Perugina, resa dei conti a ridosso del voto

Perugina, resa dei conti a ridosso del voto

Il tavolo al Mise aggiornato al 15 febbraio | Il nodo cassa integrazione e la scommessa al Bacio


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Ventotto giorni di tempo. Anzi meno, perché il vice ministro Teresa Bellanova ha riaggiornato al 15 febbraio il tavolo al Ministero dello Sviluppo economico per chiudere la vertenza dello stabilimento Perugina – Nestlé. Per quella data, dunque, azienda e sindacati, con la mediazione delle Istituzioni locali, dovranno aver raggiunto un accordo.

Accordo in campagna elettorale

La vertenza Perugina, dunque, avrà il suo epilogo, in un modo (l’auspicato accordo) o nell’altro (la temuta rottura delle trattative) nel culmine della campagna elettorale, a poche settimane dal voto del 4 marzo. Se salta tutto, la patata bollente (sul piatto ci sono i 364 esuberi dichiarati dalla multinazionale, ma sullo sfondo c’è soprattutto il futuro dello stabilimento di San Sisto, che attualmente occupa circa 900 dipendenti) se la ritroverà nelle mani il nuovo Governo.

Raggiungere un accordo, conviene dunque un po’ a tutti. Purché non appaia una resa per nessuno. Il vice ministro, con una lunga esperienza di sindacalista, ha concesso tutto il tempo utile per trovare la quadra. Che nei numeri non appare lontana. Lo è, invece, nella prospettiva. La Nestlé a Perugia vuole avere le mani più libere: una produzione stagionale richiede flessibilità. Il direttore relazioni industriali, Gianluigi Toia, ha ribadito il concetto: la stagionalità è strutturale ed anche un aumento della produttività e dell’efficientamento dello stabilimento non eliminerebbe la necessità di avere il personale concentrato soprattutto in alcuni periodi dell’anno.

Da qui la proposta di trasformare i contratti in part time per 150 lavoratori (al 50% e addirittura al 75%). Con l’impegno di favorire il ricollocamento di altre 80 unità in aziende del territorio. A queste uscite si aggiungono le 54 dei già concordati esodi incentivati, 3 ricollocazioni in altre sedi del Gruppo ed una trentina di prepensionamenti approfittando dell’ulteriore scivolo. Soluzioni, afferma l’azienda, “tutte incentivate, su base volontaria e immediatamente realizzabili”.

Il nodo cassa integrazione

L’estensione di un anno della cassa integrazione sarebbe la medicina per rendere meno amara la drastica cura dimagrante. Tutti la vogliono, anche se nessuno lo può dire apertamente. Tutti la vogliono, ma con diversi intenti. Per l’azienda, la richiesta di attivare ancora gli ammortizzatori sociali (che scadono il prossimo giugno) è di fatto la merce di scambio per ammorbidire le posizioni dei sindacati. Per questi, invece, è piuttosto un modo per prendere tempo, in attesa di trovare soluzioni che possano portare nuovo lavoro (e quindi più ore da contabilizzare in busta paga) nello stabilimento di San Sisto.

Istituzioni, un occhio al 4 marzo e uno al futuro

La Regione (presenti la governatrice Marini e l’assessore Paparelli, insieme al sindaco di Perugia Romizi) è preoccupata per gli scenari futuri: se le Istituzioni cedono di fronte al cambio delle carte in tavola dopo l’accordo dell’aprile 2016, in futuro la multinazionale potrà permettersi altri ribaltoni amari. Ecco perché, ai sacrifici sul versante degli esuberi, le Istituzioni cercano di incatenare impegni della multinazionale sulla qualità della produzione industriale a San Sisto e, conseguentemente, sulla tenuta futura dei livelli occupazionali.

E nel frattempo, Marini e Paparelli chiedono all’azienda cautela e correttezza, formale e sostanziale, nella gestione del rapporto con i lavoratori, in questa fase così difficile. Insomma: Nestlé non punti a dividere il fronte dei lavoratori. Come è avvenuto con le rapide trattative per gli esodi incentivati (poi congelate, pur con l’accordo già accettato dai diretti interessati) o con la visita a sorpresa effettuata lo scorso lunedì dal management.

Ricollocamenti, aziende cercasi

E si teme che un simile atteggiamento possa essere assunto in merito al prospettato ricollocamento di un’ottantina di unità presso altre imprese del territorio. E’ questo uno dei punti più controversi. Chi si impegna a trovare le aziende locali disponibili ad assumere i lavoratori usciti dalla Perugina? Nestlé, magari appoggiandosi al sistema Confindustria, o le Istituzioni locali, sfruttando qualche incentivo messo sul piatto dalla multinazionale?

Tutto sulla ruota del Bacio

Quanto agli sviluppi futuri, i manager Nestlé ribadiscono di puntare tutto sui Baci, la cui produzione resterà interamente in Italia. Ma quale sarà, in prospettiva, la produzione (e quindi le ore di lavoro) che i soli Baci, di fatto, potranno garantire? E comunque, puntare tutto in sostanza su un solo prodotto, anche se diventato ormai un brand conosciuto in tutto il mondo e legato in modo indissolubile al territorio di Perugia, alla lunga potrebbe rivelarsi un rischio.

Sindacati al bivio

Questi i dubbi dei rappresentanti dei lavoratori, usciti non proprio sereni dall’incontro del Mise. Perché l’accordo, salvo una bocciatura dei lavoratori, alla fine verrà trovato, prospettando il prolungamento della cassa integrazione straordinaria. Ma sarà comunque un limitare i danni.

La nota di Nestlé Italia

Non a caso, ben altro è l’umore della delegazione Nestlé. La multinazionale, con una nota diramata mezz’ora dopo l’incontro, parla di “importanti passi in avanti verso una soluzione positiva”. Ribadisce la volontà di investire i 60 milioni promessi nel 2016, di mantenere “tutte le persone interessate dal cambiamento del modello di lavoro”, offrendo “opportunità” a chi resta fuori.

A fare il punto sull’attuazione del piano di rilancio è Massimo Ferro, direttore Corporate Strategy: “Il Gruppo Nestlé nel 2016 ha definito gli investimenti e il tempo per fare di Perugina un hub internazionale per il cioccolato premium. L’innovativo piano per il rilancio del sito perugino rappresenta tuttora la migliore scelta per rendere sostenibile il business e prenderci allo stesso tempo cura di tutti i lavoratori impattati dalla trasformazione. Oggi abbiamo dimostrato, numeri alla mano – è la conclusione di Ferro – che con un piano responsabile e i giusti tempi è possibile arrivare ad una soluzione positiva in grado di unire la necessità di una riorganizzazione di un business e la tutela dei lavoratori coinvolti”.

Tradotto: se passa il nostro piano la Perugina di San Sisto continua ad esistere e possiamo mettere anche noi qualcosa sul piatto, altrimenti non consideriamo il business qui prodotto per noi conveniente e sostenibile. E si apriranno, questo non è scritto ma lo si comprende, scenari peggiori.

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