Liste in Umbria, i giochi di chi ha dato le carte

Liste in Umbria, i giochi di chi ha dato le carte

Così si è arrivati alla composizione delle liste in Umbria: i retroscena

share

Dalle 20 di lunedì, scaduto il termine per la presentazione delle liste, chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro. Al limite, può essere messo fuori qualcuno che si crede dentro, qualora venisse riscontrata qualche irregolarità. Ma i pianti non saranno ascoltati. La vendetta, eventualmente, va consumata nell’urna. Neanche tanto in segreto.

Il sistema elettorale è tale da dividere in due la campagna elettorale per la corsa a Roma. Prima ancora della competizione per accaparrarsi i voti, c’è la fase più cruenta, l’ordalia interna al proprio partito. E in Umbria, in questa prima fase, se ne sono viste di tutti i colori.

Poche le sorprese al fotofinish. Un’assenza importante in Forza Italia, quella di Pietro Laffranco. Senza esito la disperata missione a Roma della minoranza Pd per salvare il soldato Rossi. I grillini, per l’uninominale, mettono a segno colpi a sorpresa.  (Leggi tutti i nomi dei candidati)

Ma andiamo con ordine, per raccontare quanto successo, nei partiti, in questi ultimi tre, tribolati, giorni.

Pd, la Notte dei lunghi coltelli e il risveglio in Umbria

Matteo Renzi scende in campo (anche) in Umbria, dove sarà capolista per il Senato. E forse non è proprio il segno che il partito sia in salute da queste parti. Intorno a lui ha voluto tutti fedelissimi, facendo “strage” di orlandiani (Rossi e Cardinali), fassiniani (niente deroga per Marina Sereni, che però suona la carica continuando a sventolare la bandiera del partito) e potenziali dissensi vari. Quanto ai territori, l’Eden del suo Pd si deve cercare tra l’Alto Tevere e San Gemini. Da Città di Castello arriva la coppia assortita Anna Ascani – Walter Verini; la prima ha già il biglietto per Roma, il secondo deve scongiurare un tracollo del partito. Al terzo posto, su spinta di Guasticchi (via Lotti) la candidatura di bandiera della consigliera perugina Emanuela Mori.

L’area ternana è rappresentata dal sindaco di Fabro (nato a Città della Pieve) Maurizio Terzino. L’umbertidese Giampiero Giulietti vede il Senato; per arrivarci dovrà battagliare nel collegio Umbria 1. Più tosta, a sud, la sfida per Simonetta Mignozzetti, funzionaria della Prefettura di Terni, che il Pd ha convinto a tornare nell’agone della politica dopo le passate pulsioni civiche. Nel listino per il Senato, dietro a Renzi, sfilerà, in un elegante abito firmato Cucinelli, Nadia Ginetti, data troppo presto per spacciata. Lei non ha fatto piazzate, attendendo o un ripensamento da Roma, o una proposta alternativa. La divisa della polizia penitenziaria, comunque, non sarebbe tornata ad indossarla.

Leonelli e Marini tengono Bocci lontano da Perugia

Strada sbarrata per il sottosegretario verso il capoluogo regionale. I palazzi della Regione, dunque, continuerà a monitorarli attraverso i “suoi” consiglieri. Ma non ora, perché devono fare su e giù per la fascia appenninica a caccia di voti. L’asse Marini-Leonelli ha funzionato. La governatrice tiene lontano Bocci da Perugia e consuma la vendetta su Valeria Cardinali. Il segretario regionale ottiene quel posto al quale non aveva mai realmente rinunciato, neanche dopo l’annuncio urbi et orbi di non aver chiesto nulla. “Io non chiedo, ma se poi sono gli altri a darmelo…”. Il tutto è passato sopra la testa del segretario perugino Paolo Polinori, le cui doti divinatorie, almeno in fatto di indicazioni dei candidati, sono paragonabili a quelle del Mago Oronzo: non prendetelo come consulente per le puntate alla Snai.

Spine tra i cespugli

Dopo il brindisi di venerdì notte e le accuse arrivate da tanti territori (a Spoleto, dove si chiede subito la testa di Matteo Cardini, ma si mugugna anche a Orvieto, Narni, nella Media Valle, fino a Foligno) quella di lunedì è stata un’altra giornata dura per Leonelli, i cui strilli riecheggiavano da via Bonazzi fino alla vicina Corte di Appello, dove arrivavano, striminzite e a singhiozzo, le liste di appoggio. Quella social-ambientalista-prodiana è arrivata da Roma, visto che Silvano Rometti, dopo la mancata candidatura, si è messo a braccia conserte. E dai social ha commentato: “Prendiamo atto che in Umbria essendo tutti i candidati nei collegi uninominali espressione del Pd, la coalizione di centro sinistra che si è costituita a livello nazionale non esiste”. Ergo, si muovano quelli del Pd per cercare di mobilitare quel 3 per cento accreditato ai socialisti, ha mandato a dire. E la cosa potrebbe non finire qui.

Non sbraita Massimo Monni, che ha accettato il ruolo di portabandiere per la Camera di Civica popolare, la lista di Beatrice Lorenzin. Per il Senato il numero uno è Fabrizio Cicchitto. Bonino ha presentato la sua lista, ma i Radicali perugini la sconfessano, perché ci sono stati catapultati dal Centro democratico sardo Roberto Capelli e, da Roma, Alessandro Massari. Guaiti e Maori hanno riunito la segreteria che ha subito preso una posizione: braccia incrociate, durante questa campagna elettorale, anche per i Radicali perugini.

Terni, parla Renzi

Ma se a Perugia si strilla, a Terni si piange. Il fatto che Renzi, nella sua conferenza stampa post epurazione, l’abbia messa tra i due “dibattiti in politichese” la dice lunga sulla situazione del Pd nella città dell’Acciaio. Senza contare quanto poi successo, qualche giorno dopo, in Consiglio comunale. “Voglio dire un grazie speciale, visto che ci sono state tante polemiche – la premessa del Capo nell’affrontare il caso ternano – a chi, come Cesare Damiano, correrà nel collegio di Terni”. “Dove lui peraltro – aggiunge Renzi faticando a trovare le parole giuste senza violare la sfera privata dell’ex ministro del Lavoro – ha una questione… diciamo una dimensione anche personale che lo riguarda”. Renzi parla di Terni e non di San Gemini, che si ritrova ad essere improvvisamente “lu centru de lu munnu” del Pd provinciale ternano, avendo in lista anche il vice sindaco Grimani.

Quel Grimani che da Terni hanno provato fino all’ultimo a sostituire con Gianluca Rossi. Perché il senatore uscente, più che al collegio uninominale, giudicato a forte rischio, puntava ad un posto al sole nel listino proporzionale. Dire che l’area ternana sia calda per il Pd è un eufemismo. Ed il perché lo ha spiegato lo stesso Renzi: motivi socio-economici (“è una delle realtà nelle quali maggiore è la difficoltà del mondo occupazionale”) e politici (“difficoltà legate alla tradizionale area sinistra del partito“).

Cunningham Rossi e gli Orlandiani furiosi

La disperata missione domenicale romana per salvare il soldato Rossi è seguita ad un sabato di grande tensione nella città dell’Acciaio. L’orlandiano senatore uscente, ricostruito quanto accaduto nella notte nel bunker di Renzi, ha compreso di non essere stato mai, di fatto, una scelta contemplata seriamente. Nel rimpallo donna-renziana, uomo-orlandiano con cui ha ballato il collegio locale, sono stati fatti i nomi prima della segretaria Sara Giovannelli (che si è sfilata), poi dell’ex difensore civico Alessandra Robatto, che a dispetto del suo passato molto critico si è ritrovata dentro quasi fino all’ultimo, quando con un ribaltone è stato detto Damiano. Il nome dell’ex ministro l’ha fatto Orlando? O è una polpetta avvelenata che lo stesso Renzi ha gettato nel campo orlandiano, magari con la complicità di qualche esponente umbro? Rossi non la prende bene e con alcuni compagni passati in LeU (con cui si ritrova spesso a scambiare opinioni) manifesta il proprio sconforto, dicendosi pronto a lasciare.

Si sparge la voce che sta per lasciare direttamente il Pd, la prima defezione eccellente dopo la Notte dei lunghi coltelli. La notizia circola via whatsapp, finisce in una chat dove sono molti pontieri con LeU. Un esponente di primissimo piano del partito di Grasso in Umbria fiuta la possibile campagna acquisti. I grillini ternani, invece, si leccano i baffi, pensando ad una scorpacciata di voti di protesta proveniente dai delusi della sinistra Pd. Ma si mantengono le posizioni, sperando in una mediazione disperata. E quindi nel mirino finisce Orlando e la sua Dems. L’unico margine di manovra? Renzi l’ha detto, anche se si riferiva a Claudio De Vincenzi: uno spazio di recupero può esserci solo con le rinunce. La missione, domenica, diventa convincere il Capo a far dimettere Grimani, che ha però la benedizione di Lotti. Il tentativo disperato si risolve in un buco nel Tevere (e nell’Arno). Chissà se il personaggio preferito da Gianluca Rossi è ancora il mite Ricky Cunningham, come rivelò all’indomani della comparsata di Renzie da Maria De Filippi.

Liberi e Uguali (ma qualcuno è più uguale degli altri)

Chi era fuggito dal dirigismo renziano per approdare a LeU, almeno in Umbria, si è accorto di essere passato da un padrone all’altro. Muroni (Legambiente nazionale) capolista alla Camera, Maestri (Possibile, da Ravenna) al Senato. Decisi da Roma, punto. Il professore Mauro Volpi, l’anima umbra del “no” al referendum costituzionale, spiega in una lettera il suo rifiuto ad accettare le caselle rimaste, quarto alla Camera o terzo al Senato. Lontane anni luce dal posto buono (il primo) dal quale tentare con uno scatto di reni di superare l’asticella. Una corsa inutile che lo avrebbe anche obbligato a dimettersi dal coordinamento umbro per la Democrazia costituzionale. Volpi, con una lettera tutta, “abbraccia tutti” e saluta.

Il popolo umbro al Potere

Più a sinistra si brinda. La scelta di rappresentanti locali non solo appare “anti-sistema”, ma ha consentito di raccogliere in poco tempo le firme necessarie per presentare le liste. Enrico Flamini rivendica il “ruolo decisivo” di “compagne e compagni di Rifondazione comunista dell’Umbria”. Ed anche Rizzo riesce a presentare in Umbria le liste del Partito comunista.

I cinquestelle salgono in cattedra

C’era molta curiosità sulle scelte pentastellate per i collegi uninominali, dopo che i listini si erano formati, senza sorprese, con le conferme ai primi posti dei parlamentari uscenti premiati dal voto sulla piattaforma Rousseau. Trattative portate avanti con discrezione hanno fatto uscire, da quel cilindro che dovrebbe essere il buco nero della protesta, personaggi che, almeno sulla carta, hanno un pedigree di tutto rispetto. Molto si è pescato dal mondo accademico e della ricerca scientifica. Segno che i mal di pancia professionali, più che gli operai, oggi li hanno i giovani con la laurea. Dalla facoltà di Giurisprudenza, per il Senato, arriva la spoletina Francesca Tizi. La candidata per la Camera, a Perugia, è Paola Giannatakis, un profilo che poteva essere perfetto per il Pd: accademica (come il professore a lungo e invano corteggiato dai Dem) ed esperta di psicologia criminale. I pentastellati tentano il colpo sanità, schierando il cardiochirurgo Gino Di Manici Proetti. A Terni si punta all’ambiente, con il carabiniere forestale Marco Moroni (Senato) ed il presidente di Italia Nostra Orvieto, Lucio Riccetti, per la Camera.

Forza Italia, Modena versione Ferrari

Il primo ad ufficializzare la propria candidatura è il sindaco della Norcia martoriata dal terremoto, Nicola Alemanno. L’Ansa, da un anno e mezzo, ce l’ha a disposizione h24, e sceglie quindi la prestigiosa agenzia stampa nazionale per far sapere di aver accettato una candidatura che appariva scontata, dopo la benedizione di Berlusconi. Sarà secondo nel listino della Camera, dietro la coordinatrice umbra Catia Polidori. Raffaele Nevi, rimasto sempre certo di essere della partita, punta alla Camera dalla sua Terni, sperando nell’effetto domino innescato a sinistra. Tiferà per lui anche la perugina Maria Rosi, pronta a tornare in Regione. Da Perugia, intanto, sorride Fiammetta Modena, che con uno scatto si aggiudica il posto di capolista al Senato. Una scelta che lascia fuori Pietro Laffranco, che paga l’epurazione degli ex An, voluta da Berlusconi, ma soprattutto i giorni dell’intesa con Fitto. Naufraga così il sogno di Laffranco di affacciarsi, da parlamentare, dalla storica sede del Pd in piazza della Repubblica, semmai l’avesse acquistata per farne il suo ufficio. Ma più che per demeriti altrui, Modena la prima fila se l’è conquistata con l’operazione che nel 2014 ha portato Andrea Romizi a strappare la bandiera “comunista” da Palazzo dei Priori.

Lega, Cuore verde

Ci vuole un commissario del nord per riuscire laddove molti segretari umbri hanno fallito, cioè far candidare esponenti della propria regione. Il senatore Stefano Candiani pesca tra amministratori ed esponenti della Lega in Umbria: il suo vice (e vice sindaco al Comune di Nocera Umbra) Virginio Caparvi, capolista alla Camera; Luca Briziarelli, dal Trasimeno, per il Senato. E poi i due collegi uninominali, che nei numeri sono stati assegnati alla Lega dal triumvirato Silvio-Matteo-Giorgia, ma nei nomi la scelta è stata locale: Augusto Marchetti per l’Umbria est alla Camera e per la corsa verso il Senato, a sud, il nuovo acquisto Donatella Tesei. E’ questo il nome che ha fatto tornare i conti al centrodestra umbro, utile come il Pi-greco. Che comunque, per rispetto alle leggi della fisica, ha anche una quarta gamba, Noi con l’Italia – Udc capeggiato dall’intramontabile Sandra Monacelli e dal vice direttore di Avvenire, Domenico Delle Foglie.

Zaffini e Prisco a braccetto come fratelli (d’Italia)

Delle sgomitate tra padani e azzurri approfitta Fratelli d’Italia, che a dispetto dei numeri strappa il secondo collegio uninominale. Un risultato che premia il paziente lavoro di Zaffini, che al derby fratricida col perugino Prisco ha preferito giocare la carta della collaborazione. Ottenendo non solo di poter avere un posto nei duelli sia per lui sia per Prisco (Zaffini all’uninominale Senato 1, l’assessore della giunta Romizi al collegio Perugia – Trasimeno per la Camera) ma anche di avere il via libera per i listini del proporzionale già venerdì sera, nell’incontro con Giorgia Meloni. La leader manda in Umbria l’ex ministro, con Berlusconi, Antonio Guidi, scelta che Zaffini accoglie con parole di soddisfazione: “Ben felici di avere come capolista al Senato una personalità di grande qualità ed esperienza”. Dietro l’ex ministro, la vice coordinatrice regionale Manuela Beltrame, l’assisano Moreno Fortini, già assessore con Bartolini e Ricci, l’eugubina Ernesta Cambiotti. Il listino per la Camera sarà guidato da Prisco, con Eleonora Pace, l’avvocato folignate Marco Cesaro e la presidente del Consiglio comunale di Todi Raffaela Pagliochini.

Affollamento a destra

In fondo a destra si va, come di consueto, in ordine sparso. Il Popolo della famiglia si presenta con Gabriella Mailia e Claudio Iacono capilista a Senato e Camera. A cui si aggiungono, nei collegi, Marco Sciamanna, Paola Caldarelli e Diego Esposito. CasaPound presenta listini ridotti, con Davide Di Stefano alla Camera e Andrea Nulli al Senato. Filangeri, Serrani, Ribeco, Andreani, Capogrossi i magnifici cinque per i duelli all’uninominale. Forza Nuova, sotto il simbolo-slogan Italia agli italiani, arriva prima alla Corte di Appello, dove deposita le liste guidate da Osvaldo Cembali e Massimiliano Argenio. Per il Senato, a Perugia, schiera Fulvio Carlo Maiorca, già candidato alla presidenza della Regione. Gli altri quattro candidati all’uninominale sono Trombetta, Salvatori, Conticiani, Scarabattoli. Al Senato, e solo al Senato, ci sono anche i Forconi: il più arrabbiato, tanto da meritarsi il posto da capolista, è Pietro Biscaldi.

Gli altri in cerca di un colpo… d’Ala

Squadra al completo per il Partito valore umano, costretto però a giocare con la carta carbone per stendere le liste. Leonardo Ranieri Triulzi e Franco Valentini guidano la difficile volata. Un colpo d’Ala i seguaci di Verdini, che ha sdoganato il marchio Pri, lo cercano in Umbria puntando su Federico Salvati e Sandro Colaiuda. Giovani imprenditori provano a fare “10 volte meglio” area indicata come erede dell’esperienza di Fare per fermare il declino. Nella Democrazia Cristiana, infine, c’è un solo uomo al comando (di se stesso): Paolo Pizzichini.

Gli attacchini dei partiti, se ancora ci sono, possono preparare colla e spazzolone.

Modificato il 31 gennaio, alle ore 21:09

share

Commenti

Stampa