Gli architetti di "Ofarch" ringraziano il Festival Pianistico e si mettono a disposizione per la "città del futuro" - Tuttoggi

Gli architetti di “Ofarch” ringraziano il Festival Pianistico e si mettono a disposizione per la “città del futuro”

Redazione

Gli architetti di “Ofarch” ringraziano il Festival Pianistico e si mettono a disposizione per la “città del futuro”

Mer, 22/05/2013 - 09:30

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di Ofarch_Officina d'Architettura

Ofarch_Officina d’Architettura ringrazia il Festival Pianistico, gli organizzatori, il Maestro Egidio Flamini per l’accoglienza rivolta nell’ambito del Festival edizione 2013. In particolare si ringrazia per l’occasione speciale che si è data all’incontro della musica e dell’architettura. Con questa breve nota Ofarch vuole ribadire la sua disponibilità e impegno a rilanciare l’architettura nella costruzione della città del futuro. A questo scopo vi sottoponiamo alcuni tratti dell’intervento tenutosi nell’ambito del convegno Architettura e musica “l’armonia dello spazio”, dal titolo “Architettura dissonante”, riflessioni sulla città. Riflessioni che abbiamo presentato sottoforma di documento e video sulle possibili trasformazioni urbane della città contemporanea “giocando” con architetture realizzate e pensate per altri ambienti urbani d’Italia e d’Europa.

Abbiamo sostanzialmente osservato, come farà certamente e quotidianamente chiunque abita la città costruita dagli anni ‘60 ad oggi, quella che più comunemente si può richiamare “periferia” e per molti tratti città consolidata. Si tratta di una riflessione se volete scontata e penso comune a molte, se non tutte le realtà urbane italiane, che hanno visto il processo di espansione della città a partire dalla città storica. Molto spesso il processo di crescita, che è sotto gli occhi di tutti, si è basato su logiche diverse: dalla necessità di ricostruire, dalla necessità di dotare le popolazioni di una casa, da processi speculativi, di crescita e di sviluppo; logiche e processi che restituiscono ai più, una immagine di città disordinata che difficilmente si riesce a collocare in un rapporto virtuoso tra arti, quali la musica e l’architettura. Non si tratta di rilevare, quindi, tentativi mal riusciti di sinergia tra arti, ma piuttosto di registrare come nel recente passato, questo tipo di approccio alla formazione della città si sia perso a favore di logiche che pensiamo più difficilmente possano portare ad una qualità dell’ambiente urbano così come si è verificato, in passato nella città storica, dove in molti riconoscono che i rapporti tra architettura, scultura, pittura, musica e poesia sembravano essere dominanti.

La logica compositiva e distributiva della città contemporanea per lo più delle periferie, che possono al loro interno contenere una molteplicità di città, ancorchè costruita da pieni e da vuoti che si alternano, in via generale ha seguito le regole dello zoning monofunzionale o le logiche distributive dei percorsi viari. Il nostro punto di osservazione si è concentrato nelle prime espansioni oltre la città storica, oltre la città consolidata, pertanto lungo le direttrici viarie della via Flaminia vecchia, di Viale Guglielmo Marconi. Tale riflessione non vuole essere una critica distruttiva, ma semplicemente una lettura della discrasia generata da un certo momento storico-culturale di questo paese che ha prodotto una città dove il ruolo ritmico dell’alternanza di pieni e di vuoti generatore di ordine urbano ha sempre di più lasciato il passo ad una città in cui difficilmente domina il disegno urbano, la qualità dell’architettura, assonante o dissonante, a favore di logiche distributive di rendite urbane e un susseguirsi caotico di spazi aperti e volumi pieni privi di uno spartito di fondo. Sintomatico di questa discrasia, di questo distacco dalla logica compositiva, è il dibattito ormai pluridecennale che ruota intorno al recupero e alla riqualificazione delle periferie urbane. Nella stragrande maggioranza della letteratura che si occupa della lettura delle città si utilizzano terminologie e definizioni che identificano questa parte di città come la città perduta, la città generica, lo sprawl urbano, i non luoghi, la perdita della città pubblica, la privatizzazione della città, la non città…

Altrettanto sintomatico è che in questo dibattito e soprattutto nelle politiche pubbliche per la città si parla sempre di più non solo di riqualificazione urbana ma anche e soprattutto di rigenerazione della città, ovvero della necessità di riavviare programmi multidisciplinari che possano incidere sulle periferie urbane non solo sulla riqualificazione e/o sostituzione del costruito e la qualificazione dello spazio pubblico, spesso assente, ma anche di incidere sul tessuto socio-economico, di incidere pertanto non solo sui contenitori ma anche sui contenuti. Le logiche espansive sempre più verso l’esterno, al confine, anch’esso perduto, tra città e campagna, hanno generato situazioni periurbane confuse tra attività prettamente urbane e attività agricole, hanno generato fenomeni di marginalizzazione di aree periferiche, assenza di spazi pubblici fruibili, qualità diffusa di attrezzature e di servizi. La nostra lettura cerca di guardare oltre il singolo edificio, oltre la nota stonata, cerca di guardare alla composizione generale senza individuare un ordine ritmico o meno, senza individuare la logica sottesa all’insieme. Da questa riflessione il nostro sguardo non può non soffermarsi anche sul particolare, sulla singola nota, che ci appare come una ulteriore stonatura, come una ulteriore occasione perduta. E non possiamo porci l’interrogativo più che mai attuale: dov’è l’architettura? Che ruolo assume nella costruzione condivisa della città? Non abbiamo certamente la presunzione di fornire risposte a tali interrogativi ma solamente rilanciare ulteriori dubbi e domande.

Dalla riflessione che Ofarch ha elaborato e consegnato alla platea del festival Pianistico, un evento che riteniamo di estrema importanza per rilanciare il ruolo della cultura vorremmo trarre un primo obiettivo e non conclusioni o affermazioni perentorie. Sarebbe nostra intenzione, a partire da iniziative come questa, di proseguire nella direzione della elaborazione di pensieri, idee, proposte, che possano nobilitare il ruolo dell’architettura nel processo di costruzione della città, un processo che dovrebbe a nostro avviso coinvolgere non solo gli architetti e gli urbanisti, ma tutte le risorse culturali della città, che possano in modo dialogante esercitare con la forza del pensiero e della partecipazione la pratica progettuale per una città migliore e condivisa. Ofarch si candida ad offrire il proprio contributo e presto lancerà il suo “manifesto culturale” e il suo programma di attività volto alla elaborazione di idee progettuali, iniziative culturali e interdisciplinari per la Spoleto di domani.

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