Tra mezze bugie, assecondamenti di convenienza e verità assolute si ride, si riflette e si esercita la mente sulla complessità del testo di Lucia Calamaro
Lucia Calamaro, piacevolissima habituée del Festival di Spoleto, porta in scena per il debutto ufficiale un suo nuovo ed atteso testo Darwin Inconsolabile (Un pezzo per anime in pena).
Storia di una madre anziana, che si finge morta per ricevere un po’ di attenzione da questi figli contemporanei, così occupati, così distratti, così disamorati, aggressivi in quanto assenti. Simula la morte. La tanatosi. Una pratica molto diffusa tra gli animali che per scampare l’aggressione del predatore, “fanno il morto.”
E sul finto morto o in procinto di dipartire si costruisce una divertente piece che è diretta dalla stessa autrice già protagonista di grande successo a Spoleto61 con Si nota all’imbrunire, con uno spassoso Silvio Orlando.
La piece
In una scena asettica, un po ospedale e un po stanza di contenimento psichiatrico, dove il nulla diventa un pienissimo assoluto, si dipana un dialogo tra il surreale e la cruda accettazione della verità che si stempera di continuo tra la caratterizzazione dei personaggi e la bravura degli stessi interpreti nel rendere stralunata la situazione complessiva.
Un letto pieno di ortaggi in putrescenza diventa un rimedio contro la morte incipiente della madre, secondo una teoria strampalata ma anche credibile, al tempo stesso. Al punto che forse se ne convincono anche gli spettatori del Caio Melisso che ridono senza sosta ogni volta che i quattro protagonisti, Riccardo Goretti, Gioia Salvatori, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi, contrappuntano il testo della Calamaro come in uno spartito musicale.
C’è una figlia ostetrica, schiacciata dalla preoccupazione per le nuove generazioni, ambientalista imbranata: Simona. Un figlio maestro elementare, buonissimo, che ha per le mani il futuro e si imbatte in un fumoso testo inedito de L’Origine della specie, citato da Borges, in un’intervista a Bioy Casares: Riccardo. Una figlia in simbiosi con la madre, perfomer-artista plastica, che indaga il prospettivismo amazzonico e le teorie dell’interspecie, sentendosi più vicina al mondo vegetale che all’animale: Gioia.
Rimane intatta la straordinaria capacità componitiva di Lucia Calamaro che non ha “buchi” nella sua narrazione. Qua e là, rari sprazzi di riposo creativo in cui riprendere fiato e che non lasciano tracce evidenti. Ma la piece è di una consistente gradevolezza complessiva e gli spettatori del Festival applaudono e chiedono la ribalta molte volte ai protagonisti.
E va detto che il settore teatro di Spoleto64 non ha perso smalto rispetto ai fasti ferrariani e Monique Veaute sembra aver individuato bene gli autori di riferimento su cui lavorare anche per i prossimi anni. Del resto Spoleto è il palcoscenico ideale per i debutti.
Tra mezze bugie, assecondamenti di convenienza e verità assolute si ride , si riflette e si esercita la mente sulla complessità della parola che non è mai solo una palestra per accademici, ma dovrebbe essere il salvagente di molta più parte della umanità.
Da non perdere!
foto:Paola Atzeni