Il Minotauro contemporaneo convince il pubblico del Festival | Applausi a scena aperta | Pochi Vip a Spoleto

Il Minotauro contemporaneo convince il pubblico del Festival | Applausi a scena aperta | Pochi Vip a Spoleto

La compositrice Silvia Colasanti strappa applausi anche agli amanti del melodramma | Cast e musicisti all’altezza delle aspettative | Apprezzamento anche per regia, scene e costumi

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La grande attesa per l’oggetto del desiderio che per alcuni mesi è stato Minotauro di Silvia Colasanti, opera nuova commissionata dal Festival dei Due Mondi per l’apertura della 61ma edizione, è terminata ieri sera, 29 giugno, un secondo esatto dopo aver preso in mano il libretto di sala gentilmente offerto dalle mascherine nel foyer del Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti.

Il libricino in questione è stato approntato con una copertina lucida riflettente, a mo di specchio, che ha reso tutti gli spettatori a loro modo, Minotauro. Ognuno, prima ancora di andare a scoprire il contenuto del piccolo, compendio operistico, ha avuto modo di scrutarsi almeno una volta attraverso un riflesso velato non perfettamente nitido, con il desiderio magari di percepirsi meglio.

Il Mito del mostro incolpevole e della natura che cambia

Se nella messa in scena del Minotauro festivaliero, basato sulla ballata di Friedrich Durrenmatt Minotaurus, uno dei temi portanti è stato esattamente quello del superamento della propria condizione personale rispetto al giudizio degli altri, frutto di ciò che gli occhi vedono ma che il cuore non percepisce più, e se l’inganno è il solo motore di questo percorso accidentato tra anima e natura, allora il lavoro di Silvia Colasanti supera di slancio ogni possibile asprezza tanto da non descrivere più il labirinto come luogo di punizione per un essere mostruoso, metà bestia e metà uomo che per il suo “se” è assolutamente incolpevole. Il labirinto di Minotauro assurge a contenitore perfetto, un luogo dove tutto è possibile, inclusa la trasformazione animica del mostro.

Gli specchi, per il Minotauro di Durrenmatt, sono una tortura ma anche un percorso virtuoso che alla fine condurrà il mostro a guardarsi e scoprirsi dentro con grande stupore. In quell’esatto momento, nel punto più alto della sua umanità, l’essere rinato proverà anche la grande sofferenza del tradimento, dell’inganno nei sentimenti, che mai come oggi e in questo caso è parte dell’umanità tutta.

Una morte sacrificale, quella del Minotauro per mano del complotto ordito da Arianna e Teseo, che salverà delle vite tra le vittime ateniesi prescelte da Minosse per placare la fame del mostro, ma che butterà nella spazzatura il vero miracolo della natura umana: la morte e la rinascita a se stessi, L’Homo Novus, parafrasando, che non verrà capito ma anzi ingannato e tradito fino alla morte per mano di umani che non hanno fatto pace con la loro natura animale.

Minotauro, opera contemporanea

Quello che abbiamo visto a Spoleto per il tradizionale appuntamento di apertura del Festival dei Due Mondi, è uno splendido lavoro con una speciale sintonia tra le varie componenti fattive di un opera lirica.

A voler cercare qualcosa che fosse fuori posto, si fa fatica a trovarla. Con più di 8 minuti di applausi scroscianti in chiusura di sipario, due lunghi applausi a scena aperta e un consenso pressochè unanime tra gli spettatori all’uscita del teatro, si può dunque ben dire che c’è vita oltre il melodramma.

Non ci azzardiamo nemmeno minimamente a commentare la scrittura musicale di Silvia Colasanti. Prendiamo atto invece che la compositrice, il “Mozart italiano” come affettuosamente e anche un pò gigionescamente la definisce Giorgio Ferrara, è una straordinaria artefice della scrittura musicale contemporanea, un suono che produce evocazione, che è oltre la sola riproduzione della nota per mezzo di uno strumento.

A questo contesto del racconto che potrebbe essere fatto solo di musica, si associa poi un grande lavoro nella scrittura del libretto grazie alla compattezza drammaturgica di René de Ceccatty e dello stesso Giorgio Ferrara che firma in questa edizione anche la regia e la scenografia.

Abbandonato il senso geometrico, ma anche pauperistico, delle esecuzioni mozartiane dei tre anni precedenti, affamato di essenzialità onirica anche nella rappresentazione scenica, rinunciando alla ricchezza progettuale da premi Oscar alla Ferretti-Lo Schiavo, il labirinto di Specchi del Minotauro festivaliero è quasi un lusso. Un luogo di grandi profondità, di abissi spirituali e di grande impatto visivo per il pubblico che non fiata e non emette nemmeno il classico colpo di tosse per più di 30 minuti dall’inizio della rappresentazione. Il resto lo faranno le luci efficacissime di Fiammetta Baldisseri e gli strampalati, metafisici, affascinanti costumi di Vincent Darré. Un vero colpo d’occhio, propaggini di colore e consistenza che sostengono la sorte umana nel labirinto. Così come la citazione delle cofane barocche che nel caso di Minotauro raggiungono vette inenarrabili. Sono anni che sui costumi non si sbaglia un colpo a Spoleto.

>>> Le foto dello spettacolo

L’Empatia mostruosa

Entrare in sintonia con il Minotauro spoletino è una vera fatica. Si cerca nei primi quadri disperatamente di capire da che parte aggrapparsi. Ma il miracolo della rinascita ha i suoi tempi e con un percorso empatico con lo stesso mostro sul palcoscenico, il pubblico del Nuovo si avvia verso lidi in cui musica, coro, orchestra, sapientemente guidati da Jonathan Webb, diventano porti sicuri.

Nei primi 6 quadri (l’opera è composta in totale di 10 quadri per quasi un ora di esecuzione), si è in una sorta di Inferno dantesco, proprio come quello del dodicesimo Canto della Divina Commedia dove il sommo poeta posizionò il Minotauro, che nella visione  di Dante è un essere totalmente irrazionale a guardia del Girone dei Dannati.

Ma Durrenmatt, che forse come Kant non credeva nel male come caratteristica fondante dell’umano, aggiunge all’irrazionale mostruoso una buona dose di istinto così che  il Minotauro intravede una luce, tra una strage di ateniesi e l’altra, che potrebbe guidarlo verso un nuovo luogo di elezione, magari fuori dal labirinto stesso.

Ed è qui che si compie il miracolo della musica che trasforma i linguaggi e li rende addirittura inconsistenti. E’ solo la scrittura musicale di Silvia Colasanti che come in un rito religioso eleverà il Minotauro da carnefice a vittima sacrificale.

Di una bellezza struggente il Coro degli Uccelli, una sorta di coscienza del mostro,  nell’ aria della Luna del quadro 6, subito seguita dalla lotta del Minotauro con se stesso nel quadro 7, “Bocca, labbra, denti, lingua, ora siete altro. Un volta eravate solo abisso della fame…”. Un oratorio laico dai grandi rimandi storici.

Nel quadro 8 Arianna fa il suo ingresso nel labirinto ed è, in rapida sequenza, il segno della fine per il mostro. Arianna è il barlume di luce che rischiara l’istinto sopito. E la musica di Silvia Colasanti è in simbiosi con il pubblico in sala che ha capito come stanno per evolvere le cose. Con un tono vagamente pucciniano, il dramma umano del Minotauro sta per compiersi per mano di Teseo, che identico a Minotauro crea il grande inganno costruito sulla parola “amore”. Dirà Teseo, “Minotauro, portiamo un messaggio d’amore”. E subito gli fa eco Arianna, “Minotauro, portiamo la luce di un mondo nuovo senza né odio né sangue, ma solo amore che langue”.

I quadri 9 e 10 son pieni di un pathos che consente all’opera di essere un percorso compiuto.

Una prece del Coro degli Uccelli accompagna nel quadro 10 la transizione del mezzo mostro in umano compiuto. Ed il sipario può scendere sulla tragedia della menzogna fattasi verità.

Il cast, il coro e l’Orchestra

Il Minotauro di Spoleto61 rende giustizia di una enorme fandonia detta per molti anni a seguire sul fatto che giovani e sperimentazione fossero assenti dalla mente artistica di Giorgio Ferrara.

Come a voler fare meglio di Totò e Peppino nella famosa lettera alla malafemmina “Abbondandis in abbondandum “, il Direttore Artistico nel Minotauro si supera e in un colpo solo piazza in questo lavoro tre cantanti giovanissimi e di una bravura vibrante. MinotauroGianluca Margheri (Baritono), AriannaBenedetta Torre (Soprano) e TeseoMatteo Falcier (Tenore), che nel loro pur breve spazio cantato hanno mostrato doti canore e attoriali robuste anche dal punto di vista tecnico.

Commoventi i ragazzi poco più che 20enni (il primo violino ha solo 19 anni) dell’Orchestra Giovanile Italiana che sotto la guida esperta di Jonathan Webb hanno eseguito l’opera, certamente non semplicissima dal punto di vista della partitura, con consumata maestria.

Altrettanto bravi i membri dell’ International Opera Choir di Gea Garatti, vecchia conoscenza festivaliera. Ed infine un plauso ai ragazzi diplomati dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” che si sono prestati con entusiasmo a interpretare le vittime ateniesi.

>>> Chi c’era alla prima

Vip, Foyer e scaramanzie

Un po’ sottotono il parterre della Prima di quest’anno, che ha visto al suo esordio il neo sindaco e presidente della Fondazione Festival Umberto De Augustinis, accompagnato dalla moglie Emilia Bellina. Immancabile la presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, presente insieme alla presidente dell’Assemblea legislativa regionale dell’Umbria, Donatella Porzi. Tra i parlamentari freschi di nomina, Donatella Tesei, Raffaele Nevi e Walter Verini. Presenti anche il questore di Perugia Bisogno, il prefetto di Perugia Cannizzaro ed il suo predecessore Cardellicchio, il procuratore generale Fausto Cardella. Per la Fondazione Fendi c’erano la presidente Maria Teresa Venturini Fendi e Anna Fendi. Sempre partecipi ed entusiasti il Presidente della Fondazione CaRiSpo, Sergio Zinni e l’Avv. Salvatore Finocchi. Immancabile Giuliano Ferrara con la moglie Anselma Dell’Olio.

Anche quest’anno, poi, non mancava Gianni Letta, habitué del Festival, con la moglie Maddalena. L’ex sottosegretario al suo arrivo ha commentato l’elezione a sindaco del dottor De Augustinis, che conosce molto bene: “E’ una persona straordinaria, sono contentissimo che abbia vinto, ho lavorato con lui tanti anni, è una persona di grandissimo valore, un magistrato integerrimo, una persona di grande rigore morale e grandissima competenza, sono convinto che farà molto bene a Spoleto“.

Per la cronaca scaramantica, ad uso teatrale, sono tornati i mocassini rossi ferrariani. Questa volta non più in suede, ma di nappa conciata con l’arricchimento delle fibbiette laterali. Il Ferrara mozartiano “Ognor vezzoso” detta ancora la linea. Per la treccia d’aglio, estremo rimedio, c’è ancora tempo. I menagrami di giro non sembrano avere ancora la meglio.

Riproduzione riservata

Ha collaborato, Sara Fratepietro

Foto applausi finali: Tuttoggi.info (Carlo Vantaggioli)

Foto di scena: MLaura Antonelli

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