna del Pianto, compatrona della città, essendo la cattedrale danneggiata a causa delle recenti scosse sismiche che hanno flagellato il centro Italia.

La chiesa di piazza Garibaldi non è riuscita a contenere le migliaia di persone, di tutte le età, che hanno voluto rendere omaggio alla statua argentea, simulacro del Santo. Una lunghissima scia di persone l’ha accompagnata anche in processione, lungo le strade del centro storico, con un percorso modificato ad hoc per l’occasione. Qualche velata polemica ed un pò di delusione per la mancata presenza dei caratteristici ceri, come anticipato ieri in anteprima proprio dalla nostra redazione.

Le celebrazioni hanno preso avvio questa mattina alle 11 con il solenne pontificale celebrato dal Vescovo di Foligno, Monsignor Gualtiero Sigismondi. Un’omelia incentrata sul delicato tema dei profughi, tanto che lo stesso vescovo ha definito San Feliciano come un profugo, o meglio, ‘un rifugiato sotto il mando della Vergine Maria’.

Presenti, in prima fila i sindaci di Foligno, Spello e Valtopina le città che fanno riferimento alla Diocesi folignate, nei primi banchi anche l’assessore regionale Luca Barberini e la consigliera provinciale Erica Borghesi oltre, ovviamente ad autorità civili, militari e religiose. Immancabile la delegazione quintanara, guidata dal presidente Domenico Metelli.

Ed ecco, il testo integrale dell’omelia pronunciata dal Vescovo Monsigor Gualtiero Sigismondi.

Fratelli carissimi, l’anima del nostro popolo è così legata al suo santo Patrono, Feliciano, che basta esporre la statua argentea, perché tutti, come devoto pellegrinaggio, accorrano a baciarne il piede. Quest’anno, a causa del flagello del terremoto, Feliciano ha trovato riparo nel Santuario della Madonna del Pianto. Più che versare nella condizione di sfollato, il nostro Patrono si trova nello stato di profugo, rifugiato sotto il manto della Vergine Maria. Questa circostanza mi suggerisce di proporre alcune riflessioni sulla questione migratoria che la Caritas diocesana affronta, in sinergia con le parrocchie e le istituzioni civili, con infaticabile dedizione. Molteplici sono le opinioni che un’emergenza così impegnativa solleva: paure, provocazioni, semplificazioni, alimentate da recenti atti terroristici, rischiano di annebbiare o disorientare una corretta lettura del fenomeno migratorio, che va sempre più assumendo le dimensioni di una drammatica questione mondiale. Le migrazioni non sono un evento nuovo, ma appartengono alla storia dell’umanità. La situazione attuale richiama alla mente l’arrivo, dentro i confini dell’Europa romana, di popolazioni diverse che ne avrebbero mutuato il disegno e il destino. In quel caso il fenomeno si è connotato come una vera e propria conquista militare oltre che politica e sociale; oggi si tratta di uno spostamento provocato non solo dalla ricerca di un lavoro dignitoso e di migliori condizioni di vita, ma anche e soprattutto dalla guerra che mette in fuga uomini e donne, anziani e bambini, costretti ad abbandonare le loro case con la speranza di salvarsi e di trovare altrove pace e sicurezza. La storia, maestra di vita, insegna che i grandi flussi migratori sono ineluttabili: cercare di regolamentarli è legittimo e anche necessario, ma volere impedirli innalzando muri e fili spinati è l’inizio della barbarie, soprattutto quando sono i bambini – “tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi” – a pagare il costo più gravoso, quello della separazione dagli affetti familiari. Nella riflessione sulla questione migratoria c’è posto per tutti: per chi è preoccupato della sicurezza e per chi dell’accoglienza; per chi desidera preservare identità e tradizioni e per chi vede con favore l’incontro delle culture; per chi non vuole mettere in discussione diritti acquisiti e per chi sostiene l’esigenza di una riforma degli stili di vita. “Non bisogna mai dimenticare – avverte Papa Francesco – che i migranti, profughi e rifugiati, prima di essere numeri sono persone, volti, nomi, storie. Per grazia di Dio pulsa ancora il cuore di un’umanità che sa riconoscere prima di tutto il fratello e la sorella, un’umanità che vuole costruire ponti e rifugge dall’illusione di innalzare recinti per sentirsi più sicura. Per essere veramente solidali con chi è costretto a fuggire dalla propria terra, bisogna lavorare per rimuovere le cause di questa drammatica realtà: non basta limitarsi a inseguire l’emergenza del momento, ma occorre sviluppare politiche di ampio respiro, non unilaterali. Prima di tutto è necessario costruire la pace là dove la guerra ha portato distruzione e morte”. La moltitudine immensa di persone coinvolte nel fenomeno migratorio ci impone di confrontarci sia con la questione dell’accoglienza, sia con il problema dell’integrazione. Il massiccio arrivo di stranieri ha bisogno di essere disciplinato e guidato secondo progetti concreti e realistici di inserimento: la “politica delle migrazioni” deve farsi promotrice di una “cultura delle migrazioni”. “Diversamente – avvertiva il card. Giacomo Biffi – non si farebbe che suscitare e favorire perniciose crisi di rigetto, ciechi atteggiamenti di xenofobia e l’insorgere di deplorevoli intolleranze razziali. Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione, che ha una sua storia, tradizioni vive e vitali, un’inconfondibile fisionomia culturale e spirituale. Compito primario e indiscutibile delle comunità ecclesiali è l’annuncio del Vangelo e l’osservanza del comando dell’amore. Di fronte a un uomo in difficoltà – quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo nella misura delle loro concrete possibilità”. A chi teme un’eccessiva “indulgenza cattolica” verso il fenomeno migratorio è doveroso ricordare che la storia cristiana è interculturale: da sempre vede in prima linea uomini e strutture della Chiesa impegnati a portare il Vangelo “fino agli estremi confini della terra”, promuovendo un efficace lavoro educativo che comincia sui banchi di scuola. È innegabile, infatti, che la sfida dell’integrazione passa nelle aule scolastiche, ove si impara a risolvere la contrapposizione tra identità e accoglienza e si educa a garantire la convivenza nella differenza. Non possiamo permettere che il rifiuto dello straniero si insinui nella formazione delle classi degli istituti scolastici, magari con la scusa di salvaguardare il livello degli studi.
Fratelli carissimi, i migranti hanno bisogno di noi, ma anche noi abbiamo necessità di loro in famiglia, negli ospedali, nelle parrocchie, nelle comunità religiose, nel mondo del lavoro, nei sistemi pensionistici che divengono sempre meno sostenibili senza il loro contributo. Studi recenti mostrano l’impatto positivo del fenomeno migratorio sulla demografia e sull’economia. È lecito chiedersi: come stiamo accompagnando sul piano sociale, culturale ed ecclesiale questo evento di così vaste proporzioni? Con un semplice conteggio numerico? “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Es 22,20). Fratelli carissimi, questo comandamento antico non ci colga in fallo nel giudizio finale: “Ero straniero e non mi avete accolto” (Mt 25,43). Il Signore ci chiederà se abbiamo fatto tutto il possibile per lenire la sofferenza di quanti hanno lasciato tre madri: quella che ha dato loro la vita, la madre patria e la madre lingua. I migranti attendono di essere riconosciuti nella loro identità di “patrimonio dell’umanità”! San Feliciano ci aiuti non solo a dare loro una mano, ma a porgere loro la nostra destra: stringere la mano, guardandosi negli occhi, “è il ponte umano primordiale, il ponte antisismico più sicuro”.

Foto: Guido ‘Messere’ Paternesi
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