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I commercianti umbri bocciano la manovra. Quattro “no” al decreto e un appello ai parlamentari regionali

Redazione

I commercianti umbri bocciano la manovra. Quattro “no” al decreto e un appello ai parlamentari regionali

Mer, 24/08/2011 - 17:40

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“Aumento dell’Iva, provvedimento 'tagliaponti', liberalizzazione totale di orari e aperture dei negozi, sostegno alla contrattazione di prossimità: sono queste le quattro misure della manovra anti crisi approvata con decreto dal governo, bocciate oggi da Confcommercio.

“Se approvate in sede di 'miglioramento' della manovra d’agosto attualmente in discussione, peserebbero come macigni sui settori del commercio e del turismo”, scrivono i commercianti in un comunicato.

“Gli imprenditori di questi settori, già chiamati a misurarsi con una crisi senza precedenti, chiedono ai parlamentari umbri di farsi portavoce delle loro preoccupazioni e di adoperarsi perché queste quattro misure non siano approvate”.

L’appello ai parlamentari umbri è di Aldo Amoni, presidente della Confcommercio regionale, che spiega, una alla volta, le ragioni dei quattro No.

“L’aumento dell'Iva di un punto percentuale per tutte le aliquote – sottolinea Amoni – produrrebbe effetti depressivi sull'intero sistema economico, affosserebbe i consumi e ridurrebbe di oltre un punto percentuale il Pil azzerando le già basse previsioni di crescita della nostra economia, colpirebbe i redditi medio bassi ed indurrebbe inflazione. Sarebbe invece necessario ed urgente fare leva su processi di riduzione della spesa pubblica, di contrasto e recupero di evasione ed elusione, allo scopo di trovare le risorse indispensabili per sostenere la crescita”.

Confcommercio dice No anche al provvedimento secondo il quale le feste infrasettimanali non religiose sarebbero accorpate, non solo alla domenica ma anche al lunedì seguente o al venerdì precedente.

“Concordiamo con le nostre Federazioni nazionali del turismo, secondo le quali cancellare i “ponti” sarebbe un colpo basso per il settore”, aggiunge Aldo Amoni. “Specialmente in regioni come l’Umbria, che non offrono soggiorni lunghi al mare o in montagna, le vacanze brevi durante l'anno rappresentano una alta percentuale di fatturato per le imprese turistiche”.

Calendario 2012 alla mano, l’Ufficio Studi Fipe (Federazione italiana dei pubblici esercizi) – Confcommercio ha calcolato in una “forchetta” tra i 4,2 e i 4,9 miliardi le perdite per il settore turistico.

Sulla base dei flussi turistici passati, è stato ipotizzato che nel periodo tra il 25 aprile e il primo maggio si spostano in media circa 9 milioni di persone, il 15 per cento della popolazione, che con il taglio del ponte non si sposteranno più perché “costrette” a lavorare.

“A giustificazione del provvedimento – osserva Amoni – non convincono le motivazioni relative al presunto aumento di produttività; illustri economisti hanno sostenuto infatti che l’effetto potrebbe essere addirittura negativo”.

Terzo NO di Confcommercio in relazione alla misura che estende le aperture dei negozi a tutto il territorio nazionale. “La misura è sbagliata nel metodo – continua Amoni – perché maturata senza confronto con il mondo delle imprese e del lavoro, e nel merito perché invasiva delle competenze delle Regioni in materia di disciplina del commercio e perché non riconosce i già elevati livelli di servizio assicurati dal modello italiano di pluralismo distributivo. Il commercio è uno dei pochi settori liberalizzati dal '98 e tutta la distribuzione offre elevatissimi livelli di servizio tanto nei giorni feriali che festivi, in linea con gli standard europei, e in molti casi anche migliori: questo avviene secondo regole discusse con Regioni ed enti locali. Questa misura non aiuta né le imprese né tanto meno i consumatori. Negozi sempre aperti porteranno di sicuro maggiori costi, ma non certo maggiore ricchezza”.
Quarto No di Confcommercio, infine, in materia di lavoro e contrattazione “di prossimità”.

“Il Ccnl del terziario, distribuzione servizi, recentemente rinnovato – conclude Amoni – ha già puntualmente regolato i rapporti tra contratto nazionale e contratto di secondo livello. Lo ha fatto tenendo in debita considerazione le differenze tra contratto aziendale e territoriale, tra situazioni che si possono verificare nelle grandi imprese e quelle che più tipicamente attengono alle piccole, piccolissime e medie imprese, individuando le materie su cui intervenire e le casistiche collegate. Lo ha fatto, infine, lasciando alle parti tempi e modi con cui intervenire, con un meccanismo che da un lato consente direttamente alle aziende, nell'ambito delle loro relazioni sindacali, la regolazione più efficace e aderente alle loro specificità, dall'altro scongiurando il rischio di una automatica disapplicazione del Ccnl, con conseguenti situazioni di dumping, che danneggiano non solo i lavoratori, ma anche le aziende che rispettano le regole”.

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