Pd atto primo: richieste di primarie, bordate ai finti civici e collante Salvini

Pd atto primo: richieste di primarie, bordate ai finti civici e collante Salvini

Prima riunione del gruppo convocato da Verini | Ignorata l’autoconvocazione “dei 104”

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Anche a queste latitudini lo spauracchio dell’arrivo delle truppe di Salvini è il miglior collante per un Pd litigioso e forse per un centrosinistra extralarge (nei simboli) come da tempo non si vedeva in Umbria. Sul come stare insieme, poi, le idee sono ancora molto diverse. Eppure, secondo la road map del percorso che il commissario del Pd umbro Walter Verini ha avviato lunedì sera al Park Hotel di Ponte San Giovanni, entro un paio di settimane si dovrebbe arrivare a definire alleanze e candidature.

Certo, nessuno si aspettava che da questo primo incontro e con le telecamere accese si dessero fuoco alle polveri. Anche perché coloro che hanno risposto all’appello di Verini (parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, capigruppo e segretari di partito delle città più grandi, oltre ai membri umbri degli organismi nazionali) l’idea di arrivare ad una tregua, se possibile, ce l’avevano quasi tutti in testa.

Primarie di coalizione

Anche il sindaco di Gualdo Tadino Massimiliano Presciutti, che aveva annunciato al gruppo “dei 104” di voler essere presente per manifestare il proprio dissenso alla linea intrapresa finora. E col suo modo schietto, tipico di quell’area appenninica “dove il Pd ha vinto ovunque“, lancia la sua proposta (tirandosi fuori, “continuerò a fare il sindaco per 5 anni“): primarie di coalizione per la scelta del candidato presidente ed anche per i candidati da mettere in lista. “Se non ora, quando?” si chiede Presciutti, spiegando che “nelle condizioni in cui siamo” i dem devono cercare di aggregare tutte le forze politiche per cercare di sconfiggere la destra.

Il civismo civetta

Anche le forze civiche, purché sia vero civismo, “non mascherato da altri scopi“. Ed attacca direttamente l’iniziativa di Luca Ferrucci (“membro della Direzione regionale del Pd“,  ricorda), inviando al tempo stesso un monito al commissario Verini perché non giochi di sponda: “Dimostriamo veramente di essere aperti, non con mezzucci, con i finti civici, magari ex assessori Pd“.

Un’operazione, quella del “Cantiere civico”, verso la quale, pur da sponde diverse, guarda con diffidenza per come sta nascendo anche il presidente di Anci Umbria, Francesco De Rebotti. E la sua critica verso l’alleanza che si va configurando, proprio perché non da oppositore, fa forse ancora più rumore. De Rebotti propone di invertire lo schema: è il Pd che deve catalizzare l’opposizione al centrodestra, chiamando la società civile alla condivisione di un suo Manifesto dei valori. Non il contrario, come sembra invece avvenire sulla base dei messaggi lanciati nelle ultime ore da movimenti civici e di gruppi politici, definiti “preoccupanti“, perché “tendono a marginalizzare il nostro ruolo, come soggetti da sopportare e poi da mettere da parte“. “Questi profeti – aggiunge – mi fanno incazzare“. E magari anche chi si affida alle loro profezie.

Questo il percorso prospettato dal presidente Anci per la scelta del candidato presidente, senza affidarsi “a queste fantomatiche figure civiche“. Perché, come nel film “Fuga per la vittoria” il Pd è chiamato ad una scelta: usare il tunnel per fuggire o provare a giocare il secondo tempo per rimontare lo svantaggio.

L’ombra di Sanitopoli

Dello scandalo Sanitopoli parla apertamente (senza ovviamente usare il termine di sintesi giornalistica) Tommaso Bori. Raccontando la sua storia (di paziente prima e di medico poi) all’interno dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. “Chi ha commesso errori o omesso controlli rischia di minare la fiducia di tutti” ammonisce. La fiducia verso gli operatori della sanità, ad ogni livello, così come quella verso chi ha amministrato per anni questa comunità. E allora, per Bori non basta “voltare pagina“, ma occorre “cambiare libro“.

Ma all’inchiesta, e soprattutto a ciò che è accaduto dopo, si invita a guardare anche sotto un’altra prospettiva. “Evitiamo di criminalizzare una parte del partito” rivendica il senatore Leonardo Grimani. Per il quale il Pd deve rilanciare i suoi valori fondanti in un Manifesto, scegliendo poi le persone più giuste per rappresentarli attraverso primarie aperte di coalizione. “I tempi ci sono” sottolinea.

L’autoconvocazione ignorata

Ma il commissario Verini, nella sua relazione di apertura, aveva già indicato quale sarà il percorso. “Sulle decisioni da prendere la sede sarà questa“. E così, di fronte al vice segretario nazionale Orlando, chiude ad ogni possibile riconoscimento dell’Assemblea regionale dem, considerata sciolta e comunque non punto di riferimento.  Senza mai citare l’iniziativa con cui una parte dei membri hanno chiesto l’autoconvocazione, Verini ribadisce che le decisioni saranno prese “insieme in sede collettiva“, attraverso questo organismo chiamato a coadiuvarlo.

Insomma, Verini intende ignorare l’autoconvocazione dell’Assemblea. In attesa che sia il nazionale a risolvere la questione anche sul piano formale. “E’ una domanda che va posta alla Commissione di garanzia” schiva il problema Orlando quando, prima dell’incontro, gli viene chiesto un chiarimento sullo scioglimento o meno dell’Assemblea umbra. E però, a proposito della possibile alleanza con forze civiche, il vice segretario  rimanda alle valutazioni “del gruppo dirigente che si è insediato e che si sta insediando“. Insomma, per Roma l’unica Assemblea è quella che ha chiamato a raccolta Verini.

Le incognite per i “104”

Anche perché il commissario umbro incassa le aperture che arrivano da parte dei bocciani possibilisti. Citando, positivamente, l’appello pubblico fatto da Donatella Porzi. A questo punto, la prossima mossa sta agli irriducibili: tornare al tavolo delle trattative o seguire le vie legali per far intimare da un giudice a Verini di convocare l’Assemblea. Oppure, terza via, accontentarsi di arrivare alla conta qualora il commissario accettasse di concedere le primarie di coalizione.

I “consigli” di Verini

Quanto alla coalizione che dovrebbe configurarsi per contrastare “la destra estrema di Salvini“, Verini offre “due consigli“: che il civismo sia davvero civico (“se qualcuno di noi è chiamato a firmare qualche documento, per favore non lo firmiamo“) e che in questa coalizione, allargata anche a chi “è più a sinistra” ed alle aree “più collegate al centro” il ruolo del Pd “sia centrale, decisivo“. Affermazioni che però evidentemente non rassicurano quanti temono che il Pd preferisca da queste parti giocare di sponda, con la benedizione della Segreteria e della Direzione nazionale.

La sindrome del centrodestra

A sentire tutti gli interventi, comunque, nessuno ci sta a darsi per vinto. Eppure Fabrizio Bracco, costretto ad uscire “dalla riserva“, mette in guardia dalla sindrome del centrodestra: “Litigavano per chi avrebbe fatto il consigliere di minoranza, senza porsi il problema di vincere“.

Niente trappolone, solo un colpo di testa

Il trappolone nei confronti del commissario Verini, comunque, non è scattato. Anche perché il terreno non era certo la Cambogia adatta alla guerriglia. E questo nonostante le avvisaglie iniziali, con la testata data da Verini sulla porta girevole all’ingresso del Park Hotel. “Ma è l’unico sangue che scorrerà qui questa sera” ci scherza su il commissario.

(Notizia in aggiornamento)

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